Romania: arrestato il leader del partito di maggioranza

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È il proprietario di una lussuosa villa di oltre 7.000 metri quadri poco distante dal Danubio, possiede enormi aree di terreni, spazi commerciali ed altre proprietà e gode, inoltre, d’ingenti quote dell’Hotel Turris di Turnu Magurele. Non stiamo parlando di un magnate o di un ricco ereditiere, ma del figlio di un semplice sottufficiale di milizia che con il tempo, con l’astuzia e, secondo i magistrati, con l’ausilio di mezzi non del tutto leciti, sarebbe riuscito a costruirsi un patrimonio inusitato attraverso la propria attività politica.

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Nato a Gratia, un piccolo villaggio di neppure 3.000 abitanti situato nella Romania meridionale, fin da giovane Liviu Dragnea palesò le proprie ambizioni politiche iscrivendosi dapprima al Partito Democratico locale e in seguito al principale movimento della sinistra rumena, il PSD. All’epoca il nostro protagonista vantava un lungo corso di studi in contabilità presso l’università di Alexandria nonché un’attiva partecipazione al mondo dell’imprenditoria grazie alla fondazione di numerose SRL. Malgrado l’ateneo in cui aveva compiuto i suoi studi sarebbe in seguito stato chiuso per gravi inadempienze mentre le sue società radiate dal registro della camera di commercio, dobbiamo pensare che tali esperienze furono particolarmente utili nel permettergli di costruirsi una lusinghiera reputazione fra i suoi conterranei.

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In breve tempo, Liviu Dragnea divenne uno dei “signori delle preferenze” del distretto di Teleorman, ottenendo e conservando per ben quattro mandati consecutivi (dal 2000 al 2012) la presidenza distrettuale. Pur senza partecipare direttamente alla vita politica della capitale, il suo sempre crescente consenso gli permise senza difficoltà di affermarsi in breve tempo come uno dei leader più influenti dell’intera Romania, così, quando nel giugno del 2015 il leader del partito Victor Ponta venne costretto a dimettersi a causa di alcune pesanti accuse di corruzione e delle conseguenti proteste in piazza da parte della popolazione, Dragnea si candidò per sostituirlo. Bisogna subito sottolineare che già all’epoca questi aveva avuto imbarazzanti problemi con la giustizia legati al suo tentativo (peraltro fallito) di condizionare con mezzi illeciti e con la falsificazione dei registri elettorali un importante referendum di qualche anno prima; tuttavia, la sua condanna a dodici mesi di carcere venne sospesa dalle autorità giudiziarie e fra i suoi compagni, lentamente, iniziò a serpeggiare l’idea che non potesse esservi soluzione migliore se non quella di sostituire un leader già condannato per corruzione con un altro condannato per frode elettorale.

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In altre parole, Dragnea poté candidarsi al congresso dove sconfisse nettamente la sua diretta avversaria Rovana Plumb (appoggiata anche da Ponta) divenendo così il nuovo presidente del partito. Dopo poche settimane il Capo di Stato Iohannis, al pari del presidente della Camera Zgonea, ne chiese le dimissioni per ragioni morali. Il risultato? Il presidente della Repubblica venne ignorato, mentre Zgonea venne perfino espulso dal PSD e costretto ad abbandonare il proprio incarico istituzionale.

Alle successive elezioni il centrosinistra stravinse ottenendo oltre il 45% dei voti complessivi e doppiando i diretti avversari del partito liberale, eppure a causa della legge rumena Dragnea non poté ugualmente ottenere la presidenza del consiglio a causa dei suoi precedenti penali ma dovette, viceversa, consolarsi con la consapevolezza che il futuro governo sarebbe stato guidato da persone provenienti dalla sua stessa corrente; in breve, persuase il Presidente della Repubblica a nominare come Primo Ministro il suo fedelissimo Sorin Grindeanu e come vicepremier l’economista Sevil Shhaideh, di cui Dragnea era stato perfino il testimone di nozze. Quest’ultimo, dal canto suo, si accontentò della nomina a Presidente della Camera andando a ricoprire (non senza, immaginiamo, una qual certa soddisfazione) quel ruolo che fino ad appena qualche mese prima era stato occupato dal suo critico più feroce.

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Nel corso della sua carriera, ad ogni modo, nessun avversario politico ha mai impensierito Dragnea quanto sono riusciti a fare i procuratori e le inchieste. Sebbene la sua prima grana giudiziaria, legata all’acquisto con fondi pubblici di un battello dal costo di 750.000 euro e dalla dubbia utilità, si sia chiusa senza la formalizzazione di ulteriori accuse, ben diverso fu l’esito delle vicende che lo avrebbero coinvolto da quel momento in poi. L’ispettorato di polizia di Teleorman, lo avrebbe infatti accusato di aver utilizzato la propria influenza nel distretto per trasformare con fini lucrativi il corpo dei vigili urbani in una società commerciale specializzata nella vendita di fertilizzanti chimici. Nel dicembre del 2016, il Presidente della Camera è stato invece rinviato a giudizio per aver costretto la direttrice generale dell’assistenza sociale e della tutela dei minori, Floarea Alesu, ad assumere con un significativo salario due giovani che si sarebbero rivelati essere dei membri attivi del PSD e che da quel momento in poi non si sarebbero presentati al lavoro neppure una volta. L’anno seguente, invece, la Direzione nazionale anticorruzione dispose contro il dirigente politico l’avvio di un’inchiesta per i reati di associazione a delinquere e appropriazione indebita, mentre nello stesso anno le autorità brasiliane avrebbero aperto delle inchieste contro Dragnea a causa del sospetto che questi potesse aver riciclato parte del suo denaro illecitamente guadagnato in patria per comprare alcune proprietà nei pressi delle spiagge di Fortaleza.

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Forse sono stati anche, se non soprattutto, i continui scandali a far smarrire al partito socialdemocratico quasi metà del proprio consenso elettorale, perdendo, in occasione delle recenti elezioni europee la maggioranza relativa dei voti in Romania; ad ogni modo, nulla di quanto accaduto finora è paragonabile alla condanna definitiva a tre anni e mezzo di carcere inflitta al leader del PSD nella giornata di ieri. Quest’ultimo è stato quasi subito trasferito in carcere e malgrado formalmente conservi tutt’ora la maggior parte dei propri incarichi pubblici, nelle prossime ore sarà verosimilmente costretto a dimettersi. In fondo, ancora una volta questa vicenda non può che rinnovare il nostro sbigottimento legato allo scarso senso etico e alla troppo limitata trasparenza con cui spesso viene selezionata la classe dirigente dei Paesi europei; una mancanza che, inevitabilmente, ha come tragica conseguenza quella di logorare non solo il benessere di gran parte della cittadinanza, ma anche la sua fiducia nelle proprie rispettive istituzioni.

Gianmatteo Ercolino

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