The Cadorin Bottega. A dynasty of Venetian artists

The exhibition at Fortuny Museum in Venice till 27th March 2017

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Exhibition from 26 November 2016 to 27 March 2017 Venice, Palazzo Fortuny _ The Cadorin bottega exhibition stems from the need to protect an extraordinary artistic and historical heritage: a record of intense activity by at least three generations of artists, architects, musicians and photographers working in Venice between the nineteenth and twentieth centuries.

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The genealogy of this family, who are worthy successors to the great art workshops of the Republic of Venice, represents a unique interweaving of lives under the banner of art, from the sculptor Vincenzo, the photographer Augusto Tivoli and the Fiorini lute-makers, to the architect Brenno del Giudice and the painters Guido Cadorin, Livia Tivoli, Ida Barbarigo and Zoran Music.

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The exhibition, from an idea by Daniela Ferretti, consists of more than two hundred works carefully selected by Jean Clair, and it will be held in the monumental spaces of Palazzo Fortuny, with an exhibition itinerary that evokes and documents not only the fascinating studios of a dynasty of artists, but also the lively intellectual context of the city.

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The “The Cadorin bottega. A dynasty of Venetian artists” exhibition is accompanied by a catalogue featuring numerous critical texts by Jean Clair, Laura Bossi Regnier, Valerio Terraroli, Silvia Carminati, Ester Brunet, Monique Cadorin, Marco Vallora.

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The Museum: once owned by the Pesaro family, this large Gothic palazzo in Campo San Beneto, was transformed by Mariano Fortuny into his own atelier of photography, stage-design, textile-design and painting. The building retains the rooms and structures created by Fortuny, together with tapestries and collections. The working environment of Mariano Fortuny is represented through precious wall-hangings, paintings, and the famous lamps – all objects that testify to the artist’s inspiration and still give count of his eclectic work and of his presence on the intellectual and artistic scene at the turn of the 19th century. The Fortuny Museum was donated to the city in 1956 by Henriette, Mariano’s widow.

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The collections within the museum comprise an extensive number of pieces and materials which reflect the various fields investigated in the artist’s work. These are organised under certain specific headings: painting, light, photography, textiles and grand garments.

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This Museum combines ‘full’ spaces – for example, the first floor salone overflowing with paintings, fabrics and Fortuny’s famous lamps – with more open spaces: on the second floor, walls and windows, lighting and space recount the history of the palazzo and the atelier it housed. From here one can see into the wonderfully intact library, a kaleidoscopic ‘work in progress’ that brings together pieces by Fortuny and by contemporary artists from very different backgrounds.

cms_5268/italfahne.jpgLa Bottega Cadorin. Una dinastia di artisti veneziani

La mostra al Museo di Palazzo Fortuny fino al 27 marzo 2017.

L’epopea di una famiglia sotto l’egida dell’arte, nella Venezia tra Otto e Novecento.

“Il talento pare che faccia vento…” Vite indissolubilmente intrecciate, nonni, figli, cognati, nipoti, spose e mariti; vite dedicate all’arte in una città che con la sua bellezza ha saputo travolgerli, trasmettendo loro il senso della meraviglia. Architetti, scultori ed ebanisti, pittori, fotografi, restauratori, animatori dei più vivaci salotti artistici e culturali. I Cadorin, provenienti da Pieve di Cadore (come Tiziano!) ma già nel XVI secolo trasferiti a Venezia, per tre secoli erano stati una presenza costante nelle vicende d’arte della città lagunare; un protagonismo che pareva essersi interrotto nel 1848 quando venne chiusa l’ultima delle sette botteghe della Serenissima. Fu solo una parentesi: a riprendere la conduzione dell’atelier di famiglia, qualche decennio più tardi e fino al 1925, fu Vincenzo, grande scultore e intagliatore formatosi all’Accademia di Belle Arti e presto a capo di un’impresa che contava oltre 40 maestranze, chiamata a lavorare per i Savoia e per D’Annunzio, per chiese, case e palazzi e partecipe alle esposizioni della Biennale sin dalla sua fondazione. Con Vincenzo e sua moglie Matilde, dalla casa-bottega di fondamenta Briati, ricomincia una storia posta sotto l’egida dell’arte che attraversa altre tre generazioni e tante diverse personalità – i figli Ettore e Guido Cadorin scultore e pittore, l’architetto Brenno del Giudice, il fotografo Augusto Tivoli e la figlia pittrice Livia, i liutai Fiorini – fino a Ida Cadorin in arte Barbarigo e a Zoran Music, uniti dalla vita e dalla passione per la pittura. Una storia intima e pubblica al tempo stesso, fatta di sentimenti, opere d’arte, avvenimenti storici e vicende culturali nella Venezia tra Otto e Novecento, che viene riannodata negli ambienti unici di Palazzo Fortuny a Venezia, dal 26 novembre 2016 al 27 marzo 2017, seguendo il filo dei ricordi dell’ultima testimone e grande erede di questa dinastia e grazie alle emozioni trasmesse dai suoi racconti. Ida Barbarigo ha raccolto, circondandosene negli anni, opere e testimonianze storiche della famiglia che sono in realtà uno straordinario patrimonio d’arte e conoscenza. Oltre 200 di questi lavori sono esposti in quest’occasione nella casa-museo di Mariano Fortuny, vero crocevia di arti, lungamente frequentata in gioventù da Ettore e Guido Cadorin, a rievocare un lessico familiare di cui veniamo eccezionalmente resi partecipi, quasi come amici. Ecco l’odore dei trucioli del Cirmolo; quella frase ripetuta in famiglia “il talento pare che faccia vento”; i versi della “Mille e una notte” letti in francese dalla mamma Livia Tivoli o il giornale satirico che sbeffeggia la passione per le belle donne dello zio Ettore, sempre in giro per il mondo – “Il nostro corrispondente a Parigi sulle arti non possiamo trovarlo perché passa giorno e notte a osservare le gambe di Isadora Duncan, l’incomparabile danzatrice’” Eccoli gli amici di papà Guido che “sapeva fare di tutto. Le arti decorative, i mobili, i vetri, i tessuti, i mosaici ma soprattutto la pittura”: da Malipiero a Pirandello, dai pittori veneziani Nono, Ciardi, Favretto e altri fino a Kokoschka. Ecco il nonno di Ida per parte materna, Augusto Tivoli grande fotografo – ma “i Tivoli non combinano niente” – e la nonna Irene appartenente ai Fiorini, grande famiglia di liutai bolognese tanto che fu il prozio Giuseppe Fiorini a donare, nel 1930, gli strumenti e gli archivi di Stradivarius al museo di Cremona. Eccolo infine il viaggio a Parigi con Zoran, la sognata Parigi. Su questo nuova trama si sono intrecciate altre memorie, prima fra tutte quella di Jean Clair, Accademico di Francia – chiamato a curare questa mostra nata da un’idea di Daniela Ferretti – che ha personalmente conosciuto Guido, Livia e Paolo e ancora Ida e Zoran di cui è stato grande amico, frequentandone le case e gli studi per più di quarant’anni. Sotto la sua magistrale supervisione le opere sono state puntualmente selezionate per documentare una straordinaria epopea artistica. Arrivano così in mostra dalla casa di Ida, a Palazzo Balbi Valier, dove erano appese alle pareti del grande salone o dello studio o sistemate nelle tante stanze della dimora, le opere del padre Guido Cadorin, disegni e dipinti: da quelli dei primi decenni del Novecento L’idolo (1911), il Ritratto del padre (1910), il trittico Carne, carne, sempre carne (1914) oppure Nudo e paesaggio fiorito del 1920 e Il canale del ‘21, ai lavori degli anni Cinquanta e Sessanta come Punta della Dogana del 1956, Piazzale Roma del ’58, Acque del 1963 o il bellissimo Donde un giorno nacque il miracolo di Venezia del 1969, fino alle tele datate 1973. Arrivano le sculture di legno del nonno Vincenzo – una grande stele, la fioriera liberty del 1903, le sculture delle Tabacchine – ma anche i suoi gessi e le terracotte; ci saranno gli avori che mostrano la perizia tecnica di Ettore; le foto straordinarie di Augusto che ci svelano i volti di questa dinastia, le scene familiari, testimoniando anche le mondanità veneziane, gli interni di Palazzo Papadopoli, l’arrivo di Guglielmo II Imperatore o il crollo del campanile di San Marco del 1903. E poi Ida e Zoran. Lei con con i suoi sogni – Caffè (1956), Jeu ouvert (1961) – e le sue angosce: da L’uomo di pietra (1967) a Le persécuteur (1979), da Demone o Saturno (1997) a I terrestri (2002). Zoran con i drammatici disegni a inchiostro, che fissano per sempre la visione terribile dei corpi straziati a Dachau, e con i dipinti: da quelli degli anni Cinquanta, – Estate in Istria (1957), Terre dalmate (1958) – alle immagini di Venezia degli anni Ottanta come il Canale della Giudecca (1980) o Il Mulino stucky, ai Ritratto di Ida dell’83 e dell’86, per arrivare alle opere dell’ultimo periodo quando ormai la vista se ne stava andando: Figura grigia seduta e La poltrona grigia entrambe del 1998. “Il papà ci diceva sempre: soprattutto, non fate gli artisti, è una cosa spaventosa!” La mostra è accompagnata da un prezioso catalogo, curato da Daniela Ferretti (ed. Antiga), a tante voci: Laura Bossi Régnier che ha raccolto i ricordi di Ida Barbarigo, Ester Brunet, Silvia Carminati, Jean Clair, Daniela Ferretti, Valerio Terraroli, Marco Vallora, Monique Veillon Cadorin.
Il Museo di Palazzo Fortuny: costruito per iniziativa di Benedetto Pesaro a partire dalla metà del Quattrocento l’edificio, ampliato e trasformato nel corso dei secoli, si presenta con l’imponenza della sua vasta mole con una facciata verso il rio di Ca’ Michiel e con una più estesa, e tra le più complesse del gotico veneziano, sul campo di San Beneto. Il palazzo vanta alcune soluzioni architettoniche di rilevante pregio come le due eptafore del primo e del secondo piano nobile, e da un inusuale profondità delle sale passanti tra le due facciate, oltre 43 metri di lunghezza. La sua struttura è tradizionale nell’architettura veneziana. Sviluppato su di un edificio precedente, sorto con caratteristiche di fondaco commerciale, lungo un asse che collega l’ingresso dal canale con quello di terra, il portego , si sviluppano e si ampliano stanze e servizi. Al pian terreno sono infatti ancora visibili le tracce di quattro archi a sesto ribassato, successivamente tamponati, che in origine determinavano un effetto di interno-esterno. Anche gli interni presentano alcuni elementi architettonici particolarmente rilevanti e raffinati, come gli architravi lignei e i pilastri in marmo scolpiti del primo piano nobile.

Dopo la morte di Fortuny, avvenuta nel 1949 Il palazzo fu donato nel 1956 al Comune di Venezia per essere “utilizzato perpetuamente come centro di cultura in rapporto con l’arte”, com’è espressamente indicato nell’atto notarile; l’amministrazione cittadina di fatto ne ebbe pieno possesso solo nel 1965, data della morte della vedova Henriette. Aperto il Museo nel 1975, nonostante una serie di criminose spoliazioni degli arredi avvenute negli anni precedenti, l’originale sede museale, più una casa-museo che un museo vero e proprio, si è caratterizzata nel corso degli anni come centro di attività espositive dedicate alle arti visive, conservando però intatte le caratteristiche di ciò che fu lo studio preferito al primo piano nobile di Mariano Fortuny. Cosi come intatta è la sua preziosa biblioteca ricchissima anch’essa di arredi, di oggetti e di preziosi volumi d’arte e di tecnica. Dalla raccolta dei dipinti, ai preziosi tessuti che rivestono interamente le pareti, alle celebri lampade, tutto è testimonianza della geniale ispirazione dell’artista tra sperimentazione e innovazione, tutto è testimonianza della sua presenza sulla scena intellettuale e artistica internazionale a cavallo tra ‘800 e ‘900.

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Domenico Moramarco

Tags: Museo Fortuny Venice The Cadorin Bottega

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