Wikipedia torna in Turchia

L’importanza di tutelare la libertà di espressione

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Welcome back, Turkey!”, “Bentornata Turchia!” ha twittato qualche ora fa un soddisfatto Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia. La Corte costituzionale turca, infatti, ha stabilito che il blocco dell’enciclopedia online più celebre al mondo rappresenti a tutti gli effetti una censura della libertà di espressione.

Il ricorso alla Corte costituzionale è stato presentato alla luce delle fragili motivazioni sulle quali verteva il divieto di accesso a Wikipedia, attivato due anni fa in Turchia. Causa dell’oscuramento fu la pubblicazione di alcuni articoli che ritraevano la Turchia come principale sostenitrice dello Stato Islamico. Appellandosi all’affidabilità delle fonti e alla veridicità delle informazioni pubblicate, Wikipedia decise di rimanere fedele agli articoli diffusi, incappando così nella messa al bando turca.

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La Turchia censura costantemente centinaia di giornali e siti web accusati di contribuire alla divulgazione di materiale illegale, potenzialmente pericoloso per il mantenimento della sicurezza nazionale. Il giornalista turco Murat Cinar, durante un’intervista per la rubrica Bookmark nel 2016, afferma: “La presenza massiccia e quotidiana della censura comporta la nascita nel cuore e nella testa dei giornalisti turchi, di un secondo terribile pericolo, ovvero l’autocensura. I giornalisti assistono all’incarcerazione e persecuzione di tanti colleghi. Parlare di libertà di stampa per un giornalista turco è davvero molto difficile”. Un qualsivoglia lavoro giornalistico ritenuto fastidioso dal potere può innescare una serie di pesanti conseguenze, potenzialmente gravanti sul singolo autore o sull’intera testata giornalistica di appartenenza. Un esempio lampante fu il commissariamento nel 2016, con conseguente chiusura, del quotidiano Zaman, fino a quel momento il più venduto giornale d’opposizione della Turchia. Poche ore dopo il commissariamento, Zaman tornò in edicola con una linea editoriale completamente differente, decisamente più filogovernativa e vicina a Erdogan. Molti giornalisti sostennero in merito: “Questo giornale… non l’abbiamo fatto noi”.

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La complessità del discorso non è indifferente: la censura in Turchia, volta a difendere l’identità dello Stato, è regolamentata da leggi statali e internazionali, in accordo con l’articolo 90 della Costituzione. Le origini di questo fenomeno risalgono ad un periodo addirittura precedente alla fondazione della Repubblica turca. Nel febbraio del 1857, l’impero Ottomano emana una legge per la regolamentazione delle tipografie, secondo la quale, prima della stampa, ogni libro necessitava di un controllo da parte del direttore, della commissione per l’istruzione e della polizia. Salvo obiezioni, il Sultanato avrebbe poi esaminato l’opera, ordinando la legale pubblicazione della stessa. Si susseguirono e alternarono, poi, provvedimenti volti allo smussamento delle misure di censura, ma anche all’inasprimento delle stesse. È evidente, dunque, quanto complicato risulti un intervento volto a sradicare questa tendenza generale, ormai parte integrante dell’operato turco.

È possibile risolvere il problema? Lo studio e l’analisi del disegno politico ed economico, nascosto dietro l’adozione di tali misure, potrebbero fornire importanti risposte, utili al miglioramento della condizione turca.

Elena Indraccolo

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