UNA PREGHIERA PER SANA

IL DIRITTO AI SOGNI SI PERDE NELLA SHURAS

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Il tribunale del Pakistan ha assolto con la giustifica di non avere prove certe, undici parenti tra cui un fratello, lo zio e il padre di Sana Cheema, scagionati dall’accusa di aver assassinato la ragazza pakistana. Sana, una giovane donna di Gujrat nel Punjab, si era ben integrata nella città di Brescia ed intendeva sposarsi presto con un italiano di cui era innamorata. Rifiuta di sottostare ad una decisione presa della famiglia e non propensa ad acconsentire ad un matrimonio combinato, viene strangolata dal padre nell’aprile del 2018. Complice tutta la famiglia che segnala la morte della ragazza, inizialmente imputandola ad un malore giustificato da un certificato medico. Ma l’autopsia sul corpo della giovane, fatta alcuni giorni successivi al ritrovamento del corpo, smentisce la tesi del malore, e accerta che la ragazza sia stata strangolata.

Alcuni giorni addietro sono stati rilasciati il padre, lo zio e il fratello di Sana per mancanza di prove che “scongiurino ogni ragionevole dubbio”. Anche se durante le indagini i familiari avevano ammesso spontaneamente di aver ucciso la ragazza per aver disonorato la famiglia. Questa confessione e stata successivamente ritrattata dai familiari della vittima.

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Per questo tipo di reato in Pakistan, le condanne sono minime perché rispecchiano la convinzione che uccidere non sia un crimine e molti carnefici come in questo caso, se la cavano impunemente. La responsabilità di questi atti deplorevoli appartiene ad una società che crede in un diritto tutto al maschile, in quanto gli uomini sono educati nella convinzione che nessuna donna abbia il potere di dire di no, incoraggiati pertanto verso qualunque atto di violenza e abuso. Le potenzialità delle donne pakistane sono negate e le loro ragioni costrette al silenzio. Molte giovani vite vengono spezzate perché non si inchinano ai desideri della famiglia che pensa di averne il possesso; anzi la colpa viene attribuita alla vittima in quanto disubbidiente. Le famiglie costituiscono una loro personale pratica di giudizio, infliggendo pene scaturite da loro consigli tribali, come le shuras.

“Se questa è la giustizia islamica c’è da aver paura” Questo è il commento del vice premier Matteo Salvini che chiede”una preghiera per Sana” che non basterà per fare giustizia terrena. Intanto Brescia rifiuta una fiaccolata. Il disappunto di un’Italia impotente, è corale.

Susy Tolomeo

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