ROTTA LA TREGUA, HAFTAR BOMBARDA ANCORA TRIPOLI

Gli scontri in Libia preoccupano sempre più l’Italia, minacciando l’attività di Eni

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Lo scorso 10 agosto, in occasione della festività dell’Eid Al-Adha (“Festa del sacrificio” nel mondo musulmano), era stata raggiunta una tregua in Libia, grazie alla mediazione dell’inviato speciale dell’Onu in Libia, Ghassan Salamé. La sua recente iniziativa per la de-escalation in Libia si basava su tre punti: tregua umanitaria in occasione della festività; organizzazione di una conferenza internazionale con la partecipazione di tutti gli attori stranieri e un’altra conferenza riservata solo ai libici. L’iniziativa includeva una piena attuazione dell’embargo delle armi deciso dal Consiglio di Sicurezza. Dopo due giorni di tregua, però, sono ripresi i combattimenti nei pressi di Tripoli tra le milizie di Khalifa Haftar e l’esercito libico. Lo riferisce la tv Al Arabiya. Haftar aveva già violato la tregua con i bombardamenti sull’aeroporto di Mitiga, a Tripoli, costringendo le autorità a sospendere i voli per diverse ore. Per tutta risposta, il giorno successivo le forze dell’operazione Vulcano di Rabbia del Gna di Tripoli hanno arrestato cinque militari al soldo dell’uomo forte della Cirenaica, tra cui due ufficiali di alto grado su di un’imbarcazione ad est di Sabrata. L’ha reso noto la pagina Facebook dell’unità operativa, citando le dichiarazioni del colonnello Tawfik al Sekir. Secondo l’emittente Libya al-Ahrar TV, che cita una nota del comando della Guardia di protezione e Polizia della Base Navale di Tripoli, “l’operazione ha avuto luogo al largo della costa di Zaouia quando una motovedetta dell’operazione Vulcano di Rabbia ha fermato un’imbarcazione sospetta e arrestato tutti coloro che si trovavano a bordo”.

Nella giornata di ieri, intanto, sono ripresi i bombardamenti con razzi Gradi sull’aeroporto di Mitiga, causando la morte di un dipendente. Altre due persone, invece, sono rimaste ferite nel corso dello stesso attacco. A dare la notizia in un tweet è stato il Lybia Observer. Secondo fonti libiche citate dal quotidiano Asharq Al-Awsat, Haftar ha tenuto un “incontro allargato con i suoi comandanti in varie aree di combattimento, con l’intento di fare il punto su ciò che è stato fatto dal lancio dell’operazione militare il 4 aprile per la liberazione di Tripoli”. A nulla, quindi, è valso l’apprezzamento dell’Unsmil riguardo la “risposta positiva delle parti” in conflitto alla richiesta della tregua.

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Al di là degli schieramenti internazionali, è proprio l’Italia a pagare il prezzo più alto della contesa (oltre, naturalmente, alla popolazione libica). Non soltanto per quanto riguarda il dossier immigrazione – l’ultimo caso è stato quella del divieto di accesso nelle acque territoriali italiane alla nave della Ong spagnola Open Arms, con a bordo 147 persone, divieto sospeso lo scorso 14 agosto dal Tar del Lazio con conseguente polemica tra il ministro dell’Interno Matteo Salvini e il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte –; l’avanzata del generale Haftar ha un impatto diretto sull’attività della compagnia Eni poiché il generale controlla quasi per intero i campi petroliferi libici: Sarara, che produce 315 mila barili al giorno, al-Fil con altri 80 mila barili, il bacino di Sirte, che alimenta i due terzi della produzione di tutta la Libia e il campo di gas di Wafa, fondamentale per il Green Stream. Il gasdotto, lungo 520 chilometri, attraversa i fondali del Mar Mediterraneo collegando l’impianto di trattamento di Mellitah sulla costa libica con Gela in Sicilia, snodo di ingresso della rete nazionale di gasdotti.

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La capacità del Green Stream ammonta a circa 8 miliardi di metri cubi all’anno, mentre la produzione di gas naturale in Libia nel 2018 è stata di circa 33,4 milioni di metri cubi al giorno e l’approvvigionamento di gas naturale è stato pari a 4,55 miliardi di metri cubi. La situazione dell’Italia sul fronte energetico è dunque estremamente problematica poiché fra petrolio, gas naturale, elettricità e combustibili solidi importa circa l’82% del suo fabbisogno, di cui il 40% proprio dalla Libia (in minore quantità da Algeria ed Egitto). Roma osserva quindi sempre con più apprensione la situazione sull’altra sponda del Mediterraneo, nonostante la grave crisi in cui versa lo stesso governo italiano.

Lorenzo Pisicoli

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