SPECIE, SESSO E GENERE

GLI ORDINI DELLA VIOLENZA - PARTE I

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Attualmente stiamo assistendo ad un esercizio di ingegneria sociale consistente nel presentare come un fatto, come conoscenza di senso comune, la contrapposizione violenti/democratici. Si considera indiscutibile che violenza e democrazia formino una antinomia, due forme di affrontare le questioni politiche opposte e reciprocamente escludenti. Un lavoro parallelo è quello che si sta facendo in relazione alla violenza fisica dell’uomo contro la donna. In questo caso non si ha una antinomia, ma il binomio aggressore/vittima, dove l’aggressore è un uomo e la vittima una donna. Il risultato è che da una parte si definisce come un problema l’uso della violenza, isolando il fenomeno, considerandolo come qualcosa di eccezionale, e dall’altra parte si suppone che il non violento è vittima e solo vittima; la sua relazione con il fatto violento non è altro che quella di subirlo. Si realizza una definizione di realtà in cui il soggetto agente è cattivo e il soggetto paziente buono.

Se il cattivo è colui che commette atti riprovevoli, che possiamo sperare, che sia il cattivo che le cambi? E chi può cambiarle, allora? Le leggi, i giudici, i tribunali, la polizia; o, se si prende la linea terapeutica, gli psichiatri. La vittima davanti all’aggressione assume una posizione infantile, aspettando che il primo dei Zumosol (uomo cattivo, ndr) arrivi e metta i bambini cattivi al loro posto, o che il papà Stato si faccia carico del problema. Si nega il carattere necessariamente conflittuale e le lotte sono una minaccia per la vita sociale, non la loro stessa sostanza. Il corollario di queste considerazioni è il seguente: “La violenza è cattiva, ma non tutti sono violenti, noi non lo siamo”. I violenti sono sempre gli altri. Mediante questo processo è giustificato l’essere violento contro i “violenti”. In seguito ci proponiamo di fare un’analisi della violenza, e di una espressione specifica della stessa, la violenza sessuale, mettendo in questione l’antinomia violenti/democraticie il binomio aggressore/vittima. Ciò che si intende proporre è che i democratici recuperino coscientemente l’uso della violenza e le donne la volontà di intervenire sulle loro vite, al posto di chiedere, o dir loro di chiedere, che siano altri coloro che devono occuparsene. La proposta che troviamo in queste pagine è quella di adottare una posizione adulta, mettendo in discussione la democrazia rappresentativa e le critiche manie sessuali.

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L’animale umano e l’umano animale

Mi soffermerò su due elementi: il desiderio e la parola. Non ci muovono gli istinti ma i desideri e questi, che in ogni caso sono una costruzione sociale, possono essere di primo o di secondo ordine. Intendiamo per desideri di primo ordine quelli costruiti in noi, attraverso le passate esperienze di soddisfazione o di identificazione con altre persone, al limite di ogni considerazione. Sarebbero desideri di secondo ordine quelli scelti. Infatti, probabilmente questo è il genere di libertà che c’è all’inizio: decidere quali dei nostri desideri sono desiderati, quali nuovi desideri andiamo a gestire, cosa di ciò che è rifiutato interiormente è desiderabile; una opzione etica, in definitiva. Riguardo alla parola, essa permette di trasferire nello spazio e nel tempo l’espressione dei nostri desideri, evidenziarli senza realizzarli, e persino nasconderli. La parola permette di stabilire un dialogo con l’altro mediante il quale è possibile distinguere i nostri desideri dai suoi, giungendo ad un accordo di soddisfazione, che sempre, in riconoscenza dell’altro, deve avere un quantum di rinuncia. Il mio desiderabile desiderio non può essere lo stesso se l’altro mi parla del suo proprio desiderio, come neanche il suo può restare inalterato quando gli parlo io, la conversazione produce cambiamenti in entrambi. Il dialogo, la conversazione, permette la costruzione sociale dei desideri desiderabili in modo democratico. E questa permanente modificazione dei desideri ci conduce ad un terzo aspetto umano: non ci caratterizziamo per i risultati, ma per i processi; più che essere, diveniamo umani, per questo i mezzi sono tanto o più importanti dei fini. Ma le parole, che ci permettono di passare dalla consapevolezza del vivere all’esperienza, servono per dire la verità e per mentire, per riflettere sui nostri desideri, condizione necessaria per sviluppare desideri di secondo ordine, e per attivare i desideri di primo ordine in modo irriflessivo servono per dire come crediamo che sono le cose e come desidereremmo che fossero, e per nascondere quello che crediamo che sono e quello che vorremmo che siano. In una direzione ci separano dagli impulsi irriflessivi, ma in cambio possono attivarli irriflessivamente. Ma chi controlla questi meccanismi del linguaggio, e quale grado di partecipazione abbiamo nel loro scatenamento?

Le “idee”, trasformate come tutto il resto in appendici strumentali del potere, sono ugualmente annientate come idee. Non rappresentano nemmeno il regno delle parole. Certamente, le parole, alcune parole, ultrafeticiste giocano un ruolo esorcizzante e contemporaneamente paradossale: funzionano come tracce, segni e segnali di atti riflessi, di comportamenti riflessi, il cui unico significato sono i riflessi che scatenano o pretendono di scatenare. Le idee non sempre ci sono. Ci sono “idee”, qualcosa che chiamiamo idee, ma che non è il risultato dei processi di pensiero, e idee, quelle alle quali ci riferiamo come prodotti del nostro pensiero. Le prime, le idee, che stanno nel nostro pensiero, ma che non abbiamo prodotto noi, sono perfettamente la negazione delle seconde, della facoltà di pensare le idee. Le idee sono appendici del potere, cioè strumenti mediante i quali chi esercita il potere cerca di spuntarla, a costo di negare, o sospendere la capacità di ragionamento di chi la riceve. Rendere feticiste le idee richiede di separarle dai concetti che gli hanno dato vita, ed eliminare i contorni delle teorie in cui si iscrivono. In questo modo producono atti riflessi, di conseguenza negano le teorie in cui si trovavano iscritte e per le quali videro la luce; adesso non sono al servizio della spiegazione o della comprensione, ma del potere, l’opposto alla ragione. Soltanto il meccanismo di convertire le idee in “idee” rende possibile l’antinomia violenti/democratici o il binomio vittima/aggressore. Il risultato è che si sospende la capacità di ragionamento, e si scatena la costrizione ad agire. L’“idea”, convertita in “codice”, fa del desiderio un istinto, nel senso di convertirlo in un impulso fisso, riducendo l’essere umano alla sua animalità.

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La riduzione del linguaggio alla sua unica dimensione di codice, termini di denotazione di “oggetti” chiaramente distinti, definiti e determinati e segnali scatenanti comportamenti, accompagnata da una manipolazione totalmente arbitraria delle parole portatrici di significati è evidentemente un tentativo di distruzione del linguaggio come tale.

Quando le idee si convertono, attraverso una accurata opera di ingegneria sociale in “idee”, quando la parola serve solo per codificare, tutto ciò che accade non si colloca al livello della ideologia. Non si tratta di controllare il pensiero, ma il comportamento, si tratta di esercitare il potere. L’idea quasi assume un fisico, avvicinandosi all’istinto. In cambio, il pensiero, si fa rilevante solo nella misura in cui si ricosse che produce effetti nell’orientamento dell’azione, per esso stesso.

Si tratta di distruggere la relazione degli uomini con il significato, e il linguaggio come mezzo e veicolo di una verità possibile, nonché di un movimento per conseguenza della società. La distruzione dei significati è autodistruzione dell’ideologia. È anche distruzione del pensiero. Con un linguaggio ridotto alla sua dimensione strumentale, si può effettivamente, per qualche tempo, operare e calcolare. Non si può pensare.

Leonardo Bianchi

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