UNA STRAGE DIMENTICATA

Cinquant’anni di silenzi e ombre

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Il 12 dicembre di cinquant’anni fa, un venerdì nebbioso come spesso capita a Milano, il Natale era alle porte, e questa atmosfera si respirava anche in piazza Fontana, dove c’era la Banca dell’agricoltura. Alle 16:30 entra ancora tanta gente, perché quella banca è aperta ai clienti fino a tardi. I suoi clienti sono agricoltori, allevatori di bestiame, venditori di sementi provenienti dal Lodigiano e dalla Lomellina. Clienti che trasformano la Banca in un continuo mercato d’affari e contrattazioni. La Banca dell’agricoltura diventa un mattatoio, perfetto per farci esplodere una bomba e causare la morte di tanti. I primi addobbi natalizi, i negozi affollati e le rassicurazioni del governo, che garantivano la tredicesima degli statali nonostante lo sciopero dei bancari, non di certo faceva auspicare il compimento di una vera e propria strage. Un enorme boato, il buio e il lungo silenzio irrompono alle 16:37, quando le lancette del timer della bomba si sono fermate, scatenando un inferno. Un vero e proprio attacco al cuore dell’Italia con diciassette morti e 88 feriti. La madre di tutte le stragi come afferma Benedetta Tobagi nel libro “Piazza Fontana, il processo impossibile”. Inizialmente si parlava di una caldaia, ma la verità emerse sin da subito. Un giovane funzionario di polizia, poi prefetto di Roma, Achille Serra afferma: ”Altro che caldaia! Quando vidi quello che era successo gridai al telefono che servivano 100 ambulanze. In questura non mi credevano. Alla fine di ambulanze ne arrivarono 98”. Ma non era l’unica bomba, perché in totale ne erano tre. Due a Milano alla Banca dell’agricoltura e nell’atrio della sede centrale della Banca Commerciale in piazza della Scala. Tre a Roma: una dentro un passaggio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro, le altre all’Altare della Patria su entrambi i lati. Tutte esplose tranne quella alla Commerciale. Emergono però le prime incongruenze.

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Una bomba non esplosa costituisce a tutti gli effetti una traccia. L’ordigno contenuto in una borsa di pelle nera, viene fatto brillare da un artificiere su indicazione del sostituto procuratore che, quel venerdì non era neanche di turno. Il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio dichiarò: ”Se invece di farla saltare l’avessero aperta, il caso sarebbe stato risolto in pochi giorni”. Questo è il primo dei tanti depistaggi di una vicenda diretta da una regia occulta che ha individuato gli anarchici come colpevoli. Un bersaglio troppo facile in un periodo caratterizzato da tensioni sociali, scioperi e lotte. I funerali si tennero il 15 dicembre e in Piazza Duomo erano presenti ben 100mila persone, però si fece sentire forte come non mai l’assenza di Giuseppe Saragat, capo dello stato, assente per un impegno pregresso. La pista sugli anarchici porta subito a Pietro Valpreda, 37enne ballerino che galleggia tra Milano e Roma. Nella capitale fa parte del Circolo 22 marzo, gruppo costituito da più neofascisti infiltrati che anarchici, e tra questi vi è Mario Merlino, subito accusato. Giuseppe Pinelli, ferroviere di Porta Garibaldi, fermato dai poliziotti in una retata al circolo anarchico di via Scaldasole sostiene che Valpreda sia solo un grande chiacchierone. Dunque sono due uomini diversi, ma entrambi poco credibili come pensatori e realizzatori di questo piano così feroce. A detta degli amici, Valpreda è uno che la rivoluzione la fa nei bar. Giuseppe Pinelli invece è un buon lavoratore, padre di famiglia e un tipo estremamente amichevole. Eppure sono stati stretti dalla morsa dell’accusa. Valpreda accusato da un tassista Cornelio Ronaldi, che dice di averlo riconosciuto ed essere stato proprio lui ad accompagnarlo alla Banca dell’agricoltura con una borsa in mano prima dello scoppio. Appare alquanto curioso che un attentatore per innescare una bomba si faccia accompagnare in taxi. È il 16 dicembre e un giovane Bruno Vespa annuncia che Valpreda è uno dei colpevoli della strage. Da innocente resterà tre anni in carcere. Intanto il 13 luglio del 1971 muore il tassista Ronaldi, prima di poter testimoniare in uno dei tanti processi successivi.

Nella notte tra il 15 e il 16 dicembre, il questore Guida spiega che Giusepe Pinelli si è ucciso quando ha capito di essere perduto. Una sentenza del 1975 stabilì che Pinelli era morto per un malore attivo che lo aveva spinto a cadere dalla finestra. Dopo mezzo secolo di indagini infinite e depistaggi infiniti, la giustizia non sa ancora chi sia il colpevole. Mille domande si affollano nelle menti di tutti, domande alle quali nessuno ha saputo dare risposta. Perché fu seguita la pista anarchica anche se essa faceva acqua da tutte le parti? Perché venne fatta scoppiare l’unica bomba inesplosa che poteva invece riportare agli attentatori? Perché i servizi segreti fecero di tutto per allontanare le indagini dai gruppi di estrema destra?

Giuseppe Capano

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