Verità e trasparenza per Giulio Regeni

Avanzamenti e coincidenze nelle indagini

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Nuovi ostacoli sembrano voler boicottare la ricerca della verità per la morte del giovane ricercatore italiano Giulio Regeni, ritrovato senza vita nel febbraio 2016 al Cairo con evidenti segni di violenze e torture disseminati sul corpo. É proprio in occasione di un momento cruciale nelle indagini - le operazioni di recupero dei filmati delle videocamere della metropolitana che hanno ripreso Regeni poco prima del sequestro, in presenza dei magistrati della Procura di Roma - che il tribunale del Cairo condanna l’attivista Amal Fathy, moglie di Mohamed Lotfy, legale referente della famiglia Regeni in Egitto e coordinatore della ong «Commissione per i diritti e le libertà». Alla donna sarebbero state mosse accuse di terrorismo, un reato che in Egitto può essere punito con l’ergastolo o la pena di morte, per aver pubblicato un video su Internet in cui denunciava le autorità egiziane di non difendere le donne dalle molestie sessuali. Sono proprio la madre di Giulio, Paola Deffendi, e l’avvocato Alessandra Ballerini ad insinuare in maniera maggiormente convinta un legame tra il provvedimento della magistratura nei confronti della Fathy e una volontà di rallentare o deviare le indagini. Proprio la Ballerini dichiara: “Se questo è il problema, se ci stiamo avvicinando troppo alla verità, siamo disposti a rinunciare ai video, ma liberino immediatamente Amal e la lascino incolume”. É dal 14 maggio che le due donne hanno intrapreso, come segno di protesta per la liberazione di Fathy, uno sciopero della fame; un digiuno che sta trovando un largo appoggio tra gli attivisti di diverse associazioni che hanno aderito alla protesta.

cms_9227/2.jpgQuello di Regeni è un caso complesso, in cui convergono interessi quali l’integrità della facciata delle autorità egiziane, la salvaguardia dei rapporti internazionali tra i due Paesi e sicuramente altri fattori che gli autori dell’assassinio vorrebbero infangare, ma che si è speranzosi che possano venir fuori nel tempo. La scarsa trasparenza nella gestione del caso è testimoniata dalla questione delle stesse immagini delle videocamere della metro, immagini richieste dalla nostra magistratura fin dai giorni successivi al 3 febbraio, giorno in cui il ricercatore di Fiumicello venne trovato morto. Gli inquirenti egiziani non hanno mai consegnato nulla. Il nuovo accordo è stato raggiunto nel corso di un colloquio telefonico tra il procuratore generale del Cairo, Nabeel Sadek, e il procuratore capo di piazzale Clodio Giuseppe Pignatone. Intanto tutti noi aspettiamo scalpitanti i risultati di queste verifiche congiunte dei pm cairoti, affiancati dalla squadra di tecnici italiani, nella speranza che possano costituire un tassello importante nella ricostruzione della verità che sembra essere tanto temuta.

Federica Scippa

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