Social network

Più ci stressano più creano dipendenza

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Incapaci di vivere la solitudine, di avviare un proficuo dialogo von il proprio Sé interiore. L’allarme lanciato qualche anno fa grazie al libro di Sherry Turkle, La conversazione necessaria, è oggi più che mai attuale. Lanciarsi in un’operazione introspettiva della propria persona è un lavoro a cui molti cercano di tenersi lontano, vuoi perché richiede una forte disciplina, vuoi perché ci rende maggiormente vulnerabili e soggetti ad attacchi dall’esterno (e dall’interno di noi stessi).

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Paure e angosce, timori e incapacità soggettive, vengono quindi tenute a bada e condivise attraverso la gestione di quel Sé algoritmico di cui appunto parlava la Turkle. La piena affordance tecnologica nella quale siamo immersi attraverso un’ecologia mediatica in cui ci si abitua sin dalla tenera età a essere multitasking, rende sempre più gli utenti vulnerabili e fragili di una tecnologia invasiva persino nei sentimenti più umani della nostra persona. Non riuscire ad affrontare sentimenti come il senso di solitudine e a usare i rari momenti in cui siamo finalmente soli con noi stessi per dialogare con il nostro Io, ci rende terribilmente fragili, succubi di strumenti studiati per rimanerci attaccati h24 atti a smorzare ogni tentativo di introspezione solitaria.

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Un recente studio della Lancaster University, pubblicato dalla rivista Information Systems Journal, dimostra che i social media producono una dipendenza quasi impossibile da superare da parte di milioni di utenti. Non solo. I social, dicono gli studiosi, sono intercambiabili tra loro, nel senso che quando diventano stressanti per qualsiasi ordine di motivo, gli utenti tendono a usarne altri invece di dedicarsi ad altre attività, non facendo altro che aumentare il loro livello di dipendenza tecnologica. I ricercatori hanno elaborato una forma di tecnostress causato dai social network, sottoponendo 444 utenti di Facebook a dei questionari per verificare il loro comportamento. Chi ha una frequentazione maggiore dei social, quando si sente stressato, ha una probabilità maggiore di rimanere sulle piattaforme di condivisione piuttosto che uscirne; più si rimane su un social network, più è facile che l’utente si rechi su un’altra piattaforma, con la possibilità concreta che si sviluppi una vera e propria forma di dipendenza. L’utente medio, in pratica, si comporta come una farfalla che va di fiore in fiore (da social in social) per ragioni fisiologiche e di autoconservazione.

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L’atmosfera emotiva che si respira all’interno di una piattaforma social non è altro che un esercizio di atrofizzazione della conversazione vis-à-vis e di una falsa percezione di essere massimamente efficienti proprio perché iperconnessi. Pretendiamo e desideriamo immediate gratificazioni grazie alla modalità always-on a cui siamo favorevolmente sottoposti e che evita a molti di confrontarsi con pericolose e non controllabili interazioni dal vivo. In un panorama nel quale il senso della conversazione e del confronto perdono la loro originale sostanza umana, sono le nuove generazioni a subire questo attacco con conseguenze che si riverberano inevitabilmente sulla privacy e sulle discussioni complesse, un tempo non considerate ancora come beni di lusso, ma come consuetudini di una comunità coesa impegnata ad ascoltarsi a vicenda.

Andrea Alessandrino

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