Rivolte nelle carceri brasiliane

Le vittime della preoccupante crisi carceraria

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Nuove vittime nel carcere brasiliano di Altamira, al nord del paese, testimoniano il radicalizzarsi della crisi che affligge il sistema carcerario brasiliano, ormai da anni sottratto al controllo delle autorità statali. Sarebbe di 52 morti il bilancio riportato dalle autorità penitenziarie dello stato del Parà, come conseguenza di una rivolta scaturita tra bande rivali per la contesa del controllo del centro carcerario. I protagonisti dell’accaduto, che avrebbero destabilizzato l’ordinario regime carcerario per ben 5 ore, sarebbero riusciti ad irrompere nell’ala occupata dai detenuti della fazione opposta, appiccando un incendio e decapitando 16 persone. Fenomeni riottosi di questo calibro in Brasile sono purtroppo proliferanti a causa del preoccupante sovraffollamento cronico delle carceri. Stando agli ultimi dati resi noti dal Consejo Nacional de Justicia, datati lo scorso 17 luglio, il sovraffollamento nei centri penitenziari brasiliani avrebbe raggiunto a livello nazionale il 69,3% e secondo le stime, il fenomeno seguirebbe uno stand crescente, che se rimanesse costante, comporterebbe nel giro di 6 anni il raddoppiamento del numero dei detenuti, che raggiungerebbe nel 2025 la quota record del milione e mezzo. L’ultima ricerca svolta nell’ambito del monitoraggio delle carceri rivela che il Brasile ad oggi già si ritrova al terzo posto a livello mondiale per popolazione carceraria, preceduto solo da Stati Uniti e Cina, con 812.564 detenuti di cui più di 700.000 in regime chiuso, contro 415.960 posti previsti dalla capacità massima del sistema penitenziario brasiliano attuale. Da constatare anche la mancata corrispondenza tra la crescita del numero dei carcerati e una diminuzione della violenza nel paese, che invece continua ad essere afflitto da una forte insicurezza sociale, come sottolinea il presidente della Corte suprema Dias Toffoli, che costituzionalmente è anche presidente del Consiglio nazionale di giustizia. Una possibile ragione a cui far risalire tutto ciò è il coinvolgimento dell’autorità penitenziaria in fenomeni quali corruzione e politica criminale vista la capillare influenza delle organizzazioni criminali nel sistema. Si pensi che nell’ambito dei progetti di recupero e di reintegrazione sociale, solo il 18% dei detenuti riesce ad ottenere un posto di lavoro in carcere; nella maggior parte dei casi le organizzazioni a delinquere monopolizzano l’accesso alle migliori opportunità lavorative, ma anche a servizi e spazi, favorendo i propri membri.

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É questo clima di abuso di potere e di forza che permette alle realtà criminose di espandersi, trovando sempre nuovi appigli e nuovi potenziali cadetti, perchè anche per una questione di mera sopravvivenza è facile che molti detenuti decidano di sottoporsi ai cosiddetti riti di iniziazione. La situazione è più seria di quanto si creda ; il mondo delle favelas, le periferie emarginate delle megalopoli brasiliane, si è ormai concretizzato come uno stato parallelo, con le proprie gerarchie e le proprie regole, ed è persino possibile parlare di una propria storia. Già a partire dagli anni 60 infatti, quando in Brasile una giunta di colonnelli prese il potere instaurando una dittatura che avrebbe lasciato il posto ad un regime democratico soltanto nel corso degli anni ’80, organizzazioni di stampo criminale furono enucleate sul territorio e si identificarono come forze estreme di opposizione al regime. Persa la carica di natura politica queste organizzazoni tra cui la più conosciuta per brutalità, il Primero comando Capital do Sào Paùlo, hanno continuato a consolidarsi, entrando in rivalità tra loro per la gestione dei traffici delittuosi. Ad oggi la mancanza di un serio controllo nelle carceri da parte della pubblica amministrazione implica una violazione sistematica dello stato di diritto e non fa altro che trasformare le carceri in centri di reclutamento.

Federica Scippa

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