QUANDO LA MUSICA “FA POLITICA”

Dai Pearl Jam a Roger Waters, uniti nel nome della libertà di espressione

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Spesso mi capita di sentire opinioni sull’opportunità o meno da parte di personaggi pubblici del mondo dello spettacolo, e soprattutto musicale, di fare politica (ndr, fermo restando che per politica si intende tutto ciò che riguarda gli interessi civili e politici di una comunità) attraverso un lavoro artistico o in apparizioni pubbliche. Con il risultato, all’indomani di una eventuale dichiarazione rilasciata sul palco durante un live, in tv o nelle interviste, di scatenare una guerra socio-mediatica 2.0, con opposte fazioni schierate nel web a darsele di santa ragione a suon di battute sulla tastiera del computer. Da giornalista il mio punto di vista, a riguardo, non può che propendere per la piena libertà di espressione, soprattutto se il messaggio serve a sensibilizzare l’opinione pubblica su reiterati nefasti argomenti. Come il dilagare del femminicidio.

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Ecco allora un episodio virale, di alcuni giorni fa, che vede coinvolto emotivamente, ancora una volta, il gruppo statunitense dei Pearl Jam: durante il live al Mad Cool Festival di Madrid, la band, dopo l’esecuzione di Jeremy, ha deciso di fermarsi per chiedere al pubblico di riflettere sul tema della violenza alle donne, molto sentito anche in Spagna. Per l’occasione è stato lanciato un video in cui gli attori Javier Barden e Luisi Tosar dicono: “Anche se avete ballato insieme tutta la notte, anche se siete andati a casa insieme, se ti dice no è no. E se non ti dice sì, significa no”. Questa cosa non mi meraviglia, se penso che neanche un mese fa all’Olimpico di Roma, in piena crisi italiana di sbarco-migranti, la rock band, durante la cover Imagine di John Lennon, fece riempire i megaschermi con l’immagine di una ciambella e l’hashtag #apriteiporti. Suscitando su tweeter, se qualcuno ricorda, anche le critiche di “Gian Burrasca” Pavoni: “Si facciano gli affari loro”. Ma ognuno, ribadisco, deve essere libero di esprimere ciò che pensa!

https://www.facebook.com/rogerwaters/videos/1890181701025626/

E senza andare troppo lontano, sempre nella Citta Eterna, Roger Waters, sabato scorso, si è esibito al Circo Massimo in uno spettacolo musicale dai contenuti fortemente politici: si va dall’apparizione sul palco di un grosso maiale e l’enorme scritta sullo schermo “Trump è un maiale” alla proiezione di immagini raffiguranti Putin, Le Pen, Orban, Kurz ed Erdogan. Il sottofondo musicale al passaggio di queste slide sono Dog e Pig con il richiamo insistente “a resistere a questi padroni della terra”. Insomma, si può esser d’accordo o no, ma Waters non ha mai nascosto di essere antifascista (ndr, il padre è morto in guerra ad opera dei nazisti) e contrario a ogni forma di assolutismo. Io di sicuro non posso dargli torto, considerati i continui attacchi e bavagli alla libertà di stampa mossi dai politici prima citati. Potrei continuare citando altri esempi di artisti “politicamente” impegnati, ma ci sarebbe da scrivere tanto. E se alla fine gli inviti contenuti in queste dichiarazioni sono alla pace, alla sensibilizzazione su temi scottanti e all’opporsi a tutte le limitazioni dei diritti umani, che ben venga il far politica nel mondo dello spettacolo. Concludo con le parole di Giorgio Gaber contenute in un suo testo del ‘72: “la libertà non è star sopra un albero non è neanche il volo di un moscone la libertà non è uno spazio libero libertà è partecipazione”.

(Foto e Video dalle pagine Facebook degli artisti)

Nicòl De Giosa

 

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