Quell’indimenticabile 27 gennaio a Belgrado.

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Arrivo nel campo profughi di Panceva - Belgrado - alle dieci e trenta del mattino del 26 gennaio appena trascorso. Il " boss " si chiama Radeciric e chiedo di incontrarlo. Mi spiega che la situazione nel campo non è drammatica, nonostante gli aiuti e i beni di prima necessità siano sempre carenti.

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Il campo, racconta Radeciric, ospita iracheni, siriani ed afgani. Vi sono molti bambini spesso abbigliati in modo inadeguato alle temperature, ampiamente al di sotto dello zero. Successivamente incontro Omar, un quarantenne proveniente dall’Iraq, che mi ospita nella sua "abitazione”.

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Un prefabbricato come tanti nel campo, quattro metri per due, arredati con letti a castello e un armadio oltre ad attrezzi rudimentali per cucinare. Omar ha moglie e due figli. Mi offre del tè caldo e racconta la storia della sua famiglia: sono lì da cinque mesi e attendono di recarsi a Londra per ricongiungersi con il resto dei parenti.

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La destinazione successiva è la stazione ferroviaria dove maschi adulti - all’incirca un migliaio - vivono in condizioni di assoluta precarietà, al freddo e in pessime condizioni igieniche. Si scaldano come possono, bruciando materiali che spesso sprigionano nubi tossiche, ma non intendono raggiungere i campi attrezzati perché temono di esser rimandati in breve agli hot spot e, nel giro di qualche giorno, rimpatriati nei loro paesi di origine.

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Ventisette gennaio. Nel mondo si celebra la Giornata della Memoria ed io decido di ritornare in stazione per comprendere meglio quanto accade. Incontro Remì il quale conferma le notizie che avevo raccolto il giorno precedente. In più osservo l’interminabile fila per l’unico pasto quotidiano: un minestrone, spesso non sufficiente per tutti.

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Le autorità serbe - apprendo - sono infastidite per il clamore suscitato dalle immagini della stazione circolanti in rete e rendono nota la loro verità: sono gli stessi immigrati a rifiutare di recarsi presso i campi attrezzati presenti nel paese. Le associazioni umanitarie, d’altra parte, sono ostacolate dallo Stato e non autorizzate - pena l’espulsione dal paese - a portare aiuti al di fuori dei campi ufficiali. Ho raccolto, come faccio da anni, immagini, catturato visi e sguardi per risvegliare la memoria in un mondo di smemorati.

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Perché qualsivoglia celebrazione diventa inutile se non porta con sé ammonimenti, riflessioni e lezioni per il presente.

Roberto Pedron

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