REP. CECA, PROTESTE DILAGANTI. IL PREMIER: “IO NON MOLLO”

Il Primo Ministro sovranista e miliardario Andrej Babiš, coinvolto in uno scandalo, afferma di “non aver fatto niente di male”. Ma le indagini proseguono

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Andrej Babiš “non molla”. È questo quanto emerge dalle sue dichiarazioni in merito alle proteste dell’ultimo mese organizzate da “Million Moments for Democracy”. La prima di queste, avvenuta il 5 giugno, è stata la più grande del Paese dal 1989, anno della fine del regime comunista. I manifestanti, anche avantieri (confermando all’incirca i numeri della manifestazione del 5 giugno), hanno sfilato con bandiere dell’UE e della Repubblica Ceca, oltre che con striscioni di protesta contro il Premier e il Presidente Milos Zeman.

Non ho fatto niente di male, la Repubblica Ceca non è mai stata meglio di oggi" ha affermato il premier-imprenditore Babiš in propria difesa, mentre continuano le indagini che lo vedono al centro di un grosso scandalo per frode: avrebbe utilizzato sovvenzioni europee nel suo progetto “Stork Nest”, dunque per scopi personali. L’anno scorso era già stato incriminato nell’ambito di uno scandalo riguardante 2 milioni di euro.

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Il giorno dopo che la polizia comunicò l’esistenza dell’indagine, ad aprile, il governo sostituì il ministro della Giustizia, una mossa che destò molti sospetti su un presunto tentativo di Babiš di influenzare il procedimento giudiziario, e che ha scatenato le proteste contro di lui, che ha sempre avuto tra i punti salienti della propria dialettica la lotta alla corruzione.

A maggio fu diffusa inoltre una versione preliminare di un rapporto della Commissione europea che accusava Babiš di aver usato altri fondi europei per avvantaggiare Agrofert.

Un buon motivo per il Premier per non rassegnare le dimissioni, però, è la grande frammentazione elettorale che si è manifestata anche nelle ultime elezioni europee, in cui il suo partito, Azione dei Cittadini Insoddisfatti, ha comunque conseguito la maggioranza relativa, superando il 20%. Per quanto non abbia un consenso solido, è comunque indispensabile per tenere in piedi un qualsivoglia governo nel Paese.

Per Babiš, le proteste sono semplicemente “parte del sistema democratico: le persone possono manifestare contro me o il governo e io rispetto il loro diritto di farlo”. Intanto, però, come riporta il quotidiano La Repubblica, in questi stessi giorni il potere si preparava a Praga a “normalizzare” i media pubblici affidando la direzione suprema di radio, televisione e agenzia di stampa pubblica CTK a un estremista di destra russofilo, Michal Semin. Quest’ultimo, dichiarando in pubblico il suo odio verso Unione europea e Nato, chiede che agenzie e siti russi come Sputnik vengano assunti come fonte principale. Un provvedimento che segue il modello orbaniano, coerentemente con l’indirizzo politico del partito di Babiš, che a Bruxelles si colloca nel gruppo di Visegrad, il quale recentemente ha fatto saltare i fondamentali accordi sulla gestione dell’emergenza climatica (ulteriore argomento usato dai manifestanti a Praga). Anche il modo in cui ha gestito il Ministero della Giustizia ricorda gli “anti-modelli” polacchi ed ungheresi.

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Le proteste dilaganti, però, dimostrano che i cittadini non hanno dimenticato le sofferenze subite durante il regime comunista, e non sono disposti ad accettare una messa in discussione delle istituzioni e degli equilibri democratici, che, secondo i manifestanti di Praga, si starebbe verificando sotto l’attuale amministrazione.

In effetti, sembra che, dopo anni di dominio quasi incontrastato, il cosiddetto “vento sovranista” si sia ultimamente un po’ mitigato, fatta eccezione per Italia ed Ungheria. Le forze opposte, infatti, appaiono riorganizzate, dopo un’iniziale fase in cui erano state colte alla sprovvista dall’emergere di soggetti politici così nuovi ed anticonvenzionali, che, forse, erano necessari per svegliare il “gigante dormiente” europeo.

Giulio Negri

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