Prostituzione: una storia che non ci coinvolge ma ci appartiene

Intervista a Michelangela Barba, Presidente dell’associazione Ebano (Parte I)

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Ricordo che negli anni ’90 in Albania, quando io ero ancora un’adolescente, si sentiva tantissimo parlare di prostituzione: tante ragazze albanesi, con l’emigrazione di massa, erano finite in Italia per fare quel mestiere. Tuttavia, non si è mai compreso bene il concetto di prostituzione perché tanti non volevano capire, tanti coprivano con un’ombra di vergogna quell’aggettivo e anche le famiglie a cui appartenevano queste ragazze non si preoccupavano tanto di sapere. Era un mestiere come un altro, come ogni tipo di mestiere: l’importante era vedere soldi. Non importava come, i loro figli maschi rischiavano la vita tutti i giorni nelle strade dell’Europa; non importava come, se sfruttando una donna o spacciando della droga.

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Ne abbiamo parlato con Michelangela Barba, Presidente dell’associazione Ebano, che si occupa dell’antitratta e, in particolare, di aiutare le ragazze coinvolte ad allontanarsi dalla strada.

cms_9860/2v.jpgCome è iniziata questa storia?

Negli anni ’90, quando inizia la migrazione massiva dall’Albania verso le coste italiane, si cominciò a sentir parlare della prostituzione albanese. Erano quelle che cominciavano a sostituire le ragazze polacche o le italiane arrivate a una certa età, o al massimo tossicodipendenti o sud americane. Nei primi anni ’90 c’è stato questo boom di ragazze in strada che erano giovanissime, molto belle rispetto a quella che era la media del mercato della prostituzione e, soprattutto, a buon mercato. La delinquenza albanese, che già aveva iniziato con lo spaccio di stupefacenti, poi iniziò a portare anche ragazze dall’Albania.

Questa prima ondata era contraddistinta da modalità molto violente: le ragazze venivano proprio rapite, cioè prelevate da strada o al massimo prese con l’inganno, facendo riferimento al viaggio meraviglioso in Italia, quella che si guardava solo in televisione. Con l’aiuto di complici, che raccontavano di aver guadagnato milioni lavorando in Italia, si presentavano finti contratti di lavoro.

La fase dell’inganno è stata successiva a quella della deportazione vera e propria…

Le condizioni di vita di queste ragazze erano proprio di riduzione in schiavitù. Nel senso di privazione totale della libertà, impossibilità di uscire: venivano tenute sotto scala, nelle mansarde di casolari abbandonati, con le catene e con i documenti sequestrati. Portate e riportate dal posto di lavoro in strada, tutte insieme dal magnaccia. Picchiate se si rifiutavano e controllate a vista in strada. Questa modalità è durata per un decennio.

Si è diffusa la convinzione generale secondo cui una donna sceglie di svolgere questo mestiere per sua volontà. Non si è ancora colto il vero senso del termine “prostituzione”. Perché non si conosce, sia nel mio Paese che altrove, cosa queste ragazze siano davvero costrette a fare?

Tra le modalità più pesanti adoperate per tenere sotto pressione una donna, c’era quella legata alla minaccia dei familiari, per evitare denunce. Si minacciava la ragazza di mostrare foto o altre prove del lavoro che svolgeva ai suoi familiari, oltre a minacciare di morte i familiari stessi, che pertanto erano tenuti all’oscuro di tutto.

Come reagisce l’Italia a questa ondata di criminalità?

Dopo un decennio circa, si comincia a parlare di queste ragazze con i primi articoli sul giornale e in tv, con le prime storie, testimonianze delle ragazze liberate.

In strada hanno iniziato ad esserci le prime unità mobili, volontari che andavano a parlare con le ragazze, a offrire loro una possibilità per denunciare e per uscire dalla strada, a diffondere materiale sanitario, o comunque a cercare di stabilire un contatto.

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Dal punto di vista giuridico, c’è stato un adeguamento normativo, dato che il problema non riguarda solo l’Italia?

I giudici, dinanzi a questa situazione, avevano iniziato spontaneamente a riesumare un articolo del codice penale, l’art. 600, “riduzione in schiavitù”, che in realtà prima degli anni ’90 era totalmente desueto. Un articolo pensato con il codice Rocco nel 1938 riferendosi alla schiavitù dall’Africa, la compravendita di schiavi dell’800. Visto che la prostituzione standard non prevede pene altissime, i giudici avevano iniziato ad applicare per analogia il contesto normativo; dopo circa un decennio di queste situazioni, si è adeguato, quindi è stata novellata la disciplina dell’articolo 600. Per la tratta di schiavi, l’alienazione di schiavi, la riduzione in schiavitù, si è prevista la 602 ter, quindi “se la riduzione in schiavitù è stata finalizzata alla prostituzione, se riguarda minori, se riguarda a persone in condizioni di indigenza”, per cui è stata rinovellata anche con pene piuttosto alte, dai 12 ai 20 anni o anche di più. Diciamo che il fondo per le vittime dell’antitratta, introdotto all’inizio degli anni 2000 con la nuova normativa e la previsione dell’articolo 18 testo unico dell’immigrazione, sancisce tuttora il diritto al permesso di soggiorno per chi testimonia contro queste organizzazioni criminali. Peraltro, l’articolo 18 dice che il permesso di soggiorno va dato a chiunque sia stato vittima della tratta; in teoria, dunque, anche a prescindere dalla denuncia. Ma nella pratica è difficile trovare una questura disposta a dare il nulla osta a chi non ha denunciato.

Come cambiano le tecniche dei trafficanti?

Grazie anche al lavoro delle associazioni, che riuscivano a portare via le ragazze dalle strade, nato spontaneamente negli anni ’90.

I delinquenti a questo punto si sono adeguati, hanno capito che, sia a fare la guerra alle associazioni, sia a rischiare così tanti anni, non valeva la pena. D’altra parte poi si sono verificati anche altri eventi: il canale d’Otranto veniva più pattugliato dalla guardia di finanza, fino a che all’inizio degli anni 2000 si è chiuso con accordi bilaterali tra i due paesi. La partenza dei gommoni dall’Albania si è ridotta fino alla sua totale chiusura. La Romania ha firmato gli accordi con l’Unione Europea, quindi già all’inizio degli anni 2000 si sapeva che fosse lì.

Quanto è coinvolto nella tratta il connubio romeno-albanese?

E’ proprio questo connubio a dare il nome ai presidi di criminalità definita, per l’appunto, criminalità romeno-albanese. Esso dura ormai da 15 anni, quindi si tratta di un fantastico “sodalizio” di lavoro.

Questo cambia lo scenario, perché gli albanesi stessi hanno cominciato ad andare a prendere le ragazze in Romania. Sia perché era più facile facendo il giro da terra, quindi più vicina all’Italia passando dall’Austria (si sapeva che la Romania sarebbe entrata in Scengen, quindi le questure erano un po’ più morbide sulle espulsioni), sia perché erano ben fiancheggiati sulle strade anche per le altre attività criminali parallele alla manovalanza rom-romena. Quest’ultima faceva loro da traduttore, li aiutava e sosteneva questo giro per strada dalla parte maschile. I rom già avevano affari con gli albanesi. All’inizio le ragazze venivano deportate con metodi albanesi, forte forma di violenza; poi, successivamente, dopo che le leggi sono cambiate, quindi gli anni di detenzione sono aumentati, è arrivata la fase di pseudo libertà. Sembrava che queste ragazze romene godessero di una sorta di libertà: avevano soldi tra le mani a fine giornata, potevano organizzare al meglio gli orari di lavoro, avevano libertà di movimento, cominciavano ad usare i cellulari. Fase che però è terminata subito, nel senso che si è instaurato un altro tipo di complicazione.

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Ora la tecnica più adottata tra i delinquenti è quella del “Lover boy”, fondata sulla seduzione e sulla manipolazione psicologica…

Questi signori, inizialmente albanesi e poi anche romeni, hanno iniziato ad andare per le campagne e per gli orfanotrofi, cercando le ragazze più fragili, abbandonate, provenienti da famiglie disfunzionali e povere, facendole innamorare di sé, proponendo mari e monti. “Vieni con me, vieni in Italia, avremo una vita meravigliosa, staremo sempre insieme” etc. Una volta in Italia, la classica scusa consisteva proprio nel dire: “Mi è andato male un lavoro, ho un improvviso debito, la nostra relazione mi sa che così va in frantumi, ti riporto indietro da tua mamma, non so come fare”. E qui si parla anche di tante minorenni, o al massimo poco più. “Ci vorrà un piccolo sacrificio da parte tua, e poi noi compreremo una casa, faremo dei figli e vivremo felici”: così queste ragazze, prese dall’euforia d’amore, accettavano tutto e, sotto forte pressione, si ritrovano in strada più o meno nelle stesse condizioni di quelle di prima, quindi tante ore di lavoro, tantissimi clienti, botte. Ovviamente ognuno di loro aveva più di una ragazza, dislocate l’una dall’altra, e ad ognuna raccontava la stessa favola, dicendole: “Tu sei mia moglie, quell’altra è solo l’amante” e altre cose del genere.

Quali sono gli altri tipi di prostituzione?

Quello in cui, ad esempio, la ragazza non ha più la percezione di essere una vittima.

Si chiama BFE (Best Friend Effect): le ragazze sono pagate anche per fare le fidanzate, quindi devono chattare con i clienti. Però in genere chattano i magnaccia, escono a cena con il cliente, instaurano una relazione in cui è tutto finto, tutto recitato. Raccontano al cliente che hanno bisogno di soldi, perché la madre nel paese è malata etc. Questa farsa va avanti anche per ore, al di là dei 10 minuti della prestazione: è proprio questa necessità di dover tenere in piedi un personaggio ad essere devastante per una ragazza. Loro si ritrovano a simulare una relazione con il cliente e, a loro volta, sono vittime di una simulazione da parte del Lover Boy. Il vero e il falso vanno a braccetto, in una situazione delirante, che non lascia alcuna libertà di scelta. Tutto ciò devasta l’io di una già fragile adolescente, riducendola in uno stato confusionale, per cui realizzare un’ulteriore manipolazione diventa ancora più difficile. Paradossalmente, infatti, è più difficile portare via le vittime della seconda ondata. Perché loro non si sentono più vittime, perché hanno la percezione di essere parte di un progetto familiare, laddove per il Lover boy, invece, si tratta solo di una questione meramente economica. Per lui l’importante è che arrivino i soldi, che sia grazie a Manuela, Johana o Alma. Sono tutte uguali, anche se ognuna è convinta di essere preziosa, ognuna si sente la prescelta. Perciò fanno fatica a staccarsi, e anche se ci riescono non possono ancora distinguere il vero dal falso. Il loro ritorno alla realtà può durare anche anni.

Per eventuali segnalazioni, è possibile rivolgersi all’associazione tramite l’indirizzo mail ebanoassociazione@gmail.com.

Marsela Koci

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