Prostituzione: una storia che non ci coinvolge ma ci appartiene

Intervista a Michelangela Barba, Presidente dell’associazione Ebano (Parte II)

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Prima parte dell’intervista:

http://www.internationalwebpost.org/contents/Prostituzione:_una_storia_che_non_ci_coinvolge_ma_ci_appartiene_9860.html#.W2QwNznONdg

II Parte

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Chi ha il compito di allontanare le ragazze dalla strada, per esempio a Milano?

E’ il tavolo antitratta, tramite la sua unità mobile, ad occuparsi delle vittime sull’intero territorio. Ma c’è un problema. Esiste un’altra forma di sfruttamento, riconducibile alla nuova severa disciplina di riduzione in schiavitù: le ragazze hanno libertà di movimento, però i loro magnaccia le controllano costantemente, chiamandole ogni 2 secondi. E’ per questo che, sotto una forte pressione psicologica, non sono disposte a spostarsi neanche di 100 metri. Questa forma di controllo è ancora più subdola, perché, non essendo recluse con la forza, le vittime non possono contestare alcuna schiavitù. Hanno in mano un documento che magari è falso, hanno un cellulare con cui potrebbero chiedere aiuto, qualche volta dispongono di un’auto, quindi a livello normativo riconoscerle come vittime di tratta è praticamente impossibile. Viene riconosciuto lo sfruttamento della prostituzione solo se sussistono più denuncianti, per cui viene riconosciuta la denuncia delle parti lese; oppure, si possono denunciare gli sfruttatori subito dopo le percosse, nel momento in cui la violenza può essere refertata. In questi casi viene riconosciuto lo sfruttamento della prostituzione, di cui articolo 4 della legge Merlin, che prevede fino a 12 anni di detenzione, ma ha una pena base di 4 anni. Tenuto conto che con il patteggiamento del rito abbreviato è possibile eludere un terzo della pena, e che se l’individuo è incensurato salta un altro terzo, la pena scende direttamente sotto i 2 anni, dunque può essere persino sospesa.

Le vittime, quindi, non potendo essere riconosciute come vittime di tratta, non sono prese in carico dall’ufficio antitratta del Comune di Milano né dalle associazioni. Conoscendo le effimere sanzioni, non sono incentivate a denunciare e ad accedere ai canali istituzionali, dato che i loro carnefici potrebbero essere liberi nel giro di 6 mesi.

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Qual è il ruolo dell’associazione Ebano?

L’associazione è nata come unità mobile di volontariato nel 2012, senza l’aiuto di fondi pubblici. Osservando la situazione dell’Est Europa, si è specializzata nella presa in carico e nel variare del percorso delle ragazze che non possono accedere a questi canali, che non sono riconosciute come categoria svantaggiata ma semplicemente decidono che vogliono uscirne. Noi le facciamo venir fuori dal giro, vincendo le loro resistenze e debolezze, facciamo sì che incontrino degli psicologi e troviamo loro un lavoro, accompagnandole fino alla loro indipendenza. Conosciamo bene il territorio romeno, e abbiamo attivato una serie di interventi anche per le famiglie, in cui gli psicologi spiegano ai parenti cosa è successo alla ragazza, aiutando a comprendere che è stata ingannata e manipolata, costretta psicologicamente a restare in una situazione da cui lei stessa, poi, non ha voluto uscire per vari fattori psicologici.

Come viene vissuto tutto ciò dai genitori delle ragazze?

E’ molto difficile accettarlo. Di qui mandiamo persino il cibo nei centri rumeni che ospitano queste ragazze, perché, sapendo che si tratta di ex prostitute, nessuno da loro neanche un euro per comprare da mangiare. Non ricevono neanche una donazione, perché il pregiudizio è molto forte. Si fa fatica a spiegare alle famiglie che le ragazze erano solo fragili vittime del giro.

Quali Paesi sono oggi a rischio?

Negli ultimi due anni c’è stata un ritorno degli albanesi “vecchio stile”: sono tornate in strada le ragazze albanesi, con metodi molto brutali. Da due anni a questa parte si rivedono i metodi della prima ora: inganni, rapimenti e sequestri. Ci sono varie ondate bulgare riconducibili alla prostituzione maschile, con metodi che somigliano sia a quelli albanesi che a quelli romeni.

L’Ucraina è un altro Paese a rischio. Nel 2016 abbiamo contattato una associazione locale che si occupa di queste problematiche, e solo nei pressi del distretto di Odessa, ci sarebbero 5 mila ragazze per strada, di cui 25% presunte minorenni e 25% accertate. I prezzi delle prestazioni si aggirano, a volte, anche intorno alle 5 euro.

Perché l’Italia è coinvolta nel giro?

L’Italia viene scelta per una serie di motivi: perché l’aspettativa punitiva è molto bassa, perché il territorio è ripartito dalla criminalità organizzata, quindi al massimo se una ragazza fosse libera professionista potrebbe andare dal capo della strada e comprarsi il posto con una quota d’ingresso. Ma è un’ipotesi residuale: di solito è il Lover boy quello che lo fa per piazzare la propria donna.

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Ulteriore corollario, inventato dalla seconda generazione: le senior guardano le junior.

Consiste nel fare da guardiana, da parte delle ragazze più “anziane” nel mestiere, alle più giovani: quindi anche ragazzine che controllano le più grandi che sono nuove nel mestiere. In carcere troviamo ragazze di 20 anni per sfruttamento della prostituzione, quindi ancora manipolazione su manipolazione. Tu sei la vittima, ma ti devi identificare come carnefice per l’altra: questa la logica degli sfruttatori. Durante i blitz, si osserva che a tenere i soldi i preservativi e a controllare i telefono sono le ragazze stesse (che quindi vengono incriminate), non i Lover boy.

Come andrebbe contrastato questo fenomeno?

Sicuramente con un adeguamento delle pene, anche per sfruttamento della prostituzione: che almeno vengano riconosciuti come aggravanti la pluralità delle vittime, l’uso della violenza, della minaccia o dell’inganno. A ciò sarebbe da aggiungere anche la manipolazione, la quale dovrebbe prevedere qualcosa in più rispetto ai miseri 4 anni, riducibili con gli sconti di pena. E’ necessario inasprire le sanzioni e inserire lo sfruttamento della prostituzione, oltre che nell’art.3 (reato contro la morale), nell’art.4 (in quanto reato contro la persona), con l’applicazione quindi dell’articolo 4 bis. Sarebbe utile raddoppiare i termini di prescrizione e creare e riconoscere dei percorsi di tutela nei confronti delle ragazze che non rientrano nella tratta ma soltanto nello sfruttamento della prostituzione.

Utile anche il lavoro delle comunità, da ampliare al di là degli albi, entro cui è necessario rientrare per poter partecipare a questi progetti. Questo albo richiede il possesso stabile di una soluzione abitativa in cui fare accoglienza, cioè prevede una serie di vincoli, che non si adeguano alla molteplicità delle situazioni.

Molti sono favorevoli alle case chiuse, che ne pensi?

Ciò comporterebbe un’unica differenza rispetto alla prostituzione “classica”: il magnaccia andrà a piazzare le sue ragazze nelle case chiuse anziché in strada, così come avviene in Germania e in Olanda. La maggioranza delle persone pensa che le ragazze delle case chiuse non siano controllate da nessuno, che siano libere di scegliere liberamente, ma non è così. Le cose peggiori accadono alle minorenni delle vetrine olandesi, perché sui documenti di una lavorano in 50, e i controlli sono quelli che sono. Alcune di queste case, inoltre, sono prive di finestre e sottopongono le ragazze a uno stile di vita disumano: dormono e mangiano dove ricevono i clienti, che arrivano fino a 20 al giorno.

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La maggioranza delle persone sostiene che questo sia il mestiere più vecchio del mondo…

Anche l’omicidio è vecchio come il mondo, ma noi cerchiamo di contrastarlo. Al di là di questo, penso che sia ora che gli uomini diventino più responsabili. In Germania, per esempio, è passata una modifica normativa che dal mio punto di vista è molto significativa: “Se risulta che la ragazza era sfruttata, anche il cliente deve essere punibile”. I clienti capiscono quando ci sono segni, controlli dal magnaccia, e non si dovrebbero lamentare come se questi fossero incidenti di percorso. Penso invece che, se i clienti si rendono conto di ciò, debbano segnalarlo alle forze dell’ordine o al numero verde antitratta. Iniziamo a farlo: se le segnalazioni cominciano ad essere, invece che più di una al mese, 50 al giorno, forse tutti insieme (comprese le forze dell’ordine) cominceremmo a ragionare diversamente. Non penso che un cliente non veda che una donna sia incinta di 8 mesi o non si renda conto che ha la febbre, o che è minore. In questo caso, dovrebbe avere una responsabilità sociale e penale. Ormai tutti conoscono l’antitratta. Davanti ai lividi, a una ragazza sordomuta o minorenne non puoi dire “me ne frego”, perché così diventi complice del sistema.

Marsela Koci

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