SIAMO DAVVERO UN POPOLO DI RAZZISTI?

Ancora altri episodi dal mondo dello sport

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Ennesimo episodio di razzismo, questa volta ne è stato vittima il rugbista della Nazionale italiana Maxime Mbandà. Sebbene pratichi uno sport in cui, in campo, non si sono mai verificati episodi deprecabili, come accade molto spesso, al contrario, durante le partite di calcio (ultimo l’episodio accaduto a Mario Balottelli nella partita Verona - Brescia), Mbandà si è sentito dire “VA NEGRO DI MERDA, TORNATENE AL TUO PAESE”, come egli stesso racconta su facebook. Il giocatore delle Zebre di Parma continua: “Sono nato in Italia a Roma, da una donna sannita di Pannarano, un paesino in provincia di Benevento e da un uomo congolese, venuto in questo Paese con una borsa di studio a 19 anni e diventato un Medico Chirurgo sapendo solo lui le difficoltà a cui sia andato in contro.” E aggiunge: “I miei genitori mi avevano insegnato sin da piccolo ad affrontare gli episodi di razzismo col sorriso, MA QUESTA VOLTA NO. Sono fiero di essere il risultato dell’unione di due culture diverse e mi batterò sempre affinché vengano RISPETTATI I DIRITTI DI CITTADINO ITALIANO E DEL MONDO miei e di qualsiasi altra persona che abbia una storia analoga alla mia e che si possa chiamare Mario, Giulia, Juan, Xiang, Mohamed. Spero tanto che alla persona in questione arrivi, anche solo per sbaglio, questo messaggio e che si faccia un esame di coscienza oltre che ritagliarsi qualche momento delle sue giornate per leggere ed acculturarsi per evitare di rimanere nella deficienza, intesa come difetto di preparazione scolastica.”Infine afferma, e sono parole pesanti come macigni: “Sarò sempre quel “NEGRO” che alcune persone ignoranti usano con quel tono dispregiativo e sarò sempre ITALIANO, che la gente lo voglia o no.”

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Ma questo appena narrato non è l’unico caso. Nella decisione di Eni Aluko, un’ottima calciatrice professionista di origine nigeriana, naturalizzata inglese, che ha studiato giurisprudenza e scrive stabilmente sul noto quotidiano “Guardian”, di lasciare la squadra femminile della Juventus, Torino e l’Italia, ci sono varie episodi di discriminazione di cui è stata vittima. Dentro negozi, in aeroporto, le sue dichiarazioni testimoniano quante volte sia stata trattata da diversa per il colore della pelle. Racconta di un doloroso e continuo disagio, che avrebbe potuto essere arginato mostrando, lei in qualche modo “privilegiata”, come avvenuto, lo stemma della squadra. Avrebbe potuto, ma non è stato così. L’attaccante nigeriana ha affermato: “L’Italia sembra un paio di decenni indietro sul tema dell’integrazione” ha precisato però “di non avere avuto episodi di razzismo dai tifosi della Juventus né tanto meno nel campionato di calcio femminile, ma il tema in Italia e nel calcio italiano c’è ed è la risposta a questo che veramente mi preoccupa, dai presidenti ai tifosi del calcio maschile che lo vedono come parte della cultura del tifo”.

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Eni lascerà il nostro Paese e la Juventus perderà una calciatrice di grande talento, oltre che una persona degna di stima. La sua dignità lesa e oltraggiata l’ha convinta a tornare in Inghilterra. Episodi di razzismo si verificano continuamente. Fa particolarmente eco il fatto che si verifichino nel mondo dello sport perché per i principi che lo regolano, a cominciare da quelli contenuti nella Carta Internazionale, lo sport può diventare uno strumento efficace per la formazione culturale deli esseri umani, fondata sui valori sociali della tolleranza, solidarietà, altruismo, cooperazione, attraverso un’azione consapevolmente educativa integrata tra scuola, famiglia, società. La Carta Internazionale dell’educazione fisica, l’attività fisica e lo sport, adottata dall’UNESCO, nella sua nuova versione del 2015, introduce principi universali quali la parità di genere, la non-discriminazione è l’inclusione sociale nello sport e attraverso lo sport, riconoscendo a questo un ruolo fondamentale nella formazione di una cultura antirazzista e rispettosa della diversità. La sensibilizzazione sul razzismo è necessaria per creare una vera cultura antirazzista, non solo nello sport ma nella vita quotidiana di ognuno di noi. Bisogna parlarne ed indignarsi, sempre. Non lasciare che diventi un’abitudine l’odio e l’intolleranza contro chi è diverso da sé.

Nicòl De Giosa

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