Venezia, test riuscito per il Mose

Rigopiano, 22 archiviazioni tra cui tre ex governatori - "Respingimenti sono illegali": la sentenza del Tribunale di Roma - Ponte Morandi, Riesame: "Risparmio su costi manutenzione" - Terrorismo, gen. Mori

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Venezia, test riuscito per il Mose

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A tre settimane di distanza dall’acqua ’granda’ della notte del 12 novembre che ha invaso il centro storico e le isole della laguna con i suoi 187 cm, ieri sera il Consorzio Venezia Nuova ha effettuato, con successo, una prova del Mose, la grande diga mobile che dovrà difendere Venezia dalle alte maree. La prova parziale di innalzamento delle paratoie alla bocca di porto di Malamocco, la più ampia delle tre (oltre a Malamocco il Mose dovrà chiudere anche le bocche di porto di Chioggia e del Lido) è iniziata alle 21 di ieri sera ed è proseguita fino a mezzanotte, senza problemi, dopo che un mese fa era stata rinviata per alcune vibrazioni registrate nei condotti di pompaggio dell’aria compressa. Più che soddisfatto il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro presente di persona al test.

Rigopiano, 22 archiviazioni tra cui tre ex governatori

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Archiviazione per 22 indagati nell’inchiesta sul disastro di Rigopiano: lo ha deciso il gip del tribunale di Pescara Nicola Colantonio. A Farindola (Pescara) il 18 gennaio del 2017, una valanga travolse un albergo provocando la morte di 29 persone. Tra gli altri indagati, è stata disposta l’archiviazione per gli ex presidenti della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso, Ottaviano Del Turco e Gianni Chiodi.

COMITATO VITTIME - ’’Apprendiamo con sommo dispiacere delle decisioni del gip Colantonio" scrive il Comitato delle Vittime di Rigopiano. "Pur rispettando e accettando con rispetto tale dispositivo, ci sentiamo in dovere di continuare la nostra battaglia a sostegno dei famigliari che ci hanno creduto e che si sono opposti alle richieste di archiviazione’’. ’’Per noi non è una sconfitta perché leggendo bene le motivazioni - sottolinea il Comitato Vittime - ci sono ottimi spunti giurisprudenziali per ritenere che le nostre idee sui fatti erano fondate’’.

LEGALE FAMILIARI VITTIME - "Né io, né i colleghi del mio team, gli avvocati Gabriele Germano, Massio Reboa, Silvia Rodaro, Maurizio Sangermano e Roberta Verginelli, avevamo proposto opposizione all’archiviazione per alcuni indagati in quanto condividevamo e condividiamo sul punto le posizioni della Procura della Repubblica di Pescara" dichiara l’avvocato Massimo Reboa, legale di alcuni familiari delle vittime di Rigopiano. "Quindi non siamo stupiti dell’ordinanza odierna del gip Nicola Colantonio".

"Qualche perplessità l’abbiamo, viceversa, sul giudizio assolutorio formulato nei confronti dell’ex presidente della Giunta regionale dell’Abruzzo, Luciano D’Alfonso - spiega il legale - solo perché, avendo dichiarato formalmente lo stato di emergenza in data 12 gennaio 2017, avrebbe dovuto essere informato formalmente dal sindaco di Farindola della situazione delle turbine nel Vestino. Come ho affermato in aula, D’Alfonso era una sorta di re delle turbine e, quindi, sul punto le indagini, a nostro avviso, andavano approfondite". "L’ordinanza di archiviazione non deve lasciare sogni tranquilli all’onorevole D’Alfonso: infatti le indagini difensive degli avvocati e dei giornalisti d’inchiesta hanno portato, negli ultimi giorni, a scoperte molto importanti e, quindi, in presenza di nuovi elementi, il fascicolo a carico dell’ex Presidente - annuncia l’avvocato - potrebbe riaprirsi".

L’ordinanza con la quale il gip del tribunale di Pescara Nicola Colantonio ha disposto l’archiviazione per 22 indagati nell’inchiesta sul disastro di Rigopiano "costituisce un maglio giurisprudenziale a carico degli attuali imputati". Perché "difficilmente il gup, Gianluca Sarandrea, quando dovrà decidere dei rinvii a giudizio, potrà ignorare che il proprio collega ha affermato che la morte di 29 persone non è attribuibile a cause naturali". L’avvocato riporta alcuni passaggi dell’ordinanza. "Significativo è che Colantonio ha scritto: ’Subito, è buona regola attestare che, come accertato dai consulenti del pm, le scosse sismiche, che hanno colpito la zona, non hanno avuto effetti eziologici diretti nel verificarsi della formazione e nel distacco della valanga’’.

Non solo, riferisce l’avvocato, "ma Colantonio, ha aggiunto, commentando l’operato dei pm, che essi ’sulla scorta di rilievi precisi, completi e tecnicamente ineccepibili, procedevano all’analisi di tutti gli aspetti di fatto e giuridici necessari per addivenire alla esatta ricostruzione della vicenda, nonché per delineare la posizione processuale di tutti i soggetti che possono avere partecipato alla causazione degli eventi infausti’". "Ciò in termini logico-giuridici è un giudizio di condanna per gli attuali imputati - conclude l’avvocato Reboa - quantomeno per i principali di essi, atteso che il magistrato ha rafforzato il proprio pensiero scrivendo che sono ’coerenti e tecnicamente ineccepibili le valutazioni giuridiche formulate dal pm’".

IL PAPA’ DI STEFANO - "Comincio a pensare che alla fine la colpa sarà di chi stava in hotel, di chi lavorava a Rigopiano e di chi c’è andato in vacanza" scrive su Facebook Alessio Feniello, padre di Stefano, una delle vittime della tragedia di Rigopiano. "Ho appena saputo che il giudice ha accolto la richiesta di archiviazione nei confronti di tutti i funzionari della regione, della Acquaviva, e anche dei tre personaggi che ci hanno fatto credere che Stefano era vivo, uccidendolo due volte. Questa archiviazione è un colpo che fa molto male".

"Per quello che riguarda me e la mia famiglia, non ho parole, mi sento preso per il culo dalla giustizia. Sembra che dovrei essere io a chiedere scusa a Provolo e alla Chiavaroli, perché loro ci hanno detto e confermato che Stefano era vivo solo per compassione, per darci conforto. Ma stiamo scherzando? - denuncia Feniello - Ma veramente un Giudice può dire una cosa del genere a dei genitori che per quattro giorni hanno creduto che il figlio fosse vivo? Non hanno commesso errore perché erano in buona fede? E noi, allora? Noi non dobbiamo più credere a nessuno, perché se le autorità ci dicono una cosa, dobbiamo pensare che può essere anche il contrario, che può essere un errore in buona fede".

ORDINANZA GIP SU ERRORE FENIELLO - "L’inserimento de nominativo dello sfortunato Feniello Stefano nel primo elenco dei superstiti - scrive il gip di Pescara, Nicola Colantonio - avveniva certamente per un errore nella percezione della situazione di fatto determinatasi nel corso di eventi concitati e drammatici che imponevano agli operatori di agire, con sprezzo del pericolo e abnegazione fino allo stremo, per tentare di salvare gli sventurati rimasti al buio e sotto la neve sdotto le macerie dell’albergo crollato"."In tale contesto tragico, verosimilmente al fine di dare immediato sollievo ai parenti e conoscenti dei soggetti rimasti sotto le macerie, il prefetto Provolo - si legge nell’ordinanza - decideva di comunicare alla stampa il nominativo dei soggetti che, nonostante fossero ancora sotto le macerie, erano ancora in vita secondo un elenco che gli era stato fornito dal personale di soccorso che stava procedendo allo scavo presso le macerie del resort". Il gip parla di una "condotta addirittura benefica, in quanto diretta a dare sollievo ai familiari dei superstiti". E ancora: "L’inclusione del nominativo di Feniello Stefano nell’elenco dei soggetti ancora in vita è frutto di una erronea percezione della situazione".

"Respingimenti sono illegali": la sentenza del Tribunale di Roma

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Una sentenza importante quella emessa dalla prima sezione del Tribunale Civile di Roma secondo cui i respingimenti sono illegali e chi li subisce ha diritto a vedersi risarcire il danno e a presentare domanda di protezione internazionale in quel Paese, di cui dà notizia Amnesty international. Il tribunale ha emesso la sentenza sulla cosiddetta “causa Osman e altri contro l’Italia", promossa nel 2016 e seguita da Amnesty e Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione).

Tutto ha inizio il 27 giugno 2009, si legge sul sito di Amnesty International Italia, quando 89 persone (di cui 75 eritrei, 9 donne e 3 bambini), dopo essere fuggite dal proprio paese di origine, erano partite dalle coste libiche a bordo di un gommone con l’obiettivo di arrivare in Italia e vedere finalmente riconosciuto il proprio diritto alla protezione internazionale. A poche miglia da Lampedusa, con il motore in avaria, il gommone era stato soccorso dalla Marina militare italiana. Dopo una notte di navigazione, le persone salvate erano state collettivamente respinte in Libia, senza alcun atto formale in alcuni casi mediante l’uso della forza.

La sentenza, basatasi interamente sull’interpretazione dell’articolo della Costituzione italiana, ha stabilito che le persone ricorrenti hanno diritto al risarcimento del danno e soprattutto quello di “accedere nel territorio italiano allo scopo di presentare domanda di riconoscimento della protezione internazionale ovvero di protezione speciale, secondo le forme che verranno individuate dalla competente autorità amministrativa“.

Ponte Morandi, Riesame: "Risparmio su costi manutenzione"

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Sull’accoglimento della richiesta della Procura di Genova di interdizione dai pubblici uffici di alcuni tecnici, "la misura richiesta pare pertanto il presidio minimo necessario al fine di scongiurare il pericolo di reiterazioni di delitti analoghi in relazione al delicatissimo tema della circolazione e dei trasporti". Così i giudici del Tribunale del Riesame nelle motivazioni dopo aver accolto la richiesta della procura di Genova di interdizione di 10 tra tecnici, nell’ambito dell’inchiesta sui presunti falsi report sullo stato di salute di alcuni viadotti, nata da quella condotta sul crollo del ponte Morandi di Genova.

Più in generale, si legge ancora, "Aspi e Spea, legate al gruppo Atlantia e, pertanto, ai medesimi interessi della società controllante, paiono proiettati a una logica di risparmio sui costi di manutenzione per trasmettere l’immagine di efficienza della rete evitando sia impegnativi interventi di manutenzione sia drastiche decisioni dell’organo pubblico di controllo, come la chiusura di tratti autostradali".

"Le condotte contestate, di totale consapevole adesione agli scopi del gruppo - proseguono i giudici - si inseriscono nella emersa tendenza a permeare la gestione dell’attività di sorveglianza e di manutenzione da parte di Aspi tramite la controllata Spea con condotte illecite dettate da motivi di stretta convenienza commerciale".

Nelle motivazioni si parla di condotte, legate alla "deviata qualificazione della natura degli interventi, alla disinvolta attribuzione dei voti circa i difetti delle opere ammalorate, la radicale omissione di ispezioni significative finendo sostanzialmente per occultare situazioni potenzialmente e concretamente pericolose per la viabilità e la sicurezza pubblica".

Terrorismo, gen. Mori

"Politica diffidava di ’specialisti’, unico infiltrato ce lo diede Pecchioli"

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Tra i personaggi sospettati di avere legami con il terrorismo brigatista "ne pedinavamo uno che adesso è diventato molto famoso ma che a quei tempi frequentava persone davvero poco raccomandabili". Parola di Enzo ’Nero’ Magrì, ex carabiniere che indagò con la Sezione Speciale Anticrimine insieme al generale Mario Mori, la cui vicenda è raccontata nel libro ’Il coraggio tra le mani. Storia degli invisibili che hanno sconfitto le Brigate Rosse’ di Emiliano Arrigo (Historica). Il nome tra le pagine non compare e resta top secret anche durante la presentazione del volume alla sala Nassiriya di Palazzo Madama. Alla presentazione sono intervenuti il coautore ed ex ’operativo’ della Sezione Speciale Anticrimine Enzo Magrì, il vicepresidente del Senato Ignazio La Russa, la senatrice Roberta Pinotti e l’ex generale dell’Arma dei carabinieri Mario Mori. A moderare il dibattito il direttore dell’Adnkronos Gian Marco Chiocci.

"La politica diffidava degli ’specialisti’ e anche all’interno dell’Arma non eravamo amatissimi", ricorda Mori rievocando gli anni trascorsi a investigare sul terrorismo nella struttura speciale creata dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Quest’ultimo, osserva Mori, "era un grande manager della sicurezza. Non prendevamo assegnazioni dal Comando generale, sceglievamo personalmente gli uomini che avrebbero fatto parte della squadra. Con alcuni di loro il legame è rimasto anche oggi e tra noi ci si chiama come allora, solo con il soprannome".

Furono anni, ha ricordato lo stesso Magrì, di pedinamenti, attese, lavoro quotidiano estenuante e rischiosissimo. "Infiltrati? Solo uno - ha spiegato Mori - era un ragazzo che ci consegnò Pecchioli, che noi arrestammo insieme agli altri. Per individuare il numero maggiore possibile di componenti di un gruppo si sceglieva di non arrestarli tutti, ma di lasciarne fuori qualcuno e di controllarlo per arrivare ai capi e a tutti membri dell’organizzazione. Una volta individuammo 39 brigatisti e ne prendemmo 35. Il magistrato mi disse: ’Va bene, questi domani potrebbero sparare a me o a lei ma facciamo come dice’. Un metodo che vale sempre", aggiunge Mori alludendo alle polemiche seguite alle indagini per l’individuazione del covo del capo della mafia Totò Riina. Quanto ai pentiti, "ben venga il loro apporto ma ogni cosa che riferiscono ha valore solo se ha un riscontro preciso e concreto".

A giudizio di Chiocci, che diversi di questi investigatori ’invisibili’ li ha conosciuti da cronista, "il libro di Arrigo colma una lacuna perché dà voce e spazio a chi si è ’sporcato le mani’ con una vita di sacrifici e fatica, vivendo ’in clandestinità’ proprio come i brigatisti". ’Il coraggio tra le mani’ "racconta di eroi silenziosi di cui non si parla mai, se non quando uno di loro muore in servizio. Questo libro in qualche modo rende loro giustizia".

Dal vicepresidente del Senato Ignazio La Russa è arrivato un affondo: il contrasto al terrorismo sarebbe stato più efficace e rapido "se una certa sottocultura di sinistra avesse smesso un po’ prima di parlare di ’compagni che sbagliano’ e se l’estabishment italiano e internazionale non avesse dato la propria copertura al fenomeno. Sarebbe stato più facile combattere le Brigate Rosse se fin dall’inizio fossero stati messi in campo i mezzi adeguati e le strutture necessarie".

"Da parte del Pci vi fu sicuramente una presa di distanza e la condanna del fenomeno brigatista, ma tale deferenza non vi fu però allo stesso modo da parte di tutto il mondo della cultura della sinistra che per molto tempo considerò quello delle Br come l’ambiente dei ’compagni che sbagliano’, senza che vi fosse una presa di posizione definitiva nei loro confronti".

Pronta la replica di Roberta Pinotti, che ha invitato La Russa a "non fare confusione tra la storia del Pci e quella dei gruppi di sinistra che si ispiravano al comunismo, che capirono il loro errore con ritardo. Il Pci ebbe una posizione ben chiara, al punto che, ancora prima di Guido Rossa, le sezioni del partito venivano presidiate per paura di attacchi da parte delle Br".

"Questo libro - ha sottolineato l’autore, Emiliano Arrigo - è stato scritto per raccontare la storia delle Br vista dagli ’invisibili’, gli uomini della sezione speciale anticrimine dell’Arma dei Carabinieri che si sono battuti in prima linea contro il terrorismo brigatista e le cui vicende non sono mai state narrate. Uomini che hanno pagato un alto tributo, se si pensa che fra le loro fila si contano negli anni di piombo 600 morti e 3mila feriti e i cui nomi sono sempre rimasti sconosciuti. Dei tanti libri scritti sul fenomeno delle Brigate Rosse questo è il primo che racconta la loro storia".

Redazione

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