SONO SOLO PAROLE…

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Il pettegolezzo è considerato un mezzo di comunicazione sociale. Secondo una recente ricerca americana, pare che il 65% delle nostre conversazioni giornaliere vertano su scambi di informazioni su quel che facciamo noi e quello che fanno gli altri, preferibilmente assenti. Tuttavia, sebbene dichiariamo che non sia bene spettegolare, paradossalmente ne veniamo coinvolti, e questo non ci dispiace. L’attività del gossip è stata definita dai sociologhi dell’ultima generazione “il processo valutativo informale, inerente ad informazioni su membri di un contesto sociale”. I nostri nonni non erano dello stesso avviso e parlavano di “seminare zizzania” e “fare peccato”, a parlar male della gente. Nulla di grave, a dire dei tecnici, il parlare in assenza della persona criticata, perché il gossip è considerato un atteggiamento di confronto e, in fondo, sono solo parole (prendendo a prestito il titolo di una canzone della brava Noemi).

Tuttavia le parole sono importanti ed hanno il potere di sollevare, fortificare, curare, gratificare ma anche ferire, annientare, distruggere. Se le parole dette sono importanti, anche le parole scritte hanno la loro valenza, sebbene siamo certi che a pochissimi di noi possa venire in mente di scrivere una lettera d’amore, e tantomeno una semplice cartolina di auguri.

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La tastiera di un laptop sostituisce foglio di carta e biro, così come con una clip audio economizziamo i tempi, accelerando il processo di comunicazione. Conosciamo una persona e, dopo pochi messaggi, siamo diventati amici. Attraverso una semplice emoticon esprimiamo l’emozione del momento. Inviamo omaggi floreali, proponiamo caffè; manifestiamo disappunto o approvazione con un semplice smile. Velocizziamo ogni processo di socializzazione semplicemente con un click, restando seduti. Insomma amiamo chattare, utilizzando abbreviazioni, sigle, slang. Siamo soliti ignorare la punteggiatura, e purtroppo anche gli errori grammaticali non ci sembrano importanti, laddove a scuola, in tempi lontani, i bravi maestri falciavano con la matita blu i nostri errori sui compiti d’italiano. Ad ogni modo il pettegolezzo, il gossip, la chat, che siano scritti o parlati, risolvono problemi di noia e ci fanno evadere alla ricerca di momenti sempre più lunghi di evasione e intrattenimento, in un mondo parallelo. Lo sapeva bene anche Giove, scevro da ogni intrusione informatica ma avvezzo agli intrighi amorosi, che, notando l’attitudine della ninfa Eco per il pettegolezzo, la spinge ad intrattenere con le chiacchiere la moglie Giunone, affinché fosse distratta dai suoi tanti amori furtivi. Giunone, pure lei divina e addirittura protettrice del matrimonio, si accorge dell’inganno. Per vendicarsi del raggiro subìto, condanna la povera ninfa al mutismo e a dover ripetere per sempre solo le ultime lettere delle parole.

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Noi abbiamo modalità più civili rispetto alla dea Giunone per difenderci dalle chiacchiere, almeno nel mondo virtuale della rete. Basta chiudere la connessione o bloccare un amico invadente, o indesiderato.

Meno emoticon e più parole, quindi, perché anche se digitate, se non raggiungono l’orecchio, arriveranno ugualmente al cuore di chi li riceve, producendo il feedback desiderato. Le parole danno forma al pensiero, riempiono il vuoto di un silenzio, producono empatia, fanno bene e fanno male, e l’ideale sarebbe parlando con l’altro, guardandolo negli occhi, chiamandolo con il suo nome. Questo implica anzitutto il rispetto, perché il nome rappresenta l’identità, la storia, la personalità di ogni individuo. Il nome che ci portiamo insieme per tutta la vita costituisce il vestito che indossiamo, a cui gli altri attribuiscono la dovuta eleganza, a seconda della maniera in cui si rivolgono a noi. Chiamare amore e tesoro il nostro compagno, nostro figlio, l’amico, sminuisce l’altro e lo fa sentire parte del gregge. Sarebbe bene farlo anche in chat, e, perché no, magari con la webcam accesa.

Susy Tolomeo

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