Vaia: la situazione delle zone montane un anno dopo

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È trascorso più di un anno da quando, il 29 ottobre 2018, Vaia, un furente vento giunto dal versante adriatico che presentava un insolito clima caldo, soffiando a 200 Km/h spazzò via gran parte delle foreste del Friuli, del Veneto e di alcune zone della Lombardia.

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Fu quello un evento drammatico che colpì pesantemente l’economia di queste regioni e dell’Italia in generale, perché ad oggi si stima che furono devastati più di 42.000 ettari di foresta, con 8,5 milioni di metri cubi di legname, cosa che ha fatto scendere drasticamente i prezzi della legna per la troppa quantità a disposizione, che non è riuscita a trovare una piena collocazione dopo la rimozione.

Gran parte della legna è stata rimossa, ma le autorità locali hanno comunque insistito nel voler lasciare alcuni tronchi a fare da barriera naturale contro possibili valanghe, prima della realizzazione di apposite barriere artificiali.

Nonostante si stia lavorando da più di un anno per rimuovere legna, anche al fine di evitare malattie parassitarie, c’è ancora molto da fare, soprattutto per riqualificare le zone boschive. Riguardo questo punto, si stima che ci vorranno quasi 60 anni per riportare i boschi alla situazione prima della tempesta.

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La provincia più colpita da Vaia è stata quella di Bolzano, in cui sono stati fatti interventi massicci per rimuovere quasi il 70% della legna.

Di recente, dopo aver fatto un punto della situazione nelle zone colpite, sono state avanzate varie proposte e progetti per far ricrescere le foreste o tramite semina o in maniera naturale e sostenibile. L’intervento umano avrà come unico scopo di reindirizzare e salvaguardare la riforestazione, puntando su piante che possano adattarsi anche a un clima diverso da quello abituale.

Tra gli altri è stato presentato anche un progetto che parte dal presupposto di incaricare le aziende o gli enti pubblici della riforestazione, pagando un reddito ai proprietari dei boschi che, dopo l’avvenuto processo di riqualificazione dei terreni, potranno tornare a trarre profitto da esso.

Francesco Ambrosio

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