FAKE NEWS E CATTIVA INFORMAZIONE

Vecchi problemi per il nuovo anno

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cms_24237/1.jpgOfferta e domanda di informazione hanno visto cambiare negli ultimi anni i modelli di fruizione delle notizie a causa di un rapido incremento di quelle che sono le applicazioni digitali a disposizione di miliardi di utenti. Mentre l’offerta informativa si è allargata sino a comprendere il mondo del web, la domanda d’altra parte si è indirizzata su piattaforme online in grado di offrire gratuitamente e massicciamente a spazi informativi pressoché infiniti. La crossmedialità è diventata, anche per noi italiani, la norma nel reperire le informazioni desunte da un uso congiunto di più mezzi, sia tradizionali che digitali, trasformandoci in utenti multitasking. Se però l’avvento della rivoluzione digitale e dei suoi contenuti ha reso disponibile una mole crescente di informazioni rendendola disintermediarizzata, delocalizzata, detestualizzata, è anche vero che ciò ha portato a far nascere patologie interne del sistema informativo, come le fake news. La diffusione di tali false notizie rappresenta un problema ontologico della rete perché spesso avviene attraverso tecniche automatizzate e piattaforme di social media, riuscendo così a influenzare l’informazione e l’opinione pubblica. Non solo. I processi devianti alla radice di certa falsa informazione porta a condizionare anche i processi decisionali e politici, tanto da far parlare di “Disrupting democracy”, il lato oscuro del ruolo della tecnologia nel sistema democratico.

cms_24237/2_1640397647.jpgLa Commisione Europea nel “Code of Practice on Disinformation” ha dato una chiara ed esatta definizione di “fake news”, per cui le fake news sono da ritenersi come un’informazione “verificabilmente falsa o fuorviante”, creata e pubblicata, con qualsiasi mezzo, per ragioni di guadagno o con lo scopo di disinformare. È dunque il concetto di notizia a essere messo al centro della discussione, in particolar modo se ci riferiamo alle tecniche che vengono attuate per condurre in porto un’opera di disinformazione. Si pensi, a titolo di esempio, alla cattiva pratica pseudo giornalista del click baiting, ovvero pubblicare notizie false o con foto e titoli sensazionalistici che portano l’utente, emotivamente coinvolto, a cliccare con il solo scopo di attirare clic sulle proprie pagine ed incoraggiarne la condivisione del contenuto sui social. E’ un metodo subdolo usato spesso come “esca” verso gli utenti e foriero del le c.d. “bufale”.

cms_24237/3.jpgC’è poi il c.d. astroturfing attuato distribuendo strategicamente una notizia specifica attraverso una varietà di fonti per dare l’impressione che molte di esse stiano discutendo l’articolo. Sono solo due delle tante pratiche finalizzata a diffondere disinformazione, manipolare le coscienze e fare in modo che le “notizie false” appaiano più popolari di fonti più credibili. I social sono un veicolo privilegiato per diffondere le notizie false, a causa della peculiarità di quei mezzi stessi che ci permettono di condividere le notizie istantaneamente con un semplice clic. L’informazione si trova allora sotto assedio, un po’ a causa di utenti distratti e servi volontari delle five big tech companies, un po’ anche a causa di società tecnologiche che usano tattiche molto influenti nel modellare le informazioni, una nuova e pericolosa mano invisibile che ci guida per spingerci tutti in una stessa direzione: produrre e consumare algoritmicamente la conoscenza. Contrastare la macchina della disinformazione automatizzata la sfida dunque da vincere nel mondo del giornalismo se si vorrà creare una base solida per una nuova opinione pubblica.

Andrea Alessandrino

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