Venezuela, da crisi economica a emergenza umanitaria

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La situazione del Venezuela è paradossale se si pensa che, in uno dei Paesi più ricchi di giacimenti petroliferi a livello mondiale, i 2/3 della popolazione riescono a consumare un solo pasto al giorno. Secondo i dati forniti dalla Caritas, l’80% degli abitanti soffre di malnutrizione, e questo comporterebbe per più del 15% dei bambini poveri da 0 a 7 anni il rischio di vita. Alcune stime ne prevedono un innalzamento fino a circa 180.000 nel breve termine; i parametri internazionali fanno presagire l’incombente emergenza umanitaria.

Nonostante sia difficile ottenere stime precise in merito alla mortalità infantile, non è difficile intuire le condizioni dei minori in una nazione ormai al tracollo. Susanna Raffalli, nutrizionista di Caritas Venezuela intervistata lo scorso gennaio per un servizio speciale del Tg1, ha confermato che molti bambini non hanno la disponibilità economica per ricoverarsi o, una volta ricoverati, muoiono in ospedale per mancanza di viveri e medicinali. Sappiamo con certezza che in Venezuela 7 bambini ogni 10 vivono in condizioni di grave difficoltà economica. Indice di povertà e dell’inadeguato controllo dello Stato sulla politica sanitaria è la recrudescenza di malattie una volta tenute sotto controllo, quali malaria, morbillo e difterite. Sebbene, nel caso delle ultime due, esistano vaccini in grado di debellarle, la campagna vaccinale non ha mai preso il via, facendo piombare il Paese nell’attuale crisi sanitaria, testimoniata anche dal progressivo aumento dei casi di malaria (circa 240.000 nello scorso anno).

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La politica del presidente Chavez - in carica dal ’99 al 2013, anno della sua morte -, favorita dall’importante aumento del prezzo del petrolio, fu volta alla diminuzione del tasso di povertà nella popolazione attraverso interventi di supporto sociale denominati misiónes, come la misiòn vivienda, per assegnare case ai più bisognosi, gli aiuti alle famiglie con a carico invalidi e a ragazze madri. Un vasto sistema di sussidi che rafforzò il suo consenso, nonostante un buon 40% restasse diffidente nei confronti della sua politica, che per molti era indirizzata a consolidare il suo autoritarismo militarista. La politica economica di Chavez avrebbe comportato alti costi sociali, che non tenevano conto della sostenibilità economica in un Paese che già all’epoca mostrava segni di iperinflazione (oggi la percentuale di inflazione avvalorata è circa del 3000%). Allora, i dati sull’inflazione sarebbero stati tenuti bassi dall’assiduo controllo dei prezzi, ottenuto distruggendo i mezzi di produzione nazionali per il monopolio chavista degli alimenti, favorendo l’affare delle importazioni in mano ai militari venezuelani.

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Le imprese petrolifere furono nazionalizzate e divennero la maggiore fonte di guadagno del Paese, ma l’economia a settore unico che si era venuta a creare era risultata da sempre molto pericolosa. In effetti, il crollo del prezzo del petrolio accelerò una crisi già prevedibile per la mancata differenziazione dell’attività economica dello Stato, che ridusse di 2/3 le entrate. Maduro, quindi, fu erede della rivoluzione chavista, ma soprattutto della più grave crisi economica che il Paese avesse mai vissuto, per la quale continua a soffrire.

Il Venezuela oggi è il “Paese delle code”. Da anni, infatti, il governo ha stabilito un controllo sui prezzi per garantire i rifornimenti, ma nei centri in cui si vende a prezzo regolato, i CLAP, c’è da seguire file molto lunghe. Inoltre, a causa della carenza di risorse alimentari, ogni cittadino venezuelano può rifornirsi di una minima quantità fissa di questi prodotti-base una sola volta ogni 15 giorni o al mese, secondo il controllo di un sistema automatizzato imposto dal governo. Altro fattore di disagio legato al diffuso stato di povertà estrema è la criminalità, che dilaga tanto da indurre un coprifuoco ufficioso a partire dalle 17 di ogni pomeriggio. È risaputo che, al fianco della Guardia Nacional, operino forze paramilitari filogovernative chiamate colectivos, che controllano soprattutto los barrios di Caracas, i quartieri più poveri della città, dove spesso tenderebbero ad abusare del proprio potere per gestire la distribuzione alimentare. Coloro che fanno parte dei los colectivos tengono a specificare che le armi, nelle mani dell’hampa (la criminalità organizzata, N.d.R), hanno sempre popolato le periferie, e che ora il loro utilizzo è volto esclusivamente alla “difesa del principio del benessere sociale e della rivoluzione”.

cms_8867/maria-corina-machado-parliamet.jpgIn realtà, stando alle dichiarazioni di Maria Corina Machado, leader di Soy Venezuela e fondatrice dell’ONG Sumate, quello che governa oggi il Venezuela sarebbe un narco-stato, in cui la criminalità organizzata sarebbe riuscita ad infiltrarsi nei più svariati aspetti della vita pubblica, detenendo gli stessi poteri esecutivo e giudiziario, affiancando e in certi casi sostituendo gli organi preposti al mantenimento dell’ordine pubblico e le forze armate. “Un narcostato che, in maniera cosciente, ha cercato di sottomettere la società civile - afferma - attaccando il settore produttivo per farci poveri e dipendenti dallo Stato; attaccando il settore universitario per silenziare le voci della dissidenza e del pensiero critico; attaccando i mezzi di comunicazione perché ci sia un solo pensiero, una sola verità”. C’è da considerare che la DEA indaga da anni sulle collusioni tra chavismo e traffico illecito di droga: pensiamo ai nipoti di Cilia Flores, la potente moglie di Maduro, Efrain Campos Flores e Francisco Flores de Freitas, arrestati ad Haiti il 10 novembre 2015 e detenuti negli Stati Uniti con l’accusa di aver importato 800kg di cocaina in Florida; o, ancora, pensiamo al Cartel de los soles, una delle più importanti organizzazioni dedite al narcotraffico, che avrebbe preso il nome dai soli che sostituiscono le comuni stelle sulle divise dei gendarmi venezuelani.

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È una situazione che mette in discussione lo stato di diritto, concretizzandosi in una violazione sistematica dei più basilari diritti umani: la persecuzione e la censura dei giornalisti, le torture ai prigionieri politici, gli attacchi alla proprietà privata, il disconoscimento del parlamento… Un conflitto di interessi tra potenti di cui paga le spese il popolo venezuelano, ormai ridotto alla fame.

Federica Scippa

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