Rapporto Censis, un italiano su due è per ’uomo forte al potere’

Firenze, sequestra e violenta la cognata per un mese - Morto Mario Sossi, l’ex giudice sequestrato da Br - Prima alla Scala, Milano blindata

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Rapporto Censis, un italiano su due è per ’uomo forte al potere’

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E’ l’incertezza è lo stato d’animo con cui il 69% degli italiani guarda al futuro, mentre il 17% è pessimista e solo il 14% si dice ottimista. E’ quanto emerge dal 53esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese da cui si evince anche che, nonostante tutto, gli italiani non hanno ancora perso "il furore di vivere".

Ma come siamo arrivati a questo punto? Secondo il Censis questo smarrimento generale è il frutto di un percorso iniziato con la necessità di metabolizzare la rarefazione di un sistema di welfare pubblico in crisi di sostenibilità finanziaria e la conseguente ansia all’idea di dover fare da soli rispetto a bisogni non più coperti come in passato. A questo si è aggiunto il dover fare i conti con la rottura dell’ascensore sociale, assumendo su di sé anche l’ansia provocata dal rischio di un possibile declassamento sociale. Del resto, la nuova occupazione è segnata da un andamento negativo di retribuzioni e redditi e così il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale sia bloccata. E se il 63% degli operai crede che in futuro resterà fermo nella condizione socio-economica attuale, il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso. Infine, gli italiani hanno dovuto rinunciare perfino ai due pilastri storici della sicurezza familiare, il mattone e i Bot, di fronte a un mercato immobiliare senza più le garanzie di rivalutazione di una volta e a titoli di Stato dai rendimenti infinitesimali.

La resilienza opportunistica. Dal 2011 la ricchezza immobiliare delle famiglie ha subito una decurtazione del 12,6% in termini reali. E il 61% degli italiani non comprerebbe più i Bot, visti i rendimenti microscopici. Venuti meno i pilastri del modello tradizionale di sviluppo, agli italiani non è arrivata però l’offerta di percorrere insieme nuovi sentieri di crescita per costruire il futuro. Anzi, secondo il 74% nei prossimi anni l’economia continuerà a oscillare tra mini-crescita e stagnazione, e il 26% è sicuro che è in arrivo una nuova recessione. Contando di fatto solo sulle proprie forze, gli italiani hanno quindi messo in campo stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro, in una solitaria difesa di se stessi, in assenza di grandi strategie da generali d’armata, di certo non avvistati all’orizzonte in questi anni. Hanno cercato di porre una diga per arrestare la frana verso il basso. La loro reazione vitale ha generato una formidabile resilienza opportunistica, con l’attivazione di processi di difesa spontanei degli interessi personali: l’attenzione nei consumi, il cash accumulato in chiave difensiva e, purtroppo, anche il ’nero’, a volte di sopravvivenza. Non si è nemmeno fermata la corsa alla liquidità: +33,6% di contante e depositi bancari tra il 2008 e il 2018 (contro il -0,4% delle attività finanziarie complessive delle famiglie).

La società ansiosa di massa macerata dalla sfiducia. Lo stress esistenziale si manifesta con sintomi evidenti in una sorta di sindrome da stress post-traumatico. Nel corso dell’anno il 74% degli italiani si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso. E secondo il 69% l’Italia è ormai un Paese in stato d’ansia (il dato sale al 76% tra chi appartiene al ceto popolare). Del resto, nel giro di tre anni (2015-2018) il consumo di ansiolitici e sedativi (misurato in dosi giornaliere per 1.000 abitanti) è aumentato del 23% e gli utilizzatori sono ormai 4,4 milioni (800.000 di più di tre anni fa). Disillusione, stress esistenziale e ansia originano un virus che si annida nelle pieghe della società: la diffidenza. Il 75% degli italiani non si fida più degli altri, il 49% ha subito nel corso dell’anno una prepotenza in un luogo pubblico (insulti, spintoni), il 44% si sente insicuro nelle vie che frequenta abitualmente, il 26% ha litigato con qualcuno per strada.

Crescenti pulsioni antidemocratiche. Oggi solo il 19% degli italiani parla frequentemente di politica quando si incontra. Il 76% non ha fiducia nei partiti (e la percentuale sale all’81% tra gli operai e all’89% tra i disoccupati). Il 58% degli operai e il 55% dei disoccupati sono scontenti di come funziona la democrazia in Italia. Sono i segnali dello smottamento del consenso, che coinvolge soprattutto la parte bassa della scala sociale. E apre la strada a tensioni che si pensavano riposte per sempre nella soffitta della storia, come l’attesa messianica dell’uomo forte che tutto risolve. Il 48% degli italiani oggi dichiara che ci vorrebbe un "uomo forte al potere" che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai).

Più occupati, meno lavoro: il bluff dell’occupazione. Rispetto al 2007, nel 2018 si contano 321.000 occupati in più: +1,4%. La tendenza è continuata anche quest’anno: +0,5% nei primi sei mesi del 2019. Il riassorbimento dell’impatto della lunga recessione nasconde però alcune criticità. Il bilancio dell’occupazione è dato da una riduzione di 867.000 occupati a tempo pieno e un aumento di 1,2 milioni di occupati a tempo parziale. Nel periodo 2007-2018 il part time è aumentato del 38% e anche nella dinamica tendenziale (primo semestre 2018-2019) è cresciuto di 2 punti. Oggi un lavoratore ogni cinque ha un impiego a metà tempo. Ancora più critico è il dato del part time involontario, che riguarda 2,7 milioni di lavoratori. Nel 2007 pesava per il 38,3% del totale dei lavoratori part time, nel 2018 rappresenta il 64,1%. E tra i giovani lavoratori il part time involontario è aumentato del 71,6% dal 2007. Così oggi le ore lavorate sono 2,3 miliardi in meno rispetto al 2007 e parallelamente le unità di lavoro equivalenti sono 959.000 in meno. Nello stesso periodo le retribuzioni del lavoro dipendente sono diminuite del 3,8%: 1.049 euro lordi all’anno in meno. I lavoratori con retribuzione oraria inferiore a 9 euro lordi sono 2.941.000: un terzo ha meno di 30 anni (un milione di lavoratori) e la concentrazione maggiore riguarda gli operai (il 79% del totale).

Un’agenda condivisa contro l’epica del disincanto. Le cronache della politica nazionale registrano l’interesse del 42% della popolazione e superano le voci classiche dei palinsesti come lo sport (29%) o la cronaca nera (26%) e rosa (18%). Nelle diete informative una importanza ancora minore è attribuita alle notizie economiche (15%) e soprattutto alla politica estera (10%). Ma questo ritrovato interesse nasce dalle ceneri di un disincanto generalizzato: si guarda la politica in tv come fosse una fiction. Lo dimostra la continua espansione dell’area del non voto alle elezioni politiche (astenuti, schede bianche e nulle): il 9,6% degli aventi diritto nel 1958, l’11,3% nel 1968, il 13,4% nel 1979, il 18% nel 1992, il 24,3% nel 2001, fino al 29,4% nel 2018. E non esiste nessun altro soggetto come i politici che gli italiani vorrebbero vedere di meno nei programmi televisivi: vale per il 90% dei telespettatori. La domanda di politiche non trova un riscontro adeguato nell’attuale offerta politica. Al di fuori di retorica e propaganda, il lavoro e la disoccupazione preoccupano il 44% degli italiani (contro la media del 21% dei cittadini europei), il doppio rispetto all’immigrazione (22%), più di tre volte rispetto alle pensioni (12%), cinque volte di più della criminalità (9%) e dei problemi ambientali e climatici (8%).

Piastre di ancoraggio e muretti di sostegno - La società italiana, rileva il Censis, ha guardato a lungo inerte al cedimento delle sue strutture portanti. A questo cedimento, puntellando se stesso, ora il Paese sta cercando una soluzione per provare ad ancorarsi e tentare un cambio di direzione. Il franare è stato in parte interrotto grazie alla ricostruzione di alcune piastre di sostegno cui ancorare non una nuova fase di crescita, ma almeno un cambio di rotta. In primis la dimensione manifatturiera del nostro sistema produttivo e nella sua capacità di innovare e, almeno in parte, trainare la crescita. Una seconda piastra di ancoraggio, sottolinea il Censis, è nel consolidamento strutturale in alcune aree geografiche vaste del nostro Paese: dal nuovo triangolo industriale tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna alla fascia dorsale lungo l’Adriatico. La terza piastra è la nuova sensibilità per i problemi del clima, della qualità ambientale e della tutela del territorio, anche in risposta a stimoli non solo interni. Restano certo irrisolti i nostri problemi di fragilità strutturale dell’ambiente naturale e costruito, ma, osserva il Censis, è fuor di dubbio che la speranza di provare a metterci mano muove a una spontanea e diffusa partecipazione. È una quarta ipotesi di piastra di ancoraggio, per quanto più incerta, la rimessa in circuito del risparmio privato. La liquidità disponibile delle famiglie ha permesso una sostanziale tenuta sociale, a fronte di risorse pubbliche sempre meno adeguate e meno efficienti. Un’ultima piastra di sostegno la si vede nella dimensione europea: sempre meno si addossano ai processi di convergenza europea le responsabilità delle difficoltà nazionali e locali, e sempre più si alimenta il dibattito sulla capacità delle istituzioni comunitarie di rinnovare contenuti e mezzi dello sviluppo.

Si rileva una multiforme messa in opera di infrastrutture di contenimento dei fenomeni erosivi, dunque, generata dalla difesa solitaria dei singoli, grazie a processi temporanei e tempestivi di appoggio: tanti muretti in pietra a secco. Ne sono esempi la fitta rete di incubatori e acceleratori di imprese innovative nei quali diverse migliaia di giovani tentano una esperienza imprenditoriale, dove una buona intuizione può diventare una buona impresa. O i tanti festival, sagre, eventi culturali di ogni genere e scopo, senza che vi sia in pratica città o borgo che non ne progetti o organizzi uno. Arrivare a immaginare che nella reazione alla regressione la dimensione strutturale, le piastre, o quella di provvisorio sostegno, i muretti, possono diventare le basi di un ritorno a una dimensione sociale e collettiva è un errore di prospettiva.

Firenze, sequestra e violenta la cognata per un mese

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Ha sequestrato e violentato la cognata per un mese, tenendola segregata prima in un pollaio e poi in una roulotte in un bosco nel comune di Rufina (Firenze).

E’ il calvario vissuto da una donna di 53 anni, che il suo carceriere ha rapato a zero, ha costretto a subire continui rapporti sessuali, mangiando solo un qualche biscotto e passando l’intera giornata legata ad una branda.

Dopo quasi un mese, approfittando dell’assenza del suo aguzzino, si è slegata, è fuggita nel bosco e dopo diversi km è riuscita a chiedere aiuto a un automobilista di passaggio. Il suo inferno è finito con il coraggio di denunciare le atrocità commesse dall’ex cognato, che ora è finito in carcere, arrestato dai carabinieri del nucleo operativo e radiomobile della compagnia di Pontassieve (Fi).

I militari hanno eseguito nel tardo pomeriggio di ieri un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di un 55enne italiano, pregiudicato, già in libertà vigilata, per sequestro di persona in concorso, lesioni, violenza sessuale, violenza privata, rapina ed indebito utilizzo di carte di pagamento.

La vicenda risale agli inizi dello scorso mese di settembre, quando l’uomo, con la complicità del fratello, ha attirato nella propria dimora, in una località isolata del comune di Rufina (Fi) una donna 53enne, tra l’altro sua cognata in quanto ex moglie di un altro fratello, da cui si è separata da qualche tempo.

Con l’inganno ha fatto entrare la cognata in un capannone adibito a pollaio dove, dopo averle sottratto la borsa, l’ha picchiata violentemente, anche utilizzando un tubo di plastica, e l’ha legata ad una branda metallica. Per lei è iniziato un inferno: è stata tenuta segregata per un mese e veniva slegata solo un paio di volte al giorno, per pochi minuti, per consentirle di alimentarsi, peraltro ad acqua e biscotti.

Nel corso della prigionia il suo aguzzino le tagliato anche i capelli in modo rudimentale e l’ha costretta a scrivere una lettera indirizzata all’ex marito per informarlo che si sarebbe trasferita all’estero, in modo da giustificare la sua irreperibilità, sia una delega alla compagna del suo carceriere per utilizzare la carta di pagamento della vittima, che percepisce il reddito di cittadinanza.

Dopo alcuni giorni di segregazione, la malcapitata, ormai completamente assoggettata ed atterrita, è stata trasferita dal 55enne all’interno di una roulotte dove, per timore di nuove violenze, è stata costretta a sottostare agli appetiti sessuali dell’uomo.

Il calvario si è concluso, quasi per caso, una mattina di fine settembre quando, approfittando di un periodo di prolungata assenza dell’aguzzino, la donna ha trovato il coraggio di scappare, percorrendo quasi 6 km a piedi nel bosco prima di ricevere aiuto da un automobilista di passaggio.

Ritrovata la libertà, la donna si è rivolta prima ad un’amica e poi ai servizi sociali ed ai carabinieri, ai quali ha denunciato, in lacrime, l’accaduto: per lei è stato subito attivato il Codice Rosa e la collocazione in una struttura protetta.

Le immediate indagini dell’Arma dei carabinieri, coordinate dal pm Beatrice Simona Giunti, hanno consentito di raccogliere "numerosi e concordanti riscontri" alla versione raccontata dalla vittima, di acquisire elementi "fortemente indizianti a carico del suo sequestratore" e di chiarire anche il ruolo avuto nella vicenda dal fratello di quest’ultimo, al momento ritenuto complice del solo sequestro. Resta invece da definire il ruolo della compagna dell’arrestato, che si sarebbe comunque prestata ad utilizzare indebitamente in più occasioni la carta di pagamento della vittima.

Il quadro emerso ha così portato all’emissione da parte del gip del tribunale di Firenze, Angela Fantechi, di un’ordinanza che ha disposto la custodia cautelare in carcere per il 55enne, trasferito a Sollicciano, e la sottoposizione all’obbligo di dimora nel comune di residenza per il fratello.

Morto Mario Sossi, l’ex giudice sequestrato da Br

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E’ morto oggi a Genova l’ex giudice Mario Sossi, 87 anni, che nel 1974 fu vittima di un sequestro che durò per oltre un mese da parte delle Brigate Rosse. Sossi, rapito nel capoluogo ligure, era stato pm nel processo al ’Gruppo XXII Ottobre’. I funerali si terranno lunedì a Genova.

’’Rendo omaggio alla memoria di Mario Sossi", scrive il senatore Maurizio Gasparri (Fi), "valente Magistrato, che più volte ho incontrato a Genova, nel corso di convegni e incontri pubblici, ai quali partecipava come simbolo della storia italiana del dopo guerra. Mario Sossi fu tra le prime vittime delle Brigate rosse, subendo un drammatico sequestro. Uomo di prima linea nell’azione di una magistratura seria e valorosa, resta un esempio che la Repubblica Italiana dovrà sempre ricordare’’.

"Al di là del dolore per la scomparsa di un uomo, di un magistrato di una persona rapita, la cosa che andrebbe sottolineata è che il rapimento Sossi è la prova generale del rapimento Moro, perché la differenza tra i due rapimenti è che Moro viene ucciso e Sossi no". Lo ha affermato all’Adnkronos Gero Grassi, ex parlamentare Pd e componente della Commissione d’indagine parlamentare Moro2, in merito alla scomparsa del magistrato Mario Sossi, rapito dalle Brigate Rosse nel 1974. "Va considerato nel caso di Sossi tra i rapitori c’erano Franceschini e Curcio che non vollero che il magistrato fosse ucciso". "Nel caso di Moro Franceschini e Curcio erano stati arrestati e la prima linea delle Brigate Rosse era diventata Moretti e Morucci, e va detto che nel rapimento Sossi Moretti insisteva perché il magistrato fosse ucciso, mentre furono Franceschini e Curcio a non volere l’omicidio perché volevano fare solo un’azione dimostrativa e non uccidere una persona - continua Grgassi - Da ricordare inoltre, nel rapimento Sossi, la magistratura e le forze dell’ordine arrestarono tutti i rapitori, tranne uno, Francesco Marra, pescivendolo di Quarto Oggiaro, Milano, che non fini in manette pur essendo coinvolto nel rapimento perché era un infiltrato dei servizi segreti". "Credo che a distanza di 40 anni, accanto all’uomo vada ricordata e raccontata la storia, soprattutto per le nuove generazioni", conclude Grassi.

Prima alla Scala, Milano blindata

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Misure di sicurezza rafforzate, a Milano, per la Prima della Scala che oggi inaugurerà la stagione con la ’Tosca’ di Puccini alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, del presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, e del ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese. Il questore di Milano Sergio Bracco ha emanato un’ordinanza con cui è stato previsto un articolato dispositivo di vigilanza e controllo con l’impiego di un consistente numero di uomini. In concomitanza con la rappresentazione in Piazza della Scala, nelle adiacenze del Teatro, sono previsti infatti dei presidi.

In particolare, rende noto la questura in una nota, un presidio organizzato dalla Confederazione Unitaria di Base - Cub, in segno di protesta contro la kermesse, e un presidio indetto dai lavoratori della società Auchan, a sostegno della vertenza occupazionale in atto. Informalmente si è appreso che appartenenti alle locali realtà antagoniste saranno presenti sulla piazza per richiamare l’attenzione sulla vicenda siriana. Anche in Galleria Vittorio Emanuele II è stimata la presenza di numeroso pubblico visto che l’opera verrà trasmessa su un maxischermo collocato nell’ottagono.

L’attività capillare di osservazione e vigilanza che sarà svolta dalla polizia di Stato coinvolgerà il commissariato centro territorialmente competente, il cui dirigente coordinerà il servizio con un significativo impiego di personale in abiti civili e in uniforme. Personale altamente qualificato della Digos sarà presente in ogni area interessata, sia all’interno che all’esterno del teatro, per prevenire e contrastare eventuali attività di contestazione ed eversive. La presenza delle alte cariche dello Stato renderà necessario un adeguato servizio di scorte per assicurare la tutela delle personalità. A tutti i servizi concorrerà l’Arma dei carabinieri con le sue articolazioni, nonché la Guardia di Finanza. La polizia locale, il 118 e i Vigili del Fuoco hanno pianificato parallelamente i dispositivi di rispettiva competenza per garantire il regolare svolgimento degli eventi.

In tutti i punti sensibili saranno effettuate ispezioni e bonifiche e il personale in abiti civili e in uniforme assicurerà la vigilanza all’esterno e all’interno del teatro procedendo a capillari controlli sulle persone. L’area interessata sarà delimitata e controllata ad ampio raggio per prevenire ulteriori estemporanee iniziative di contestazione nonché per impedire l’accesso a mezzi non autorizzati. Ai partecipanti all’evento sarà consentito l’ingresso attraverso un corridoio appositamente predisposto, anche esso adeguatamente controllato.

Redazione

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