Web reputation

L’utente è il primo gestore di sé stesso

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“C’è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé”. Per bocca del suo personaggio letterario Dorian Gray, Osca Wilde introdusse il concetto di reputazione. Il significato letterario della frase inglese tradotta in italiano è stata poi tramutata ad arte in un più prosaico “Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli”. Riferendoci alla nostra quotidianità, il concetto di reputazione si estende e viene ampliato alla sua tutela all’interno della rete social. Data la semplicità di accesso e di registrazione a qualunque piattaforma di condivisione, si finisce inevitabilmente per entrare in contatto con una moltitudine di persone. Se tutto si riducesse a uno scambio positivo e proficuo di messaggi e contenuti leciti tra utenti, i social sarebbero la realizzazione di un’utopia comunicazionale senza precedenti.

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Purtroppo all’interno delle reti sociali, come del resto, nella società reale, abbiamo figure piuttosto incongrue allo spirito di rete, foriere di messaggi di odio e disprezzo come pratica consuetudinaria. Ecco presentarsi il concetto di reputazione, uno dei diritti fondamentali della personalità che si definisce come la stima di cui ogni persona gode presso gli altri membri della comunità cui appartiene. Chi si macchia di reato di diffamazione non fa altro che intaccare l’onore dell’individuo, ovvero come la figura di una persona viene mostrata nella sfera sociale a cui appartiene. Ciò che accade nelle reti social a proposito della diffamazione, si inquadra in una serie di comportamenti in cui viene preso di mira chiunque appaia “diverso” per una semplice ragione di pelle, razza, religione, approccio sessuale. Social come Facebook, Twitter e Instagram, solo per citarne alcuni, sono portatori di messaggi di diffamatori con modalità aggravate date da una forma di comunicazione in cui il contenuto informativo ha la capacità impressionante di raggiungere un numero imprecisato di persone in un tempo rapidissimo

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Il pericolo della nostra reputazione in rete è dunque costantemente presente e potenzialmente suscettibile di attacchi da parte di terzi. E dove non agiscono gli altri, interveniamo noi stessi nella poca attenzione dedicata alla gestione delle singole pagine social a cui siamo iscritti. La web reputation si basa innanzitutto su come il singolo utente cura ciò che scrive e pubblica ogni giorno sulla sua bacheca o, ancora peggio, non preoccupandosi della propria presenza online con lo smistare dati sensibili con troppa leggerezza. Ciò che accade nel mondo del lavoro è, a titolo esemplificativo, molto chiaro nel momento in cui si parla di assumere nuove figure professionali. Il recruiting delle aziende passa oggi sempre più dalle piattaforme social e una grossa fetta dei datori di lavoro scarta potenziali candidati dopo aver controllato i loro profili social. Il lavoro del recruiter diventa così altamente pragmatico oltreché che incentrato su un’attività di scouting che richiede meno investimenti economici e meno tempo, velocizzando il lavoro di selezione da parte degli addetti alle risorse umane.

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I profili social diventano quindi determinanti per verificare non solo i curricula, ma in particolar modo per farsi un’idea della personalità dei candidati e questa tendenza in atto non farà altro che aumentare negli anni proprio perché i profili social sono determinanti per ottenere chiarimenti su ciò che si fa e si dice online, informazioni altrimenti poco verificabili con altre fonti. Cerchiamo di essere dunque noi i primi responsabili e gestori della nostra reputazione online prima che altri possano rovinarcela a colpi di click, ritagliamoci addosso sempre un vestito digitale che possa essere quasi inattaccabile e scevro da ogni potenziale attacco alla nostra persona e al nostro onore.

Andrea Alessandrino

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