Tangenti, arrestata Lara Comi

Caso Cucchi, due carabinieri condannati a 12 anni - Carabiniere ucciso, chiesto giudizio immediato per americani - Droga nascosta nelle banane, maxisequestro nel porto di Gioia Tauro

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Tangenti, arrestata Lara Comi

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Ai domiciliari l’ex eurodeputata di Forza Italia Lara Comi. Tre le misure cautelari, di cui una in carcere, applicate dai finanzieri del Nucleo Polizia economico-finanziaria di Milano e della compagnia Busto Arsizio in seguito all’esecuzione di un’ordinanza del gip di Milano per la seconda fase dell’inchiesta ’Mensa dei poveri’. Le accuse per gli indagati sono, a vario titolo, di corruzione, finanziamento illecito e truffa. Oltre a Comi, ai domiciliari è finito Paolo Orrigoni l’amministratore delegato della catena di supermercati Tigros, mentre si sono aperte le porte del carcere per Giuseppe Zingale, già protagonista nella prima parte dell’indagine e che continua a ricoprire la carica di direttore generale di Afol, azienda accredita presso Regione Lombardia per i servizi di formazione e lavoro.

Per Comi, Orrigone e Zingale previsti per lunedì 18 novembre gli interrogatori di garanzia. Il gip dovrebbe procedere prima all’interrogatorio di Zingale, quindi a quelli di Comi e Orrigoni che dovrebbero tenersi al settimo piano del palazzo di giustizia a Milano.

In particolare tra gli episodi contestati a Comi risulta, a dire dell’accusa, un finanziamento illecito erogato dall’imprenditore bresciano Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, indagato nei mesi scorsi. Le misure cautelari di oggi, firmate dal gip di Milano Raffaella Mascarino, sono il secondo filone dell’inchiesta ’Mensa dei poveri’ che lo scorso 7 maggio ha coinvolto 43 persone, tra cui altri esponenti politici. In particolare questa parte dell’indagine riguarda le modalità con cui l’imprenditore varesino si sarebbe attivato per il cambio di destinazione urbanistica di un’importante area, da industriale a commerciale, per potervi costruire un’attività̀ commerciale; di come professionisti e imprese abbiano ottenuto fittizi incarichi di consulenza, conferiti da società a partecipazione pubblica, in cambio della successiva retrocessione agli indagati di una parte dell’incasso.

Non solo: nell’indagine milanese si contesta anche la truffa ai danni del bilancio dell’Unione Europea in relazione a fittizi contratti stipulati per mansioni di collaborazione con spese a carico del Parlamento europeo, creando così ’provviste’ di denaro a favore degli indagati mediante la retrocessione di una quota del corrispettivo liquidato. Tra i reati contestati anche l’emissione di fatture false.

L’ORDINANZA - "Nonostante la giovane età - sostiene il gip di Milano, Raffaella Mascarino, nell’ordinanza con cui ha applicato la richiesta di arresti domiciliari - Lara Comi ha mostrato nei fatti una non comune esperienza nel far ricorso ai diversi collaudati schemi criminosi volti a fornire una parvenza legale al pagamento di tangenti, alla sottrazione fraudolenta di risorse pubbliche, all’incameramento di finanziamenti illeciti". Il tutto, secondo il gip, "attraverso la retrodatazione di quota parte degli esborsi erogati per lo svolgimento di consulenze, attraverso l’ingiustificato aumento di emolumenti di cui chiede il rimborso all’ente di appartenenza, attraverso la predisposizione di consulenze fittizie attraverso la cui remunerazione mascherare l’ottenimento di finanziamenti illeciti".

La misura degli arresti domiciliari per l’ex eurodeputata azzurra risulta idonea per il gip rispetto ai reati contestati, vista la "refrattarietà dimostrata dalla Comi in merito al rispetto delle regole". Inoltre Comi potrebbe ripetere le condotte che le vengono contestate "in una pluralità di scenari che non presuppongono necessariamente l’attuale copertura di una pubblica funzione".

Comi, sostiene il gip, avrebbe inoltre mostrato una "peculiare abilità" nello "sfruttare al meglio la sua rete di conoscenze al fine di trarre dal munus publicum di cui era investita per espressione della volontà popolare il massimo vantaggio in termini economici e di ampliamento della propria sfera di visibilità". Per Mascarino i reati contestati agli indagati - tra cui truffa ai danni del parlamento europeo e finanziamento illecito - evidenziano "un quadro di grave allarme sociale". Gli indagati con "spregiudicatezza e disinvoltura" avrebbero agito con l’obiettivo di "beneficiare di favori in ragione della funzione pubblica esercitata o del sistema di relazioni ad essa funzionali, con conseguente sviamento dei poteri pubblici conferiti in favore del soddisfacimento di interessi personali".

Secondo gli investigatori, l’ex parlamentare sapeva di essere nel mirino degli inquirenti e di poter essere indagata. In una conversazione intercettata cerca di concordare versioni da fornire a giornalisti e magistrati. "Comunque oggi io dirò che non ho mai preso 17k (17mila euro, secondo l’accusa, ndr), non ho mai avuto consulenze con Afol né di società a me collegate che non esistono...", dice rivolgendosi a Maria Teresa Bergamaschi

Caso Cucchi, due carabinieri condannati a 12 anni

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Fu omicidio quello di Stefano Cucchi, il geometra 31enne arrestato dai carabinieri il 15 ottobre del 2009 per droga e deceduto una settimana dopo all’ospedale Sandro Pertini di Roma. I giudici della prima corte di assise di Roma hanno condannato con l’accusa di omicidio preterintenzionale i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro; assoluzione ‘per non aver commesso il fatto’ invece per il militare dell’Arma Francesco Tedesco, unico imputato presente in aula. Condanna a 3 anni e 8 mesi per il maresciallo Roberto Mandolini e a 2 anni e mezzo per Tedesco, entrambi per l’accusa di falso. Assolti, invece, Vincenzo Nicolardi, Tedesco e Mandolini dall’accusa di calunnia.

"Oggi ho mantenuto la promessa fatta a Stefano dieci anni fa quando l’ho visto morto sul tavolo dell’obitorio. A mio fratello dissi: ‘Stefano ti giuro che non finisce qua’. Abbiamo affrontato tanti momenti difficili, siamo caduti e ci siamo rialzati, ma oggi giustizia è stata fatta e Stefano, forse, potrà riposare in pace". Così Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, ha commentato la sentenza. "Ci sono voluti 10 anni e chi è stato al nostro fianco ogni giorno sa benissimo quanta strada abbiamo dovuto fare -ha aggiunto-. Ringrazio tutti coloro che non ci hanno abbandonato e ci hanno creduto, assieme a noi". "Il nostro pensiero va al carabiniere Riccardo Casamassima, che oggi era qua al nostro fianco, e alla moglie Maria Rosati, per tutto quello che stanno passando", ha sottolineato Ilaria subito dopo la sentenza nell’ambito del processo che si è aperto proprio grazie alle rivelazioni del supertestimone Casamassima.

"Ci sono voluti dieci anni di dolore", hanno sottolineato anche i genitori di Stefano Cucchi, Rita Calore e Giovanni Cucchi. "Andremo sempre avanti -hanno aggiunto-. Lo abbiamo giurato davanti a quel corpo martoriato. A Stefano abbiamo promesso di andare avanti per avere verità e giustizia. Questo è il primo passo e andremo avanti fino alla fine, ma oggi è già tanto e vogliamo ringraziare la procura di Roma e tutte le persone che ci sono state vicine". "Non avremmo mai mollato, mai", ha proseguito la mamma di Stefano, che ha voluto ringraziare l’ex procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone e il pm Giovanni Musarò, per la riapertura del caso. "Noi non volevamo un colpevole qualsiasi, noi volevano la verità, abbiamo sempre cercato la verità, e oggi l’abbiamo ottenuta", ha aggiunto il padre del geometra romano.

I giudici della prima corte di assise di Roma hanno disposto il pagamento di una provvisionale di 100mila euro ciascuno ai genitori di Stefano e alla sorella Ilaria mentre i carabinieri Di Bernardo, D’Alessandro, Mandolini e Tedesco, a vario titolo, dovranno risarcire, in separata sede, le parti civili Roma Capitale, Cittadinanzattiva e tre agenti della polizia penitenziaria. Di Bernardo e D’Alessandro sono stati inoltre interdetti in perpetuo dai pubblici uffici, mentre una interdizione di cinque anni è stata disposta per Mandolini.

Il pm Giovanni Musarò aveva chiesto di condannare a 18 anni di carcere Di Bernardo e D’Alessandro, i due carabinieri accusati di aver picchiato il geometra 31enne nella sala del fotosegnalamento alla stazione Casilina. Assoluzione ’per non aver commesso il fatto’ invece era stata chiesta per il terzo militare dell’Arma, Tedesco, accusato come gli altri due di omicidio preterintenzionale, ma che avrebbe assistito al pestaggio intervenendo per bloccare i suoi due colleghi, come ha poi rivelato lo stesso Tedesco a distanza di anni. "E’ finito un incubo", ha detto il carabiniere commentando a caldo la sentenza attraverso il suo legale, Eugenio Pini.

Il pm aveva chiesto inoltre la condanna a 3 anni e mezzo per Tedesco per l’accusa di falso e la condanna per la stessa accusa a 8 anni di reclusione per il maresciallo Mandolini, mentre il non doversi procedere per prescrizione dall’accusa di calunnia era stato chiesto per Tedesco, Nicolardi e Mandolini.

"Abbiamo manifestato in più occasioni il nostro dolore e la nostra vicinanza alla famiglia per la vicenda culminata con la morte di Stefano Cucchi. Un dolore che oggi è ancora più intenso dopo la sentenza di primo grado della Corte d’assise di Roma che definisce le responsabilità di alcuni carabinieri venuti meno al loro dovere, con ciò disattendendo i valori fondanti dell’istituzione", è il commento del comandante generale dell’arma dei Carabinieri, Giovanni Nistri. "Sono valori -evidenzia- a cui si ispira l’agire di 108mila carabinieri che, con sacrificio e impegno quotidiani, operano per garantire i diritti e la sicurezza dei cittadini, spesso mettendo a rischio la propria vita, come purtroppo testimoniano anche le cronache più recenti".

"E’ una condanna che dà grande amarezza visto che la corte non ha accolto la nostra richiesta di interrompere la camera di consiglio per disporre una super perizia per eliminare ogni dubbio sul nesso di causalità. Aspettiamo le motivazioni e utilizzeremo tutti gli strumenti a nostra disposizione per ribadire l’estraneità di D’Alessandro rispetto alla morte di Stefano", ha affermato Maria Lampitella, legale di D’Alessandro, dicendosi certa che "non ci fu pestaggio" e che D’Alessandro sia completamente "estraneo alla morte di Cucchi". "E’ una condanna ingiusta", ha aggiunto, annunciando ricorso in appello.

Carabiniere ucciso, chiesto giudizio immediato per americani

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La Procura di Roma ha chiesto il giudizio immediato per Finnegan Lee Elder e Christian Gabriel Natale Hjort, i due americani in carcere a Regina Coeli per l’omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega. Coordinati dal procuratore facente funzioni Michele Prestipino e dal procuratore aggiunto Nunzia D’Elia, i pm hanno chiuso le indagini e la richiesta di giudizio immediato cautelare permette di saltare l’udienza preliminare arrivando direttamente davanti alla corte d’Assise. Ai due indagati vengono contestati la tentata estorsione, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e concorso in omicidio.

Cerciello venne ucciso la notte del 26 luglio con 11 coltellate nell’aggressione nel quartiere Prati a poche centinaia di metri dall’hotel Le Meridien dove i due americani alloggiavano. Il vicebrigadiere, quella notte, insieme al collega Andrea Varriale andò in via Pietro Cossa per recuperare la borsa che i due ragazzi avevano portato via a Sergio Brugiatelli. Elder e Hjorth, dopo il furto dello zaino avevano organizzato, infatti, un ’cavallo di ritorno’ e dissero a Brugiatelli di riportare soldi e droga. All’appuntamento però si presentarono i due carabinieri e Cerciello mori’ sotto le coltellate inferte da Elder.

Droga nascosta nelle banane, maxisequestro nel porto di Gioia Tauro

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Oltre una tonnellata, quasi 1.200 chili di cocaina purissima sono stati sequestrati dai carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria, unitamente al R.O.S., unitamente ai finanzieri del comando provinciale della Guardia di Finanza, con il supporto dei funzionari dell’Agenzia delle dogane di Gioia Tauro e il concorso operativo di funzionari Europol, occultata in 144 imballi celati in un container refrigerato adibito al trasporto di banane.

Il container, proveniente dal Sud America e sbarcato a Gioia Tauro, era cartolarmente destinato in Germania. L’imponente risultato è frutto dello sforzo congiunto e sinergico di più componenti operative attive nel contrasto ai grandi traffici di sostanze stupefacenti: da una parte i risultati della cooperazione internazionale di polizia assicurata dalle componenti dell’Arma, grazie al supporto della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga ed Europol; dall’altro una convergente e approfondita analisi di rischio effettuata dai finanzieri e dai funzionari doganali sull’intero carico trasportato dalla portacontainer in arrivo allo scalo portuale di Gioia Tauro nella notte di sabato scorso, a seguito della quale è stato enucleato un ristretto numero di box per i quali veniva riconosciuto un possibile rischio di contaminazione.

In tutte le fasi, le operazioni sono state eseguite in perfetta sinergia con i funzionari dell’Agenzia delle Dogane di Gioia Tauro. Gli uomini impegnati nell’operazione hanno infatti scoperto l’ingente quantitativo di droga a seguito di scansione radiogena eseguita mediante le sofisticate attrezzature in dotazione all’Agenzia delle Dogane.

L’attività, di cui è stata data comunicazione alla locale Direzione Distrettuale Antimafia diretta dal Procuratore Giovanni Bombardieri, ha goduto della collaborazione, anche internazionale, tra le forze in campo nel contrasto al narcotraffico, come testimoniato dalla presenza sul campo dell’Agenzia Europea di Polizia, che ha confermato la centralità della piana e del porto di Gioia Tauro, quale nodo di transito prioritario per i grandi traffici di cocaina, in linea con gli esiti di pregresse indagini condotte dall’Arma dei Carabinieri in direzione di sodalizi di matrice ‘ndranghetistica sistematicamente attivi nel traffico internazionale di cocaina (in particolare le indagini Decollo, Solare, Crimine Tre, Acero e Ares).

Ad analoghe conferme, circa l’operatività delle principali cosche di ‘ndrangheta operanti nella piana, è giunta l’attività antidroga conclusa dal Goa della Guardia di Finanza nei tempi recenti (quali ad esempio, le operazioni Puerto Liberado, Rio De Janeiro, Puerto Connection, Vulcano e Balboa).

Da sottolineare, infine, il fondamentale ruolo del sistema di controllo preventivo e di analisi del rischio attuato dalle forze presenti all’interno del Porto di Gioia Tauro, bacino che rimane strategico nelle rotte dello stupefacente, che ha consentito alla Guardia di finanza ed all’Agenzia delle Dogane – solo negli ultimi 12 mesi – di sequestrare oltre 2,5 tonnellate di cocaina. Si tratta di uno dei sequestri più ingenti mai effettuati nel territorio nazionale: la cocaina, purissima, una volta tagliata ed immessa sul mercato, avrebbe fruttato oltre 250 milioni di euro ai trafficanti.

Redazione

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