SPECIE, SESSO E GENERE

GLI ORDINI DELLA VIOLENZA - PARTE II

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Qual è l’impulso fisso che si scatena nel caso della codificazione del termine “violenza”? Quando si nega che la violenza è una condotta possibile nella democrazia, si scatena la possibilità di esercitarla contro quelli definiti “violenti”. Allo stesso tempo, si nasconde che si sta commettendo un atto di violenza e per questo non si possono sottoporre a revisione o a controllo i propri atti di violenza scatenati in modo riflesso. Per giunta, si nega il fondamento ultimo di qualsiasi regime politico, che è la violenza fisica; per questo non c’è la possibilità di difendere un ordine politico alternativo utilizzando la forza che lo renda possibile quando ci sono oppositori, visto che il monopolio nell’uso della stessa è rimasto nelle mani degli opponenti. Resta oscuro il fatto che la democrazia, quando si trova minacciata, ha un ultimo tentativo per garantire la sua continuità, che è l’esercizio della violenza fisica. Di conseguenza si produce un paradosso tragico, che è la rinuncia all’uso della violenza per rendere possibile la vita in comune, e si traduce in una perdita di sovranità, visto che i poteri dello Stato cessano di essere sottoposti a controllo in virtù di questa conversione delle idee in “idee”. Per quanto riguarda il binomio aggressore/vittima, si attribuisce di nuovo il monopolio della violenza ad una delle due parti, all’uomo, concentrandosi la passività nella donna. La risposta è armare un braccio vendicatore, che punisca l’aggressore e difenda la vittima: non si tratta di togliere la donna dalla sua posizione, né di fermare l’uomo; si tratta, soprattutto, di vendicarsi. Gli uomini difendono le donne degli uomini, in ogni caso le donne continuano a dipendere dagli uomini, e quanto più sono aggredite tanto più hanno bisogno degli uomini per essere difese.

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Ritornando alle parole con cui ci riferiamo alle cose, “violenza” è il termine che ci conduce alla qualità di violento, o all’utilizzo della forza in qualsiasi operazione. La violenza ha che vedere con ciò che si fa e in che modo si fa, essendo violenta qualsiasi cosa che si fa o che succede con bruschezza o con straordinaria forza o con intensità. Riguardo al modo di farlo, nel dizionario si contrappone l’utilizzo della forza all’utilizzo della legge o della giustizia. La violenza ha che vedere anche con il sostenere o realizzare le cose contro la loro tendenza naturale.

Esiste un atto di forza molto significativo, che consiste nell’entrare con la forza in qualsiasi luogo, profanare un luogo sacro, o costringere una donna, soprattutto minorenne, a soddisfare il desiderio sessuale di un uomo. Siccome la forza è una componente importante della violenza, vediamo che si dice di essa. Si tratta della capacità di realizzare un lavoro o di muovere qualcosa, di fare o di ottenere qualcosa o di produrre un effetto, di sopportare un peso o di respingere una spinta. La violenza non vuole necessariamente causare del danno, anche se lo causa; l’aggressività, al contrario, vuole causare danno. Tutto sommato sembra che la violenza abbia che vedere più con i mezzi che con i fini, ed è un mezzo per spuntarla. Il termine “violenza” si trova frequentemente associato a quello di aggressività, che è un derivato di aggredire: attaccare, spingersi contro qualcuno per ferirlo, colpirlo o causargli qualche danno. Il danno è l’effetto causato in qualcosa o in qualcuno che lo fa essere o stare peggio. Se ci atteniamo al dizionario, la violenza in sé non può essere condannata né rifiutata moralmente, giacché l’uso della forza in sé non è condannabile. Saranno in ogni caso i risultati che originano il suo uso, o le condizioni in cui hanno luogo gli atti violenti, ciò che ci permetterà di formulare una critica della stessa.

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Se accettiamo che negli esseri umani, il più opposto alla sua natura, pur contraddittorio quanto sembra, è il non intervenire su essa stessa, entra a far parte della nostra natura la violenzaa cui la sottoponiamo, trasformandola storicamente. La violenza di oggi su noi stessi e sugli altri, ci converte domani in qualcuno di diverso. Qualcosa di questo accade nel passaggio dai desideri di primo ordine a quelli di secondo ordine: la morale è un esercizio di violenza, visto che sperimentiamo desideri ambivalenti, vogliamo cose che non vorremmo, i desideri entrano in conflitto. Riguardo le nostre relazioni con gli altri, d’altra parte, non sempre, né in tutto, è possibile l’avvicinamento; se accettiamo l’importanza dei conflitti nella vita intra e inter-psichica, la legge ammette necessariamente la violenza legittima.

(I Parte: http://www.internationalwebpost.org/contents/SPECIE,_SESSO_E_GENERE_14003.html#.XWs4Sy4zaUk)

Leonardo Bianchi

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