Ruth Pfau commemorata con un doodle di Google

La suora dottoressa che ha salvato milioni di persone dalla lebbra

Ruth_Pfau__la_suora_dottoressa_che_ha_salvato_milioni_di_persone_dalla_lebbra.jpg

Un velo azzurro a coprire il ciuffo bianco di una signora che accarezza dolcemente le mani di un malato a letto. È questo il disegno che riproduce le tenere sembianze di Ruth Pfau.

cms_14148/2.jpg

Non è la prima volta che accade, ma la scelta di Google di celebrare con un doodle Ruth Pfau, medico e suora che avrebbe compiuto novanta anni il 9 settembre, pare abbia riscontrato un notevole successo sui social. Conosciamo meglio allora, la vita delladottoressa suora che ha fatto della lotta alla lebbra la sua missione, ripercorrendone i tratti salienti.

Nata a Lipsia, in Germania nel 1929, Ruth Pfau era la quarta di cinque figlie. I suoi genitori appartenevano a una setta ed erano del parere che dovesse essere la persona stessa a voler ricevere i sacramenti, una volta diventata adulta.

Ruth era ancora una bambina quando riuscì miracolosamente a scampare a un bombardamento sulla cittadina dove viveva. In quella circostanza la casa della sua famiglia andò distrutta ma, più che l’abbandono del luogo natio, ciò che segnò profondamente la sua vita, facendole decidere che sarebbe diventata un medico, fu la morte del fratellino avvenuta per una malattia.

Da quel momento in poi canalizzò ogni sua energia nello studio, spinta dalla forte determinazione di voler diventare una persona capace di salvare vite umane. Compì gli studi di medicina a Colonia e a Bonn.

Subito dopo la laurea, Ruth incontrò una donna cattolica sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti. Era una donna speciale che aveva scelto di dedicare la propria vita a predicare amore e perdono.

Quell’incontro ebbe il potere di scuotere violentemente la sua anima.

Fu allora che decise di convertirsi al cristianesimo scegliendo di ricevere il battesimo in una comunità protestante studentesca di Magonza.

Due anni dopo passò al cattolicesimo e comprese che abbracciando la fede cattolica avrebbe dovuto farsi suora. Era una donna molto decisa, Ruth Pfau. Diventando cattolica, disse a se stessa che lo doveva essere fino in fondo “Tutto o niente”, era il suo motto. E così non molto dopo, sentì l’esigenza di entrare a far parte di un ordine di suore, la Famiglia del Cuore Immacolato di Maria, rinunciando peraltro a una proposta di matrimonio ricevuta da un suo compagno di studi.

Dal temperamento risoluto seppure dolce, Ruth fu inviata in diverse missioni nel Sud dell’India e in Afghanistan prima di essere mandata in Pakistan, nel 1960.

Era stata incaricata dal suo istituto di lavorare come medico delle donne e per coordinare un servizio medico per gli studenti a Karaki.

Fu proprio in quella città che una sua consorella la condusse a visitare il ghetto dei lebbrosi. Ruth ne rimase sconvolta: «I ratti - disse - rodevano letteralmente le mani prive di sensibilità, dei lebbrosi. Le condizioni igieniche in quel quartiere erano spaventose. Per me fu subito chiaro. Qui bisogna fare qualcosa ed io devo dare il mio aiuto».

Questo primo incontro con i lebbrosi fu decisivo per tutta la sua vita. «Allora - raccontava in un’intervista - ero ancora giovane. E la forza l’ho potuta attingere dagli stessi pazienti. Mi era diventato chiaro che il mio aiuto in Pakistan sarebbe stato utile. Come suora non potevo contare sulle mie semplici forze, e oggi posso dire che è il Signore che mi ha voluto per questo lavoro. Io non mai avuto dubbi su questa scelta né mi sono mai pentita. Il lavoro con i malati di lebbra era quello giusto per me».

Raccontò diversi episodi drammatici: «Una volta abbiamo salvato da sicura morte una ragazza che viveva come murata in una grotta di montagna. Oggi è guarita dalla lebbra, è sposata e madre orgogliosa di cinque figli».

«Storie del genere - confidò Ruth - mi rendono particolarmente felice», ma in particolare la suora medico rivelò in una rivista rilasciata ad Avvenire di aver intrapreso una vera e propria battaglia alla vista di un giovane paziente afgano che gattonava usando mani e piedi.

«Non potevo credere che gli umani potessero vivere in tali condizioni. Alcuni malati erano addirittura spinti nel deserto in modo che gli animali selvaggi li eliminassero».

“La lebbra è ancora considerata uno stigma nel nostro Paese. Molte famiglie non possiedono né tentano di trovare la cura per questi pazienti. Il governo deve includere questa malattia nel sistema sanitario nazionale”.

Meglio nota come la “Madre Teresa del Pakistan”, Ruth Pfau iniziò il suo lavoro in una piccola capanna nei pressi della popolosa Karachi e per oltre cinquantacinque anni, ininterrottamente si dedicò anima e corpo all’assistenza dei malati di lebbra prendendo parte a numerose missioni in India. I suoi pazienti la chiamavano Amma (mamma).

cms_14148/3.jpg

Con altri volontari lavorò alla fondazione del Centro per lebbrosi Maria Adelaide, divenuto nel tempo uno dei maggiori punti di riferimento per i malati non solo del Pakistan ma anche dei paesi limitrofi. Più tardi, dai malati di lebbra, il Centro spostò la sua attenzione anche ad altri bisognosi, occupandosi di malattie come la tubercolosi e la prevenzione contro le malattie della vista.

Nel 1966 contribuì all’annuncio, da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità del Pakistan come “Paese libero dalla lebbra”, nel1979 fu nominata Consigliere del Ministero della sanità del benessere sociale e nel 1988 ottenne la nazionalità pakistana.

Grazie a questi riconoscimenti, alla sua determinazione e alla sua capacità, il medico suora Ruth Pfau ha coordinato l’attività di centinaia di ospedali in tutto il Pakistan, per i quali ha formato nuovi dottori e ottenuto donazioni da tutto il mondo, occupandosi anche di aspetti sociali legati al recupero delle persone guarite.

cms_14148/4.jpg

La sua morte risale al 10 agosto 2017 a Karachi. Fu un lutto che spinse il Governo del Paese a indire funerali di Stato: la prima volta nella storia per una donna, una donna che ha lasciato il segno per l’ardore con cui ha combattuto e vinto la lebbra.

Nel corso della sua vita, Ruth ebbe anche l’occasione di incontrare personalmente Madre Teresa di Calcutta, che era venuta in Pakistan con il suo istituto desiderando di occuparsi dei lebbrosi. «… ma dopo esserci parlate, abbiamo concluso di non poter lavorare insieme: eravamo troppo diverse. Io come medico sono molto sistematica nel mio lavoro e diversamente organizzata. Io non so come lei lavorasse, e non voglio dire niente di negativo a suo riguardo. So soltanto che non dava molta importanza all’organizzazione e alla pulizia. Per me invece l’igiene costituiva la cosa più importante».

Eppure, sebbene molto diverse, così come Madre Teresa ha saputo curare le piaghe dei malati e dei poveri di Calcutta, allo stesso modo la Ruth, ha saputo mettere la sua conoscenza al servizio degli ultimi.

In un’intervista le è stato chiesto se la vita vissuta sia stata un po’ verrückt, pazzesca. «Sì naturalmente - è stata la sua risposta - è un po’ pazzesco fare così. Ma il Signore non ci ha detto che dobbiamo vivere una vita logica. Io sono molto contenta di avere avuto questa possibilità di venire in Pakistan. Non volevo vivere un a vita noiosa, e il fatto di diventare cattolica mi è sembrata la garanzia di scegliere una vita appassionante e con Dio, fino ad oggi non mi sono mai annoiata».

Ora riposa nel cimitero della città di Karachi, dove è stata deposta dopo una solenne santa messa nella cattedrale di San Patrizio.

Per la suora dottoressa Ruth Pfau, a quanto pare, Dio ha dunque operato moltissime scelte da lei accolte, così come vuole una fede autentica, senza porsi troppi interrogativi. Si è affidata con umiltà senza anteporre le scelte di un ego che avrebbe potuto condurla a svolgere una serena vita tra gli agi e il benessere, come comunemente si è spesso indotti a fare ma, al di là di quello che stoltamente si è portati a credere, la verità è che l’autentico compimento di un’esistenza sta nell’esaudire lo scopo per cui si è nati.

In questo senso possiamo dire che Ruth Pfau, ha davvero esaudito lo scopo per cui è nata e questa, a conti fatti, è probabilmente la più soddisfacente ragione perché una vita possa dirsi pienamente vissuta.

Gianmatteo Ercolino

Tags:

Lascia un commento



<<Pagina Precedente | Stampa | Torna Su