Se in Rete si parla solo a base di hate speech

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Odio, insulti, misoginia. Il linguaggio usato sui social sembra indirizzarsi verso un tipo di comportamento che non può definirsi propriamente oxfordiano e rispettoso degli altri. Qualcuno potrebbe affermare che i social non sono altro che lo specchio dei tempi che viviamo, e non sarebbe poi così lontano dalla realtà dei fatti. Atteggiamenti poco vicini a un indole pacifica e altruista, lo si possono denotare quotidianamente dalla condotta espressa dalle persone nelle nostre città: visi imbronciati, sguardi torvi, paura, diffidenza, in una sola parola, egoismo imperante. Fidarsi è bene, ma non fidarsi sembra molto meglio. I media poi rinfocolano la tendenza a coltivare un’immagine poco rassicurante del mondo, una weltanschauung torbida e poco sicura per l’individuo, circondato continuamente da pericoli a ogni angolo di strada.

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È un’epidemia pericolosa, rapida nel diffondersi e ad attecchire facilmente nella nostra mente, non debellabile con farmaci o rassicurazioni esogene. Se poi questi atteggiamenti li trasmettiamo nel mondo social, noteremo una tendenza schizofrenica e molto diffusa sotto ogni latitudine. L’ultimo allarme per esempio lanciato dagli osservatori ed esperti della Rete si chiama “body shaming”, ed è la tendenza a commentare sui social network, in modo negativo, la forma fisica delle persone, in particolar modo delle donne, con il risultato di far vergognare la vittima del proprio corpo e con il pericolo di spingerla poi verso un comportamento alimentare scorretto. L’allarme è fondato e da non sottovalutare se addirittura una donna su 2 sperimenta questo fenomeno fomentato dagli insulti.

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I risultati emergono da un’indagine promossa da Nutrimente Onlus, associazione per la prevenzione, la cura e la conoscenza dei disturbi del comportamento alimentare, condotta su circa 4.000 italiani tra uomini e donne di età compresa tra 18 e 55 anni, e realizzato con un monitoraggio online sui principali social network, blog, forum e community. Gli insulti e le frecciatine si rivolgono in particolar modo a parti del corpo come innanzitutto le gambe, a seguire la pancia, il fondoschiena e i fianchi, con conseguenze pericolose sul piano dell’autostima e degli stati d’ansia indotti. Il fenomeno tocca il suo apice soprattutto in estate, quando molte adolescenti, le più colpite dagli insulti e le più sensibili alla cura della propria immagine, tendono a scoprirsi di più e dunque a mostrare un corpo non corrispondente agli attuali stereotipi di bellezza femminile.

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Il deprecabile fenomeno del body shaming rappresenta solo la punta dell’iceberg di un comportamento in Rete ben più grave, se addirittura il Time, una delle più famose riviste americane, ha deciso di dedicare la sua copertina alla “cultura dell’odio” di Internet. Il confronto con la copertina del 2006 sempre del Time in cui il premio “persona dell’anno” era assegnato agli utenti online, appare impietosa e fa emergere in tutta la sua gravità il problema, ovvero Internet è divenuta la meta degli insulti misogini. Sull’hatespeech in Rete, argomento non certo nuovo da quando Internet esiste, se n’è occupato stavolta la britannica Demos attraverso un’analisi dei flussi dei messaggi su Twitter (tweet). Lo studio ha monitorato le tipiche offese che vengono rivolte alle donne online in un periodo di tre settimane, e il risultato dimostra che il 50% delle persone responsabili degli abusi online sono proprio le stesse donne.

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Parallelamente anche in Italia si è tentato di definire il fenomeno attraverso una ricerca delle Università di Milano, Bari e La Sapienza di Roma, con un’analisi di oltre 2,6 milioni di tweet riferiti alle diverse categorie più bersagliate dai messaggi offensivi. Gli Internet Heaters che popolano con i loro insulti la Rete appartengono a ogni tipo di estrazione sociale, un popolo vigliacco che forte di un nickname virtuale dietro il quale nascondersi, si ritiene libero di sfogarsi contro ebrei, gay, donne, immigrati a seconda dell’agenda setting dei media. Il virtuale viene usato per lavare i propri panni sporchi, dare libero sfogo all’homo homini lupus hobbesiano, certi di godere della protezione dell’anonimato, sicuri che le proprie pulsioni negative centrino l’obiettivo dei loro strali: i più deboli e gli indifesi. O tempora o mores…

Andrea Alessandrino

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