Shaming online

La lapidazione corre sul web

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La si può chiamare in vari modi, Internet Shaming, Shaming Online, Public Shaming, ma la cosa che accumuna tutte queste definizioni è il riversare su persone note o spesso poco note, forti molestie su internet al limite del pubblico linciaggio. Negli Stati Uniti, dove il fenomeno è nato e si è diffuso, vi è ormai un’ampia e diffusa letteratura a tal proposito, grazie ai libri di Jon Ronson “So You Been Publicly Shamed" (Riverhead Books) e di Sue Scheff e Melissa Schorr “Shame Nation: The Global Epidemic of Online Hate” (con la prefazione di Monica Lewinsky), in cui si raccontano le storie di persone normali che all’improvviso diventano il bersaglio preferito di attacchi sul e dal web.

cms_13952/2v.jpgTutto ha inizio nel momento in cui si pubblica qualcosa destinato alla stretta cerchia di amici social e che pian piano si fa strada verso un pubblico più vasto e indefinito. Con la velocità del web, milioni di persone saranno edotte di cosa ha detto o cosa ha fatto un normale essere umano, utente di qualche social network, di cui nessuno aveva mai sentito parlare prima d’ora. L’utente oggetto di attacchi pubblici online può essersi distinto per un’opinione su un personaggio pubblico, per una sua azione di protesta politica, per un qualsiasi altro comportamento, gesto o atteggiamento nei confronti di qualcosa o qualcuno. Ecco attivarsi immediatamente lo shaming online, un insieme di condanne organizzate su internet da utenti forti del proprio diritto di cittadinanza digitale che ognuno di essi sente di possedere e di conseguenza crede di potersi esprimere su qualsiasi questione messa in rete. L’incultura dello shaming online è una pratica consolidata del più ampio e variegato bagaglio di un’altrettanta invalidante pratica utilizzata per offendere la dignità di una persona, l’hate speech. Sono tutte pratiche accumunate da un fine comune, l’ostracismo online, i cui effetti si riversano su target ed estrazioni sociali indifferenziate e che hanno come substrato la pericolosa tendenza ormai in atto da tempo, nel rifiutare ogni tipo di ascolto della controparte, chiunque essa sia, nel momento in cui quest’ultima non sostiene le nostre stesse idee (bias di conferma).La vita digitale ha cambiato i comportamenti e il modo in cui molte persone erano abituate a stare al mondo e a condividere con gli altri storie e vicende private. Le attività online dei miliardi di utenti diffusi in tutto il mondo rendono la verità sempre più fragile ed effimera, fomentano la diffidenza reciproca, pongono una definitiva pietra tombale sulla privacy e, buon ultimo, aumentano le divisioni sociali.

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L’attività di networking quotidiano che permette di far viaggiare, virtualmente, persone, informazioni e attività di ogni tipo, viene sempre più spesso usata per lasciare le proprie personali convinzioni al punto di partenza, nel non riuscire a creare conversazioni costruttive (perché non basate sul vis a vis). Il grande e immenso potere concessoci dalla tecnologia del web, ha portato paradossalmente a una veloce corrosione del senso reciproco di umanità con pericolosi riverberi sulla vita reale e sulla propaganda politica. Ergersi a paladini di un fantomatico senso di giustizia basato sul racconto emozionale di qualche ciarlatano populista, fa sì che persone di ogni estrazione sociale partecipino volentieri alla campagna di diffamazione di individui mai conosciuti. Con un clic sulla tastiera esprimiamo costantemente il nostro pubblico livore su valori altri considerati anomali perché non conformi alle nostre norme sociali e ai nostri standard comportamentali. È un ritorno a uno pseudo puritanesimo, in America storicamente ben noto, quando coloro i quali si ritenevano avessero attraversato la sottile e pubblica linea morale, erano soggetti a lapidazione, disprezzo o peggio ancora, a condanna a morte. Oggi le cose non sono poi così diverse, con l’aggravante di sentirsi convalidati e approvati per le proprie emozioni di pancia da una platea infinita e consenziente, pronta a condividere foto e video volgari o inappropriati allo scopo di offendere e denigrare altri utenti. Internet ha una portata illimitata e le vittime e potenziali tali di un’offesa digitale imparano presto a vivere con le implicazioni e le conseguenze di un marchio e di un’onta social. Il discrimine tra il presente e il passato dell’informazione è oggi la velocità con cui le notizie viaggiano e si diffondono, la rapidità con cui un messaggio o un post impregnato da un’intenzione di “shaming online” abbia una dimensione pubblica in grado di raggiungere chiunque e di fissarsi inesorabilmente nel tempo.

Andrea Alessandrino

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