Procedura Ue, vigilia di speranza

Slitta obbligo seggiolini salva bebè, è polemica - Caos procure, Palamara si difende - Caso Orlandi, Vaticano aprirà due tombe

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Procedura Ue, vigilia di speranza

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Moderato ottimismo nel governo sul riscontro che troveranno a Bruxelles le misure taglia-deficit varate lunedì dal Consiglio dei ministri per scongiurare la procedura europea sui conti. A quanto si apprende, lo spread ai minimi, la cifra comunque ragguardevole messa sul piatto farebbero ben sperare ma per vedere se queste aspettative saranno confermate o meno bisognerà aspettare la decisione della Commissione europea di domani, anche se già nella serata di oggi dalla riunione degli sherpa Ue è arrivato un orientamento in merito.

Il pacchetto italiano, frutto di serrate trattative sull’asse Roma-Bruxelles e anche all’interno della stessa maggioranza, taglia il disavanzo di 7,6 miliardi complessivi. Di questi, 6,1 miliardi arrivano dalle maggiori entrate certificate, al netto delle spese, e si trovano all’interno della Legge di assestamento, che si fa a normativa vigente. Il resto delle risorse, 1,5 miliardi, sono i risparmi del Reddito di cittadinanza e Quota 100, ma non essendo utilizzabili fino alla conclusione dell’esercizio vengono ’blindati’ con un decreto ad hoc.

Ma seppur in termini quantitativi le risorse offerte dall’Italia non sono esigue (anche se Bruxelles chiedeva tra i 9 e 10 miliardi) restano perplessità da parte dell’Ue su due questioni-chiave: la natura degli interventi per il 2019 e l’assenza di impegni per il 2020. Primo, le maggiori entrate nel 2019 sono ’una tantum’: è il caso delle entrate contributive (+600 milioni) e delle entrate correnti ed in conto capitale (+2,74 mld); mentre sul fronte del maggiore gettito tributario (2,9 mld) dovute al contenzioso chiuso con il polo del lusso Kering (che ha in portafoglio Gucci per 1,2 mld) e al rialzo del gettito Iva per la fatturazione elettronica, il governo potrebbe sostenere che gli interventi anti-evasione ampliano il bacino dei contribuenti e quindi la base imponibile.

Seconda criticità, ben più importante, è l’assenza di impegni da parte del governo per il 2020, quando andranno neutralizzati circa 23 miliardi di clausole di salvaguardia Iva e andrebbe anche finanziata la flat tax della Lega. Per quest’ultima comunque c’è già un piano in mente tra gli esponenti del Carroccio ricorrendo all’assorbimento dei 10 miliardi usati per finanziare il bonus da 80 euro di Matteo Renzi nel quadro di una più ampia riforma Irpef.

Si vedrà domani la strada che imboccherà la Commissione sul dossier Italia, una scelta che sarà frutto di un’operazione di equilibrismo per assicurare il rispetto delle regole Ue evitando rigidità che possano alimentare il fuoco dei populismi.

Slitta obbligo seggiolini salva bebè, è polemica

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La legge sull’obbligo di dotare i seggiolini delle auto di dispositivi anti abbandono è stata approvata all’unanimità, ma non è potuta entrare in vigore perché il decreto con le specifiche tecniche non ha ancora terminato l’iter per la sua approvazione. A denunciare il fatto è su Facebook il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

"Ieri, 1 luglio, l’obbligo dei seggiolini salvabebè previsto dalla legge che porta il mio nome e che il Parlamento italiano ha votato all’unanimità, doveva entrare in vigore. Per renderlo effettivo e per tutelare i bambini nel periodo più caldo dell’anno, quello in cui le auto diventano roventi e la memoria più fragile, mancava solo il decreto attuativo del ministro dei Trasporti Toninelli", scrive la deputata, accusando il Movimento 5 Stelle di "incapacità".

"Non sono stati in grado di farlo in tempo -aggiunge- e tutto è rimandato, forse addirittura alla vigilia del prossimo inverno. Sono sconcertata. Un’altra prova dell’incapacità e dell’inadeguatezza dei 5 Stelle è tutta qui: riuscire a fallire anche una cosa già fatta. Toninelli dica agli italiani come sia potuta accadere una cosa del genere

Caos procure, Palamara si difende

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"Voglio rivolgere le mie scuse più̀ sincere e profonde al Presidente della Repubblica, nella sua qualità̀ di garante supremo dell’autonomia e della indipendenza della intera magistratura". Lo afferma Luca Palamara nella memoria difensiva presentata alla sezione disciplinare del Csm chiamato a decidere la sua sospensione dalle funzioni e dallo stipendio in seguito alla bufera esplosa sulle Procure che ha investito lo stesso Consiglio superiore della magistratura. "Mai avrei potuto immaginare che parole pronunciate, in momenti intimi e reconditi della mia vita privata, e quindi nella più̀ assoluta libertà̀, potessero poi diventare di dominio pubblico, considerato che si trattava della utilizzazione di una ’lingua sporca’ con il frequente ricorso a termini e locuzioni enfatizzanti uno stato d’animo genuino e allo stesso tempo semplificanti le tematiche affrontate", afferma Palamara.

"Da queste espressioni voglio prendere le distanze avendo sempre ispirato la mia vita alla correttezza del linguaggio utilizzato, all’equilibrio ma soprattutto al rispetto profondo dei principi dell’onestà̀ e dell’osservanza alle leggi. Il discredito - sottolinea l’ex presidente dell’Anm - che è̀ derivato da alcuni passaggi di queste conversazioni, riportate parzialmente dalla stampa contro ogni mia volontà̀, mi rammarica profondamente. Per queste ragioni - dice Palamara - voglio oggi in questa sede rivolgere le mie scuse più̀ sincere e profonde al Presidente della Repubblica, nella sua qualità̀ di garante supremo dell’autonomia e della indipendenza della intera magistratura".

"MAI BARATTATO MIA FUNZIONE" - "Non ho mai barattato la mia funzione. Mai ho ricevuto soldi, mai ho ricevuto regali - afferma ancora Palamara -. Non posso rinnegare però un rapporto di amicizia con Centofanti ben risalente ai fatti oggetto di contestazione e maturato anche con frequentazioni istituzionali. Mai ho avuto a che fare con il gruppo Amara - continua - e mai avrei danneggiato un collega, Marco Bisogni, che peraltro conosco dai tempi dell’uditorato a Roma, per soddisfare le esigenze di qualcuno. Mai ho ricevuto la somma di 40.000 euro per aiutare Longo come Procuratore di Gela - sottolinea l’ex presidente dell’Anm - circostanza peraltro smentita nello stesso decreto di perquisizione e dalle stesse dichiarazioni di Longo che assume di aver capito delle millanterie del Calafiore".

"HO FATTO PARTE DI UN SISTEMA" - "Ho fatto parte di questo sistema condividendone pregi unitamente alla piena consapevolezza dei difetti, dell’esistenza dei quali pero non posso assumermi da solo tutte le responsabilità", afferma Palamara nella memoria. "Nella consiliatura dal 2014 al 2018, rivendico però con orgoglio di aver contribuito alla nomina di importanti e valorosi magistrati negli uffici giudiziari più̀ importanti del Paese. Errori sicuramente ne sono stati commessi - sottolinea l’ex presidente dell’Anm -. Su questo ha sicuramente inciso la sfrenata corsa al carrierismo conseguente all’abolizione del criterio della anzianità̀ e all’abbassamento dell’età pensionabile a 70 anni nonché́ la gerarchizzazione degli uffici requirenti che ha aumentato ruolo e poteri del Procuratore della Repubblica anche nel rapporto con la Polizia Giudiziaria".

IL CASO PROCURA DI ROMA - "Nella richiesta di sospensione del Ministro si afferma che avrei ’illecitamente interferito nella nomina del Procuratore di Roma’. E’ una contestazione che mi addolora profondamente", afferma Palamara. "Io mi protesto formalmente estraneo a qualsiasi forma di interferenza poiché́ altrimenti - sottolinea l’ex presidente dell’Anm - dovrei essere accusato di averlo fatto anche per la nomina dei più̀ importanti uffici giudiziari del nostro Paese".

"MAI MESSO IN DISCUSSIONE CSM" - "E’ vero - aggiunge ancora il pm - ho partecipato a cene e a incontri in occasione delle nomine ed anche in occasione della futura ed imminente nomina del Procuratore di Roma. Ma l’autonomia della scelta del Csm mai e poi mai l’avrei messa in discussione". "Mi viene contestato che questi momenti sono stati occasioni ‘per pianificare le strategie e per ledere le prerogative dei singoli consiglieri’. Per me invece sono stati da sempre, cioè dal 2007, solo momenti di libera espressione di idee e di opinioni - continua Palamara- che tali sarebbero rimaste, e che in alcun modo avrebbero potuto ledere l’autonomia del plenum unico organo sovrano ad effettuare le scelte".

"MAI DOSSIER SU IELO" - "Non ho mai costruito dossier su Paolo Ielo e mai lo avrei fatto", afferma il pm nella memoria. "Su questo punto la mia difesa è in grado di dimostrare che tanto la questione dell’esposto, presentato autonomamente dal dott. Fava, quanto la cosiddetta ‘vicenda Condotte’ si riferiscono, con tutta evidenza, a fatti diversi e temporalmente distanti di un anno rispetto all’indagine che la Procura di Perugia conduce sul sottoscritto" aggiunge l’ex presidente dell’Anm.

DIFESA RICUSA DAVIGO - La difesa del pm romano ha presentato istanza chiedendo di ricusare anche Pier Camillo Davigo oltre che per Sebastiano Ardita, entrambi membri del collegio disciplinare chiamato a giudicare l’ex presidente dell’Anm. L’udienza di oggi è stata aggiornata al 9 luglio. "Non siamo entrati nel merito della questione ma abbiamo affrontato soltanto le questioni preliminari" hanno detto i difensori di Palamara, Benedetto e Mariano Marzocchi Buratti e Roberto Rampioni uscendo dalla sede del Csm.

BONAFEDE VAGLIA CASO FUZIO - Il ministro della Giustizia in queste ore, a quanto si apprende da fonti di via Arenula, sta vagliando attentamente la situazione che vede coinvolto il procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio. A chi ha potuto sentirlo, Bonafede, completamente immerso nei lavori sulla riforma del Csm, ha rappresentato una grande preoccupazione rispetto alla delicatezza istituzionale della vicenda. Per tale ragione, il ministro avrebbe chiesto agli uffici di analizzare la questione sotto tutti i profil

Caso Orlandi, Vaticano aprirà due tombe
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Saranno aperte due tombe presenti presso il Cimitero Teutonico. A disporlo, con decreto del 27 giugno 2019, l’Ufficio del Promotore di Giustizia del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, nelle persone del Promotore Gian Piero Milano e del suo aggiunto prof. Alessandro Diddi. "La decisione si inserisce nell’ambito di uno dei fascicoli aperti a seguito di una denuncia della famiglia di Emanuela Orlandi che, come noto, nei mesi scorsi ha, tra l’altro, segnalato il possibile occultamento del suo cadavere nel piccolo Cimitero ubicato all’interno del territorio dello Stato Vaticano", spiega il portavoce del Vaticano Alessandro Giosotti.

"Le operazioni - ragguaglia in una nota - si svolgeranno il prossimo 11 luglio, alla presenza dei legali delle parti (oltre che dei familiari di Emanuela Orlandi e dei parenti delle persone seppellite nelle tombe interessate), con l’ausilio tecnico del prof. Giovanni Arcudi, del Comandante della Gendarmeria Vaticana, Domenico Giani, e di personale della Gendarmeria. Il provvedimento giudiziario prevede una complessa organizzazione di uomini e mezzi (sono coinvolti operai della Fabbrica di San Pietro e personale del COS, il Centro Operativo di Sicurezza della Gendarmeria Vaticana, per le operazioni di demolizione e ripristino delle lastre lapidee e per la documentazione delle operazioni)".

La decisione di aprire le due tombe nel cimitero teutonico all’interno del Vaticano, spiega ancora Gisotti, "giunge dopo una fase di indagini nel corso della quale l’Ufficio del Promotore - con l’ausilio del Corpo della Gendarmeria - ha svolto approfondimenti tesi a ricostruire le principali tappe giudiziarie di questo lungo doloroso e complesso caso". "Va ricordato che per ragioni di carattere giuridico l’autorità inquirente vaticana non ha giurisdizione per svolgere indagini sulla scomparsa, avvenuta in Italia, di Emanuela Orlandi; indagini che peraltro sono state condotte dagli inquirenti italiani - sin dalle prime fasi - con scrupolo e rigore professionale". "Pertanto - precisa - l’iniziativa vaticana riguarda soltanto l’accertamento della eventuale sepoltura del corpo di Emanuela Orlandi nel territorio dello Stato vaticano". "In ogni caso, le complesse operazioni peritali fissate per il prossimo 11 luglio sono solo la prima fase di una serie di accertamenti già programmati che, dopo l’apertura delle tombe e la repertazione e catalogazione dei resti, porteranno alle perizie per stabilire la datazione dei reperti e per il confronto del Dna".

"Sono passati troppi anni nel silenzio", dice Maria Orlandi, la mamma di Emanuela, interpellata dall’Adnkronos. Questo è "un primo atto di verità - sottolinea - La verità: solo Dio sa cosa è successo ma penso che dopo tutto questo tempo non la possiamo più trovare da nessuna parte". Quindi Maria Orlandi si lascia andare ad uno sfogo che deriva da un dolore lungo 36 anni: "Maledetto chi sa la storia e non la dice!". "Finalmente è stata presa una decisione sulla nostra istanza e di questo sono contento", ha commentato con l’Adnkronos Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, che ringrazia il cardinale Parolin e il comandante della Gendarmeria Vaticana Giani "per l’attenzione e la volontà nel cercare di fare chiarezza. In questi mesi evidentemente si è lavorato in silenzio. Ora restiamo in attesa dell’11 luglio per l’apertura delle tombe".

"Siamo molto contenti. E’ una verifica che va fatta viste le segnalazioni che ci sono giunte su questa tomba", afferma all’Adnkronos l’avvocato Laura Sgrò, legale della famiglia Orlandi, aggiungendo: "Ringrazio il Segretario di Stato Parolin per un atto coraggioso". "Credo sia il momento di levare tanti coni d’ombra che hanno caratterizzato questa vicenda", ha poi aggiunto l’avvocato che sottolinea: "La prudenza è d’obbligo, bisogna fare con animo sereno le dovute verifiche". "Non si può lasciare nulla nel silenzio - conclude - non si può lasciare nulla di intentato: c’è una famiglia che aspetta un congiunto da 36 anni".

"Sono contenta per la famiglia di Emanuela Orlandi che avrà l’opportunità di avere chiarezza su questa vicenda, sperando che non si tratti in un buco nell’acqua. Anche se non riguarda Mirella, io sono vicina alla loro famiglia come sorella di una scomparsa sempre in cerca della verità", commenta all’Adnkronos Antonietta Gregori, sorella di Mirella, la ragazza romana di 15 anni di cui si sono perse le tracce il 7 maggio del 1983. Sul caso di Mirella, scomparsa 36 anni fa come Emanuela Orlandi, "c’è un pool di avvocati al lavoro - dice Antonietta Gregori - ma la mole di materiale da analizzare è enorme e i tempi sono lunghi. A 36 anni si va avanti per ipotesi, ma non ci arrendiamo".

Redazione

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