Russiagate, Occhionero: "Italia coinvolta dall’inizio, Mifsud è ancora qui"

Ocean Viking sbarcherà a Pozzallo - Italia sul podio Ue per longevità ma crollano le nascite - Depistaggio Borsellino, ecco i brogliacci telefonate pentito Scarantino - Migranti, Mediterranea: "Stop accordi Italia-Libia"

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Russiagate, Occhionero: "Italia coinvolta dall’inizio, Mifsud è ancora qui"

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(Marco Liconti) - L’Italia ha avuto un ruolo di primo piano nel fabbricare il Russiagate ai danni di Donald Trump e ora qualcuno sta cercando di coprire il complotto ai danni di colui che, nel frattempo, è diventato il presidente degli Stati Uniti. Ne è convinto Giulio Occhionero, personaggio discusso e temuto, i cui tweet quotidiani mandano in fibrillazione gli addetti ai lavori, arrestato il 9 gennaio del 2017 insieme alla sorella, e nel luglio dell’anno successivo condannato per accesso abusivo a sistemi informatici. Secondo l’accusa, fratello e sorella avevano hackerato migliaia di account email istituzionali, compreso quello dell’ex premier Matteo Renzi. Intorno al nome di Occhionero e alle sue presunte attività illecite si è detto e scritto di tutto per una spy-story complicatissima i cui contorni, al di là del giudizio di primo grado, sono ancora tutti da definire. I fratelli Occhionero si sono sempre proclamati innocenti, puntando il dito sui loro accusatori circa la fabbricazione di prove in loro danno.

L’Adnkronos ha rintracciato Giulio Occhionero ad Abu Dhabi e gli ha fatto alcune domande, partendo proprio dalla sua vicenda giudiziaria - il caso EyePyramid - nella quale è coinvolto insieme alla sorella Francesca Maria e dai presunti legami con l’altrettanto presunto tentativo di ’incastrare’ Trump durante la campagna presidenziale del 2016. Le risposte, in quanto persona sotto processo, vanno prese con cautela. Ma ricoprono un profilo di interesse giornalistico proprio per i collegamenti sul Russiagate e sulle visite a Roma di Barr e Durham, a caccia del professore maltese Mifsud considerato figura chiave dell’intreccio internazionale, di cui ha recentemente riferito davanti al Copasir - e poi in una conferenza stampa - il premier Giuseppe Conte.

"Una ricostruzione che non mi ha convinto neanche un po’ e, anche se lo dico ormai da due anni, la gravità dei fatti non sembra smentirlo: qualcuno – dice Occhionero - sta mettendo a rischio la posizione internazionale dell’Italia per coprire gravissimi delitti che ha commesso verso il nostro principale alleato; delitti che sono anche gravissimi secondo il codice penale italiano. Tutti quelli che partecipano a questa copertura si macchiano di una enorme responsabilità verso il Paese".

Va ricordato che sull’ipotesi del complotto anti-Trump si basa parte della difesa dei fratelli Occhionero, nel procedimento giudiziario nel quale sono coinvolti a Roma. Nella sua ricostruzione difensiva – che non ha trovato riscontri nella sentenza di condanna a 5 anni - Giulio Occhionero ritiene di essere rimasto vittima di un’operazione che aveva lo scopo di usare i suoi server, situati in territorio Usa, per far rinvenire all’Fbi elementi di collusione tra la campagna di Trump e Mosca. "Siamo stati condannati in primo grado e siamo in attesa di appello. Nelle memorie prodotte in giudizio abbiamo dimostrato che vi è stata una chiara fabbricazione della notizia di reato".

E’ per questo che Occhionero non crede alla narrativa ufficiale dell’origine del Russiagate, quella contenuta nel Rapporto del procuratore speciale Robert Mueller: il professore maltese Joseph Mifsud ’agganciò’ a Roma il consulente della Campagna Trump, George Papadopoulos, offrendogli materiale "sporco" su Hillary Clinton, in possesso del governo russo. "Direi che indipendentemente dal mio giudizio, quello che era stato battezzato Russiagate, fino ad oggi, ha visto una sola persona coinvolta che doveva ricondurre al governo russo ed è la nipote fittizia di Putin, alias Olga Vinogradova, in realtà Polonskaya, barista di Trastevere, apparentemente compagna di viaggio del professor Mifsud ed agente provocatore di George Papadopoulos".

Secondo Giulio Occhionero l’Italia ha avuto un qualche ruolo nella costruzione del Russiagate. A dimostrarlo, a suo dire, anche documenti in suo possesso. "Il prolungato silenzio riscontrato tra le diverse autorità dello Stato italiano credo si possa assumere come prova logica del coinvolgimento italiano. Nessuno si è attivato per fare luce e anzi tutti si trincerano dietro una imbarazzante logica della ’bocca cucita’".

Del presunto ruolo italiano nella costruzione del Russiagate – ripetutamente smentito dal premier Conte e dall’intelligence tricolore - è convinto anche George Papadopoulos, che nell’ambito dell’inchiesta Mueller ha ricevuto una lieve condanna per aver mentito all’Fbi. In una recente intervista, l’ex consulente della campagna di Trump, che sostiene di essere stato vittima dell’’agente provocatore’ Mifsud manovrato dai governi amici dell’Amministrazione Obama, ha puntato il dito direttamente contro il premier dell’epoca, Matteo Renzi, ricevendone in cambio una querela.

Lo stesso Occhionero, ipotizzando un ruolo dei servizi italiani, non esclude una regia governativa. "Senza una deliberazione politica di sostegno, che sembra per altro dedursi dalle finalità del Decreto sui Segreti di Stato del Governo Renzi del Novembre 2015, funzionari dell’intelligence sarebbero andati incontro a reati gravi che vanno dal 244 del codice penale fino all’Alto Tradimento, sempre secondo il codice penale italiano".

Quanto alla Link University, citata nel Rapporto Mueller e più volte chiamata in causa nelle recenti ricostruzioni giornalistiche quale base romana dell’enigmatico Mifsud, Occhionero osserva come molti protagonisti del caso Russiagate e del procedimento EyePyramid che lo riguarda, "erano assidue presenze in quell’ateneo".

Da osservatore esterno, seppur interessato, Occhionero ha qualcosa da dire su questo Mifsud: agente russo, agente provocatore manovrato dai servizi occidentali anti-Trump o semplice ciarlatano, come alcuni cercano di descriverlo? "Mifsud è russo così come io potrei essere nato su un pianeta extraterrestre. Comunque faccio notare che la storia dell’intelligence occidentale è anche tristemente costellata di ciarlatani. Non saprei dire, però, se questa deduzione su Mifsud ci permetta di affermare che l’intelligence italiana goda di ottima salute".

Ma in tutto questo, allora, che fine ha fatto il professore maltese? Qui Occhionero azzarda l’impensabile. "Secondo me Mifsud è tutt’ora in gestione di una qualche autorità italiana". Prove? Nessuna. E il Russiagate si complica sempre di più.

Ocean Viking sbarcherà a Pozzallo

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Si sblocca lo stallo della Ocean Viking, da 11 giorni in mare in attesa di un porto sicuro. A bordo ci sono 104 persone, tra cui bambini piccoli. Con riguardo ai migranti che sono a bordo della nave, si è "conclusa la procedura di ricollocazione degli stessi in base al pre-accordo raggiunto nel corso del vertice di Malta" fa sapere il ministero dell’Interno in una nota sottolineando che "Francia e Germania, in particolare, accoglieranno 70 migranti. A questo punto è stato individuato in Pozzallo il porto di sbarco".

“Siamo molto sollevati e apprezziamo che Francia, Germania e Italia abbiano finalmente trovato una soluzione per i 104 naufraghi soccorsi a bordo della Ocean Viking, che sbarcheranno a Pozzallo, e per i 90 a bordo della Alan Kurdi - commenta in una nota Michael Fark, capomissione di Medici Senza Frontiere per Libia e Mediterraneo - Dopo giorni bloccati in mare e dopo aver sopportato condizioni orribili in Libia e nel corso del loro viaggio, finalmente queste persone verranno portate in salvo". "Questi stalli prolungati e disumani non devono continuare - sottolinea il capomissione - È inaccettabile bloccare le persone in mare per giorni o settimane mentre gli Stati europei discutono se e come adempiere ai loro obblighi umanitari e legali. Dispiace che solo tre Stati facciano parte di questa soluzione. Tutti gli Stati europei devono essere all’altezza dei loro principi. Questo significa - osserva - trovare un accordo sull’attuazione di un meccanismo di sbarco prevedibile e umano per tutte le persone soccorse in mare, in cui anche le responsabilità siano condivise, alleggerendo l’onere degli Stati costieri in prima linea”.

La Ocean Viking arriverà al porto di Pozzallo "tra stanotte e domani mattina - dice all’Adnkronos il sindaco di Pozzallo, Roberto Ammatuna - Non conosco l’orario esatto di attracco però so che è già in viaggio per Pozzallo e noi siamo qui ad accoglierla". Ma il sindaco non nasconde i dubbi sul tempo trascorso in mare prima dell’ok da parte del Viminale. "Si è aspettato troppo - dice ancora - Non conosco le motivazioni, ma si parla di ricollocazioni internazionali. Mi sembra, comunque, un tempo eccessivo".

"Si è parlato di svolta ma deve essere una svolta non solo formale anche sostanziale, non si può tenere una nave per undici giorni ferma in mare - spiega ancora il primo cittadino - Io stimo molto il ministro dell’Interno Lamorgese, vorrei che fosse chiaro, è un grande tecnico e con la burocrazia del Viminale ho sempre ottimi rapporti, però qualcosa deve essere messo a punto. Chiedo più coinvolgimento del territorio".

Da più parti è stata sollecitata una rapida soluzione alla vicenda ma sullo sbarco in Italia della Ocean Viking tuona Matteo Salvini che parla di “ennesima calata di braghe del governo italiano, ennesimo favore a una Ong (stavolta francese, su nave norvegese) che incoraggia gli scafisti a continuare i loro traffici. Dall’inizio del mese a oggi il governo tutto sbarchi, tasse e manette ha fatto registrare 1.854 arrivi di immigrati contro i 1.007 di tutto ottobre 2018, a settembre 2019 ben 2.498 sbarchi contro i 947 di settembre 2018”.

Intanto continuano i salvataggi in mare. "Ventiquattro ore di ricerca per trovarli, ora però sono in salvo a bordo della #OpenArms. Erano alla deriva, stavano per naufragare, con il gommone sgonfio e l’acqua che iniziava ad entrare. 15 persone, 6 uomini, 2 donne, 2 bimbi e 5 minori. Tutti in salvo" scrive Open Arms su Twitter.

Migranti, Mediterranea: "Stop accordi Italia-Libia"

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"Il silenzio rappresenta ciò che il prossimo 2 novembre renderà automatica la proroga del Memorandum d’intesa siglato nel febbraio del 2017 tra Italia e Libia. Accordo sulla base del quale l’Italia continua (e potrebbe continuare) a sostenere con milioni di euro la cosiddetta guardia costiera libica e la gestione in loco di centri di detenzione". Lo scrive sul suo sito Mediterranea Saving Humans chiedendo l’interruzione degli accordi tra l’Italia e la Libia.

"Le ragioni che dovrebbero spingere verso la chiusura degli accordi con la Libia e non la loro riproposizione sono tali ed evidenti che chi si rifiuterà di farlo si renderà inevitabilmente complice di questi criminali" scrive Mediterranea. "Il governo italiano ha la responsabilità di definire la propria posizione e di agire affinché il Memorandum non venga riaffermato. Mediterranea, e tutte le persone che la animano e sostengono, chiedono apertamente al governo italiano ed al ministro dell’Interno un concreto segno di discontinuità. Da oggi al 2 novembre mobilitiamoci contro gli accordi Italia-Libia: troviamoci in presidi nei nostri territori, organizziamo azioni e flash mob, riempiamo le strade e le piazze per affermare il nostro dissenso e dimostrare che l’Italia non è fatta solo di gente che si nutre di odio e paura, ma di persone che credono ancora in una società libera, umana, ed alla fine anche più felice".

"L’esternalizzazione delle frontiere non è l’innovativa soluzione al problema della gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo - aggiunge Mediterranea - è una strategia strutturale nella difesa dei confini dell’Europa, impiegata da anni in molte forme e con alleati sempre diversi. Il patto Italia-Libia del 2 febbraio del 2017 stipulato dal governo Gentiloni, con il supporto economico dell’Europa, e riconfermato lo scorso anno dal governo giallo-verde, si inscrive esattamente in questo contesto. C’è una linea rossa ben visibile che attraversa tutti gli accordi citati, la violenza, le violazioni dei diritti umani ed i soprusi che in seguito alla loro stipula si manifestano sui confini, ove le persone diventano merce e la loro presenza, spesso, è oggetto di prove di forza e speculazioni".

"Gli accordi con la Libia, dai più ai meno risalenti, hanno reso il Mediterraneo una delle frontiere più letali del nostro tempo, affidando a milizie e reti mafiose la vita di centinaia di donne uomini e bambini in fuga, arrivati a sentire la terra un posto meno sicuro del mare - sottolinea Mediterranea - Non è pensabile continuare ad osservare, inermi, le continue violazioni del diritto internazionale ed i continui processi di mistificazione della realtà, che equiparano la Libia ad un Paese con cui interloquire a livello nazionale ed europeo".

"La Libia è un Paese in guerra - ricorda Mediterranea - la cui credibilità e legittimità nella gestione delle migrazioni trova fondamento proprio nella collaborazione con l’Italia e l’Europa: dall’auto proclamazione di una zona Sar nel giugno del 2018, alla formazione di una guardia costiera e la fornitura di mezzi ed armi, arrivando, addirittura, alla promulgazione di un codice di condotta libico". E aggiunge: "Notizia di oggi è un atto redatto da una delle due parti in guerra in Libia su chiaro stampo del codice di condotta proposto da Minniti, volto non solo ad ostacolare il lavoro di chi opera in mare, ma ad annientarne proprio l’operato, tramite gravi intimidazioni e minacce. Quelle minacce armate che abbiamo visto proprio pochi giorni fa essere perpetrate contro l’equipaggio della Alan Kurdi e le 92 persone migranti soccorse, prese di mira dagli spari delle mitragliette della guardia costiera libica".

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) ha intanto annunciato su Twitter che "circa 600 migranti sono stati appena rilasciati nelle strade dal centro di detenzione di Abu Slim" in Libia. "La loro sicurezza è motivo di grande preoccupazione mentre gli scontri armati continuano a Tripoli - prosegue l’Oim - La liberazione dei migranti dovrebbe avvenire in maniera ordinata e la loro protezione deve essere garantita".

Italia sul podio Ue per longevità ma crollano le nascite

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In 10 anni nel Paese gli over 65 hanno registrato una crescita di 1,8 milioni: un dato che colloca l’Italia sul podio Ue per presenza di longevi con il 22,8% di anziani, seguita da Grecia (21,9%), Portogallo (21,7%), Finlandia (21,6%) e Germania (21,5%). A fare il punto sulla ’Silver economy’ è il primo Rapporto Censis-Tender Capital che certifica anche il dato negativo per i giovani under 35 di -1,5 mln in 10 anni. "Preoccupante" anche il calo delle nascite che registra un vero e proprio crollo con il -23,7%.

Una tendenza all’invecchiamento quella registrata in Italia che andrà avanti progressivamente. Le previsioni per il 2051 annunciano che dagli attuali 13,7 milioni di anziani, pari al 22,8% del totale della popolazione, si passerà a 19,6 milioni, per un’incidenza sul totale della popolazione che sarà pari al 33,2% e un incremento percentuale del +42,4%.

ULTRA 80ENNI - Salgono in maniera esponenziale in Italia gli ultra 80enni: nel 2019 i lungoviventi sono 4,3 mln e rappresentano il 7,2% della popolazione, un aumento del +74,9% dal 2001. Gli ultranovantenni, invece, sono 774.528 e risultano aumentati del +94,5% dal 2001. Infine, cresce anche il numero dei centenari, arrivati a 14.456, in aumento del +129% dal 2001, quando erano 6.313.

NON AUTOSUFFICIENTI - Il 20,7% degli anziani, oltre 2,8 milioni di persone, non è autosufficiente e questa situazione costituisce un rischio che cresce con l’avanzare dell’età: supera il 40% di incidenza oltre gli ottant’anni. Un problema che pone "elevati fabbisogni assistenziali" coperti fino ad oggi, si legge nel Rapporto, soprattutto dalle famiglie, che garantiscono assistenza diretta in almeno 7 casi su 10 e dalle badanti, circa 1 milione, con una spesa per le famiglie stimata in circa 9 miliardi di euro.

Il modello italiano di welfare familiare e privato a copertura delle esigenze di assistenza degli anziani non autosufficienti inizia "a mostrare segni di cedimento", troppa pressione sulle famiglie, troppi gli esclusi: circa 1 milione di anziani hanno gravi limitazioni funzionali e non beneficiano di assistenza sanitaria domiciliare. "Oltre 2,7 milioni vivono in abitazioni non adeguate alla condizione di ridotta mobilità. Dati che allarmano, anche perché non bastano i 12,4 miliardi di spesa pubblica per l’assistenza a lungo termine, di cui 2,4 miliardi finalizzati alle cure domiciliari, pari al 10,8% della spesa sanitaria complessiva, comunque inferiore al dato Ue del 15,4%", si legge nel Rapporto.

SILVER ECONOMY - Tira la ’silver economy’: gli over 65 in Italia, infatti, sono considerati "generatori di benessere" e hanno una quota di ricchezza media più alta del 13,5% di quella media degli italiani. Situazione diametralmente opposta invece per i millennials che risulta inferiore del 54,6%. Un gap di reddito che spiega anche, si legge sempre nel Rapporto, "perché in 25 anni si sia ridotta la spesa dei consumi familiari (-14%), mentre è aumentata quella degli anziani (+23%), che oggi spendono molto di più in cultura, svago e viaggi".

NONNI E NIPOTI - Sono circa 9,6 milioni gli anziani over 65 che si occupano dei propri nipoti e di questi ben 3,6 milioni lo fa regolarmente mentre in 1,2 mln svolgono attività gratuite in associazioni di volontariato, è la fotografia scattata dal Rapporto. A prestare mutua assistenza tra anziani in 5,1 milioni.

Depistaggio Borsellino, ecco i brogliacci telefonate pentito Scarantino

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(Elvira Terranova) - I brogliacci contenenti le intercettazioni dell’ex pentito di mafia Vincenzo Scarantino non svelano il mistero delle telefonate fatte nella primavera del 1995, nel periodo in cui l’ex ’picciotto’ della Guadagna si trovava a San Bartolomeo al Mare, in Liguria, guardato a vista dagli uomini del gruppo investigativo diretto da Arnaldo La Barbera che indagava sulle stragi mafiose. Si tratta di 19 bobine, depositate dalla Procura di Messina alla procura di Caltanissetta, che indaga sul depistaggio sulla strage di via D’Amelio. Lo scorso 19 giugno sono stati effettuati, al Racis dei Carabinieri di Roma, degli accertamenti tecnici non ripetibili nell’ambito dell’inchiesta di Messina sul depistaggio sulla strage di Via D’Amelio. E ora le microcassette, che riguardano l’ex pentito di mafia Vincenzo Scarantino, che ha più volte ritrattato le sue dichiarazioni nell’ambito dei processi sulla strage in cui persero la vita Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, sono al vaglio della Dda di Caltanissetta. E contengono registrazioni prodotte con strumentazione della Radio Trevisan, denominata RT2000 trasmessi alla Procura di Messina "in originale dalla Procura di Caltanissetta".

Sono due i magistrati indagati dalla Procura di Messina, Annamaria Palma e Carmelo Petralia, che devono rispondere di calunnia aggravata in concorso. Sono tre, invece, i poliziotti sotto processo a Caltanissetta, sempre per calunnia in concorso. Si tratta di Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei. Ma cosa c’è scritto nei brogliacci depositati, di cui è in possesso l’Adnkronos? Sono annotazioni, sintesi di conversazioni dei familiari di Scarantino e dello stesso ex pentito. Ma bisogna arrivare a pagina 102 per scoprire che diverse telefonate fatte da Scarantino dal telefono di casa non furono mai registrate.

Accade, ad esempio, il 3 maggio 1995 quando "per motivi tecnici la conversazione non viene registrata" come scrivevano all’epoca i poliziotti delegati alle intercettazioni. Con chi parlava Scarantino in quella occasione? C’è accanto un numero di telefono con il prefisso di Caltanissetta. Era un numero della Procura nissena? Oggi quel numero è inesistente. Ma sembra di sì, visto che qualche giorno dopo a quel numero risponde la pm Annamaria Palma.

Lo stesso accade subito dopo, lo stesso giorno, con un telefono cellulare che inizia con il 336. Anch’esso oggi inesistente. Il numero con il prefisso di Caltanissetta viene ricomposto all’indomani ma stavolta non risponde nessuno. Quel giorno stesso chiama a Palermo il numero della Squadra mobile per parlare con Mario Bò, che però non risponde al telefono. E nel brogliaccio si legge: "Enzo chiede spiegazioni sulle domande che ha scritto in merito alla prossima presenza in aula". Domande di chi? E perché? Scarantino poi richiama ancora Bò per avere "spiegazioni sulle domande". Dopo poche ore altra telefonata al prefisso 0934, che ancora una volta non risponde. Il 4 maggio, ancora una volta, la telefonata non viene registrata "per motivi tecnici". Stavolta è un telefono cellulare.

E più volte, facendo altri numeri di telefono per la Germania, si legge sul brogliaccio "Sbaglia numero". Anche il 5 maggio 1995 la telefonata fatta da Scarantino non viene registrata "perché finiscono i nastri per la sua lunga durata, tre ore", si legge sul brogliaccio.Tre ore di conversazione. E perché non viene registrata ancora una volta?

Nella scorsa udienza, un poliziotto che si occupava delle intercettazioni, ha fatto per la prima volta la rivelazione che gli venne "ordinato" di "staccare la registrazione di Vincenzo Scarantino perché il collaboratore doveva parlare con i magistrati". Una rivelazione choc che ha sorpreso tutti. Giampiero Valenti ha raccontato il periodo in cui l’ex pentito Vincenzo Scarantino veniva sentito, tra il ’94 e il ’95, dai magistrati per le sue dichiarazioni poi rivelatesi false sulla strage in cui furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. "Di Ganci mi disse di staccare l’intercettazione perché Scarantino doveva parlare con i pm", ha poi ribadito l’ispettore superiore della Polizia di Stato facendo riferimento al suo superiore che era il responsabile delle intercettazioni. Di seguito c’è una telefonata con la pm Annamaria Palma, proprio a quel numero con il prefisso 0934. Ma stavolta la conversazione viene registrata. E si parla di una trasferta a Genova di Scarantino.

Il 26 maggio 1995 Scarantino tiene la cornetta alzata ma finge soltanto di parlare, come annotano gli investigatori. Perché? Il 10 giugno 1995 Scarantino chiede di parlare con l’avvocato Lucia Falzone, che però gli spiega che servono 15 giorni per potere avere un colloquio. Poi, sempre a giugno, più volte formula il numero con lo 0934 ma non risponde nessuno, come scrivono i poliziotti. La Procura? Cerca anche più volte Mario Bò, che però "non è in ufficio". In più occasioni, i poliziotti addetti alle intercettazioni scrivono ’controllo’. E altre volte "non prende la linea".

Lo scorso 9 settembre, la presenza del telefono fisso nell’abitazione dell’ex pentito Vincenzo Scarantino di San Bartolomeo a Mare, era stata al centro dell’udienza. Quel giorno, a differenza di quanto detto nel 2013 nel processo a Salvatore Madonia, il sovrintendente della Polizia di Stato Giuseppe Di Gangi, aveva detto di avere ricordato "solo da poco" la presenza del telefono a casa di Scarantino. Nel corso del controesame l’avvocato Rosalba Di Gregorio, che rappresenta le persone che furono accusate ingiustamente da Scarantino della strage di via D’Amelio, gli disse: "Io le chiesi se Scarantino aveva il telefono e lei me lo aveva escluso. Ora dice che se lo ricorda, come ha appreso di questa faccenda?". "Dalla stampa", tagliò corto Di Gangi. Ora i brogliacci sono tutti stati depositati al processo sul depistaggio.

"DOVEVO PARLARE SUBITO" - "Non sono pentito di quello che ho fatto, anzi dovevo parlare subito dopo il io arresto". E’ quanto dice il 4 maggio del 1995 Scarantino parlando con la cognata al telefono. I due non sanno di essere intercettati. Poco prima la moglie di Scarantino, Rosalia parla con la sorella e quest’ultima gli dice: "Se Enzo (Scarantino ndr) torna indietro con la sua scelta è meglio per tutti". E Rosalia le dice che quando sente parlare al telefono del marito "pensa sempre a brutte cose". Ma quando passa la cornetta al marito, Scarantino dice alla cognata di non essere affatto pentito della sua scelta. Si dice "preoccupato" per la suocera perché la madre "non la tocca nessuno".

"MI SENTO PRESO IN GIRO" - "Mi sento preso in giro". Così diceva l’ex pentito al suo legale, l’avvocato Lucia Falzone, al telefono, senza sapere di essere intercettato nella sua casa di San Bartolomeo al Mare, in Liguria. E’ il 23 gennaio del 1995 e Scarantino confida all’avvocato. Si sente "preso in giro" ma "non dagli avvocati", chiarisce al legale. Per questo motivo vuole tornare in carcere e "rispedire la famiglia a Palermo".

"Afferma che non ce l’ha con i magistrati - come annotano i poliziotti nel brogliaccio che è stato depositato alla Procura di Caltanissetta e di cui è in possesso l’Adnkronos- ma con qualcuno di Palermo che lo vuole fare innervosire" e che vede "cose strane". E ribadisce che lui "sa" di parlare con sincerità".

Redazione

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