UNO SGUARDO ALL’INFERNO LIBICO

Tra migranti torturati e rapimenti di deputati, cosa succede in Libia?

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Chi avrebbe mai pensato che, alla morte del colonnello Gheddafi, finanziatore di movimenti terroristici e spietato dittatore, avvenuta il 20 ottobre 2011, la situazione in Libia sarebbe potuta diventare ancora peggiore di quanto non fosse? Nel momento in cui leggete questo articolo, in Libia imperversa la guerra civile, con due governi rivali che si contendono il potere supremo: da una parte, quello guidato da Haftar; dall’altra, quello guidato da al-Sarraj. Teoricamente, la Libia dovrebbe aver avviato una transizione democratica dal 2012, ma ad oggi sarebbe se non altro azzardato definirla una democrazia. È oggettivamente difficile fornire in poche righe un quadro completo della situazione libica: le informazioni che giungono sono spesso contrastanti, le violazioni dei diritti umani innumerevoli, le parti in gioco molteplici. Proprio mentre Haftar annuncia l’imminenza di un attacco definitivo a Tripoli, dove vige il Governo di Accordo Nazionale presieduto da al-Sarraj, riconosciuto dall’ONU come unico legittimo, la più importante deputata del parlamento di Tobruk viene rapita sotto gli occhi del marito, per aver criticato proprio il generale Haftar. Sehan Sergewa, portata via da una non meglio identificata milizia durante la notte del 17 luglio, è un’attivista per i diritti umani, tra le poche donne elette in un Parlamento libico. Il suo obiettivo è quello di una conciliazione tra le parti per lo svolgimento di libere elezioni che unifichino nuovamente il Paese. Un obiettivo, al momento, quasi utopistico, che sta, purtroppo, pagando a caro prezzo. Sergewa già dall’aprile scroso si era espressa con forza contro l’offensiva di Haftar a Tripoli, che aveva causato oltre 1000 morti e 100mila sfollati.

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La Missione di Sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) ed il Governo di Accordo Nazionale hanno condannato duramente l’episodio, ma, purtroppo, non sono arrivate notizie di alcun genere su dove la deputata potrebbe trovarsi al momento. Intanto, il dramma dei migranti prosegue: è di ieri la triste notizia, fornita dall’Unhcr (agenzia ONU per i rifugiati), di altri 150 morti, a causa del naufragio di un barcone davanti alle coste del Paese africano. C’è da dire, poi, che per i migranti che vengono fermati in Libia la sorte non è poi tanto migliore della morte: è ormai noto come vi siano sparsi per la nazione diversi campi di concentramento in piena regola, dai quali è possibile uscire solo tramite il pagamento di un pesante tributo economico. In questi centri di detenzione, le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno. Il 4 luglio, il sito Agiha pubblicato un articolo in cui si afferma che il conto dei migranti detenuti nelle carceri libiche si aggirerebbe intorno alle 6000 unità. Finora, a poco sono serviti gli interventi internazionali in Libia: tra la guerra civile, le diverse ambizioni di potere, la presenza dell’ISIS (fortunatamente ridottasi nel tempo) e la mancanza di una cultura dello Stato di Diritto, la situazione appare in continuo divenire, in una drammatica instabilità, dove a farne le spese sono soprattutto gli incolpevoli civili. Tutto questo, avviene a poco più di 400 km dall’Italia, in un Paese dove la vita umana non ha più alcun valore.

(Si ringrazia Sufyan Ararah/UNCHR per la foto degli immigrati)

Giulio Negri

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