Trump e quei passi nella Corea del Nord

Settimana di fuoco per l’Ue - Addio al poliziotto eroe dell’11 settembre - Al-Qaeda vuole vendicare la morte di Morsi

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Trump e quei passi nella Corea del Nord

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Prima una stretta di mano, una storica stretta di mano. Poi qualche passo sul suolo della Corea del Nord, la prima volta per un presidente Usa. Protagonisti Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un durante il loro incontro avvenuto al confine tra le due Coree, nell’area demilitarizzata. "Attraversare questa linea è un grande onore, sono stati fatti grandi progressi, sono state fatte grandi amicizie e questa, in particolare, è stata una grande amicizia", ha detto Trump ringraziano poi il leader nordcoreano Kim Jong-un per aver risposto al suo invito su Twitter e averlo incontrato nella zona demilitarizzata. "Se non si fosse fatto vivo, la stampa mi avrebbe fatto apparire molto male", ha poi aggiunto il presidente Usa. Poi l’invito negli Stati Uniti.
Questo incontro "è solo un passo", aveva commentato Trump atterrato alle 7.30 (ora italiana, le 14.30 ora locale) con l’elicottero Marine One nella zona demilitarizzata.

La mossa potrebbe rinvigorire i colloqui in stallo sul programma di armi nucleari della Corea del Nord e sulle sanzioni. Trump, a proposito dell’incontro con Kim, ha anche aggiunto di non avere alcuna fretta per la denuclearizzazione della Corea del Nord.

L’incontro è stato il terzo tra i due leader dopo il summit del giugno 2018 a Singapore e il loro secondo vertice nella capitale vietnamita Hanoi del febbraio scorso.

Settimana di fuoco per l’Ue

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(Tommaso Gallavotti) - La prossima sarà una settimana di fuoco per l’Unione Europea. Si comincia domenica a mezzogiorno, quando il presidente del Parlamento Antonio Tajani e i presidenti dei gruppi parlamentari (la Conferenza dei Presidenti) si riuniranno con il presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, in vista dell’Euco (come viene chiamato, nel gergo comunitario, il vertice che riunisce i capi di Stato e di Governo) straordinario convocato per le 18 a Bruxelles.

I leader dell’Ue dovrebbero indicare un candidato alla presidenza della Commissione, e probabilmente anche il presidente del Consiglio Europeo. I lavori potrebbero andare avanti fino a tarda notte ed è già previsto che i leader possano vedersi anche a colazione lunedì primo luglio (circola anche un ’worst case scenario’, con l’ipotesi che il vertice possa protrarsi per l’intera giornata di lunedì).

Prima del Consiglio Europeo ci saranno i consueti prevertici: il Ppe, il primo partito della costituenda maggioranza nell’Europarlamento, si riunirà alle 16 di domenica all’Académie Royale de Belgique, a Bruxelles. Ci sarà anche il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi. Anche il Partito dei Socialisti Europei dovrebbe tenere il suo presummit, sempre nel pomeriggio di domenica.

E’ presto per sapere come andrà a finire la corsa alla successione di Jean-Claude Juncker, ma in Parlamento circola una possibile via d’uscita dall’attuale impasse, un’opzione concreta alla quale si sta lavorando. La partita delle nomine è bloccata dalla questione degli Spitzenkandidaten, i candidati di punta dei partiti europei per la presidenza della Commissione, nessuno dei quali avrebbe la maggioranza nel Parlamento Europeo (il presidente della Commissione viene indicato dal Consiglio Europeo, ma deve ottenere la maggioranza nell’Aula), perché Socialisti e Liberali non intendono votare lo Spitzenkandidat del Ppe, il bavarese Manfred Weber.

Per ritorsione i Popolari non intendono sostenere lo Spitzenkandidat dei Socialisti, l’olandese Frans Timmermans, né quella dei Liberali, la danese Margrethe Vestager (che è una ’Spitzenkandidatin’ de facto). E’ chiaro, si ragiona, che se si facesse scoppiare in questo momento un conflitto interistituzionale tra il Consiglio Europeo e il Parlamento Europeo sugli Spitzenkandidaten, che capirebbe solo chi vive nella ’bolla’ bruxellese ma che risulterebbe incomprensibile alla grande maggioranza dei cittadini Ue, non si renderebbe un buon servizio alla causa europea, che già non sta passando uno dei suoi momenti migliori.

Il principio del ’candidato di punta’, che si è affermato, non senza fatica, nel 2014 con l’elezione di Jean-Claude Juncker, che era lo Spitzenkandidat del Ppe, potrebbe in qualche misura venire salvaguardato con una soluzione di compromesso, che consiste nel nominare presidente della Commissione un esponente del Ppe (che resta il primo partito dell’Emiciclo) diverso da Manfred Weber, in grado di agglutinare una maggioranza in Parlamento, accompagnato dalla nomina di quattro vicepresidenti: Manfred Weber, Margrethe Vestager, Frans Timmermans, cioè gli Spitzenkandidaten di Ppe, Liberali e Socialisti, più un vicepresidente dei Verdi.

Quest’ultimo non potrebbe essere la ’Spitzenkandidatin’ Ska Keller, che è tedesca come Weber (ogni Stato membro ha un commissario), ma un Verde indicato da uno dei Paesi Ue in cui gli ecologisti sono al governo (Danimarca, Finlandia, Svezia e Lussemburgo). Questa ipotesi consentirebbe una via d’uscita elegante all’impasse che si è venuta a creare, in attesa di introdurre le liste transnazionali, che i partiti europei non hanno voluto ma che renderebbero gli Spitzenkandidaten una cosa più concreta, rendendoli votabili dagli elettori nei singoli Paesi.

I nomi in lista per la presidenza della Commissione sono diversi, ma la lista non è esaustiva, perché i leader potrebbero avere anche delle carte coperte: c’è Michel Barnier, il capo negoziatore dell’Ue per la Brexit, che piace a molti. Un ostacolo per il politico francese è il fatto che la Germania potrebbe opporsi, visto che la Francia ha ’impallinato’, anche se non da sola, lo Spitzenkandidat del Ppe Manfred Weber.

Il politico savoiardo, a quanto risulta all’Adnkronos, rimane in corsa, perché non è detto che questa difficoltà non venga superata nel negoziato. Con la nomina di Barnier alla Commissione sussisterebbe però il rischio, in particolare per l’Italia, che la Germania possa chiedere la presidenza della Bce con Jens Weidmann, banchiere centrale dalle posizioni spesso antitetiche a quelle di Mario Draghi.

La Commissione Europea, comunque, a meno di sorprese, dovrebbe andare al Ppe, che resta il primo partito nell’Aula. Altri nomi in lista sono Kristalina Georgieva, già vicepresidente della Commissione Europea e oggi alla Banca Mondiale, che è apprezzata a Bruxelles e che, oltretutto, è donna e di un Paese dell’Est, la Bulgaria, cosa che risolverebbe molti problemi in termini di equilibrio del ’pacchetto’ complessivo. C’è poi in lista il premier irlandese Leo Varadkar, del Fine Gael, partito europeista di centrodestra: dichiaratamente gay, di origine indiana, deve però occuparsi della Brexit, che si sta avvicinando a grandi passi.

Un altro ’papabile’ nella lista del Ppe sarebbe il finlandese Alexander Stubb, che venne battuto nella corsa a diventare Spitzenkandidat del Ppe proprio da Manfred Weber; ci sarebbero poi il premier lettone Krisjanis Karins, del Ppe, e quello croato Andrej Plenkovic, sempre del Ppe. Sarebbe in corso un tentativo dei Socialisti di riproporre Frans Timmermans per il ’top job’, ma non sembra destinato a grande fortuna.

La nuova capogruppo dei Socialisti nel Parlamento Europeo, la spagnola Iratxe Garcìa Pérez, esorta "i leader nazionali a fare uno sforzo per trovare un compromesso, nello spirito dei Trattati Ue e della democrazia europea. Per il Parlamento Europeo è stato un grande risultato vedere riconosciuto il suo ruolo dal Trattato di Lisbona e dobbiamo preservare il legame tra la maggioranza nel Parlamento Europeo e il presidente dell’esecutivo europeo".

Il Consiglio Europeo potrebbe comunque trovarsi a dover votare sul presidente della Commissione. Il presidente Tusk è stato chiaro sul punto, e non si ritrarrà, se dovesse rendersi necessario, dal mettere ai voti il nome del candidato: generalmente il Consiglio Europeo predilige le decisioni consensuali, ma già Jean-Claude Juncker nel 2014 venne indicato con l’opposizione di Viktor Orban e di David Cameron. Perché un candidato passi al voto dei leader, occorre la maggioranza qualificata rafforzata, cioè almeno 21 Stati membri che rappresentino almeno il 65% della popolazione.

Per formare una minoranza di blocco occorrono almeno 4 Stati, che rappresentino almeno il 35% della popolazione. Il Regno Unito potrebbe astenersi: l’astensione vale come voto contrario. Il ’pacchetto’ delle nomine Ue in qualche misura è un insieme in cui tutto si tiene: presidente della Commissione, presidente del Consiglio Europeo, Alto Rappresentante per gli Affari Esteri, presidente della Bce e presidente del Parlamento dovranno in qualche misura, nel complesso, avere un equilibrio interno partitico, geografico e di genere. Anche per questo la soluzione non è semplicissima da trovare, con un Parlamento Europeo più frammentato di quello uscente, dove Ppe e Socialisti non hanno più la maggioranza e devono quindi trattare con Liberali e Verdi. Qualche novità potrebbe arrivare da Osaka, in Giappone, dove sono presenti per il G20 diversi leader Ue, incluso il premier Giuseppe Conte, e il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, che dovrebbe riuscire a tornare a Bruxelles domenica mattina con un volo notturno (il G20 termina domani).

"Da Osaka - ha fatto sapere via Twitter Donald Tusk - continuo le mie consultazioni sulle nomine, anche con i leader Ue non presenti al G20. Solo ieri, ho parlato al telefono con 13 leader. Ci stiamo avvicinando ad una soluzione, ma siamo ancora troppo lontani per scendere nello specifico". Una volta risolto il nodo della Commissione e del Consiglio, tutto si sposterà a Strasburgo, dove mercoledì si terranno l’elezione del presidente del Parlamento e dei vicepresidenti.

Addio al poliziotto eroe dell’11 settembre

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Addio a Luiz Alvarez, il poliziotto eroe di New York che fu tra i soccorritori dell’11 settembre. Morto di cancro a soli 53 anni per le inalazioni tossiche di ’ground zero’, Alvarez è stato il simbolo della lotta per un fondo che risarcisca chi si è ammalato di tumore per aver prestato soccorso dopo l’attacco terroristico del 2001 contro le torri gemelle di New York.

Il volto scavato dalla malattia, il fisico provato dalla chemioterapia, Alvarez era intervenuto davanti al Congresso lo scorso 11 giugno per chiedere un rinnovo fino al 2090 dei fondi del Victims Compensation Fund (VCF) che dovrebbe scadere nel 2020, in modo " che si possa provvedere alle nostre famiglie quando noi non potremo più farlo". Con lui era intervenuto l’attore Jon Stewart, impegnato nella stessa causa. Il 19 giugno Alvarez aveva annunciato su Facebook il suo ingresso in un hospice: "mi riposo e mi sento in pace. Continuerò a lottare fino a quando Dio lo vorrà".

Circa 80mila fra pompieri, poliziotti, sanitari dei servizi di emergenza e soccorritori intervennero a ground zero per portare in salvo le vittime degli attentati dell’11 settembre e recuperare i morti. Secondo stime riportate oggi dalla Bbc, nel settembre 2018 si stimava che circa 2mila di loro siano poi deceduti per tumori dovuti alle inalazioni di polveri tossiche durante quei terribili giorni.

Al-Qaeda vuole vendicare la morte di Morsi

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Al-Qaeda accusa le autorità egiziane per la morte del deposto presidente Mohamed Morsi e invita gli egiziani a ribellarsi ad Abdel Fattah al-Sisi. "Esprimiamo le nostre sentite condoglianze alla famiglia di Morsi - si legge in un messaggio diffuso sul web dall’organizzazione terroristica che accusa le autorità egiziane per la morte di Morsi - E’ stato ucciso e tradito dalla mano del tiranno egiziano al-Sisi e dei suoi seguaci".
La morte di Morsi "aggiunge sangue all’elenco della lunga vendetta dei martiri della nazione islamica in generale e in particolare dei figli dell’Egitto - afferma il messaggio - Abbiamo giurato a Dio di continuare il nostro jihad finché non verseremo il sangue di questi tiranni fino a farlo scorrere sulla terra a fiumi".

"Vendichiamo i nostri martiri in terra egiziana - prosegue il testo - In questo senso chiediamo al popolo egiziano musulmano in tutte le sue componenti di aggrapparsi alla religione di Dio e di cercare seriamente di seguire la sharia tramite il jihad contro i tiranni".
Morsi, 67 anni, è morto il 17 giugno durante un’udienza di un processo a suo carico. Espressione dei Fratelli Musulmani, nel 2012 è stato il primo presidente eletto dell’Egitto del dopo-Mubarak. E’ stato poi deposto nel 2013 e successivamente arrestato.

Redazione

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