Povertà ed esclusione sociale in Europa

La scomparsa della classe media ha polarizzato la società aumentando il numero dei poveri

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L’Eurostat presenta un database molto ampio che può essere utilizzato per stimare gli effetti tra variabili politiche, economiche e sociale tra i vari paesi dell’Unione Europea. In modo particolare i dati fanno riferimento al periodo tra il 2010 ed il 2018 e fa riferimento ai seguenti paesi: Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Macedonia, Malta, Montenegro, Olanda, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Sweden, Regno Unito.

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Figura 1. Modello econometrico stimato.

La relazione a rischio di povertà ed esclusione sociale e il totale delle entrate delle amministrazioni pubbliche in % del Pil. Si tratta di una relazione negativa. Ovvero quando il numero delle persone a rischio di povertà oppure di esclusione sociale cresce si verifica una riduzione delle entrate delle amministrazioni pubbliche. La relazione appare ovvia. Infatti le persone a rischio di povertà sono prive di reddito ed essere quindi mancano di partecipare delle entrate pubbliche sia con le imposte sul reddito che nell’acquisto di beni e servizi pubblici. Si comprende quindi come la presenza di persone povere o che sono a rischio di esclusione sociale sia incompatibile con l’ordinamento dell’economia pubblica. Ecco perché, lo stato può avere un interesse squisitamente economico all’eliminazione della povertà e dell’esclusione sociale, poiché in questo modo aumenta il novero dei cittadini che possono contribuire finanziariamente all’economia pubblica. Quindi non vi sono solo ragioni di carattere morale, ed etico nella riduzione della povertà, vi sono anche delle motivazioni di carattere economico che attengono al funzionamento della finanza pubblica.

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La relazione tra persone a rischio di povertà e esclusione sociale e le prestazioni sociali pagate dalle amministrazioni pubbliche come percentuale del PIL. Si tratta di una relazione positiva. Il numero delle persone a rischio di povertà ed esclusione sociale tendono a crescere con le prestazioni sociali pagate dalle amministrazioni pubbliche. Chiaramente con la crescita del numero dei poveri è molto probabile che il governo metta in atto delle azioni di carattere sociale come per esempio assegni contro la disoccupazione, oppure anche trasferimenti monetari, o anche finanziamenti che possono comportare l’inserimento lavorativo dei disoccupati, o anche programmi per le case pubbliche. Quindi anche le prestazioni sociali pagate dalle amministrazioni pubbliche come percentuale del PIL tendono a crescere.

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La relazione tra persone a rischio di povertà e esclusione sociale e il tasso di fertilità. Si tratta di una relazione negativa. Il numero delle persone povere e sottoposte ad esclusione sociale tende a crescere con il ridursi del tasso di fertilità. I paesi europei che vivono un declino demografico sono anche gli stessi paesi europei che vedono crescere il numero delle persone a rischio di povertà e di esclusione sociale. La relazione sembra essere controfattuale nel senso che ci si aspetterebbe che la riduzione della popolazione possa comportare una crescita delle condizioni materiali e quindi una riduzione del numero di persone a rischio povertà. Tuttavia è probabile che il ridotto tasso di crescita della popolazione europea, che soffre una crisi demografica, faccia saltare il modello della “transizione demografica” e premi invece i paesi aventi tassi di fertilità elevata.

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Conclusione. La crescita del numero delle persone povere e a rischio esclusione sociale riduce le entrate degli enti pubblici, aumenta i trasferimenti sociali dello stato ed è associato ad una riduzione del tasso di fertilità. La crescita del numero delle persone povere e a rischio di esclusione sociale in Europa è un fatto molto grave che mette in discussione il percorso fatto fin dalla seconda guerra mondiale per ottenere forme di protezione sociale come per esempio il welfare state, e le varie politiche a sostegno dell’occupazione e della famiglia. Tuttavia, l’ondata delle liberalizzazioni ha comportato innanzitutto la scomparsa della classe media, ed in secondo luogo la crescita della popolazione avente redditi bassi e nulli. Il venir meno dello Stato ha peggiorato la situazione delle classi sociali, creando nuovamente il problema dei poveri, della povertà e dell’esclusione sociale, che si riteneva, essere sostanzialmente ridotto e scomparso almeno dell’Europa.

Tuttavia nel futuro la situazione potrebbe peggiorare. I due elementi che portano al peggioramento della condizione sociale sono indicati di seguito:

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  • Flessibilizzazione del lavoro: con questo non si vuole riproporre un modello che comporti il ritorno al passato quanto piuttosto valutare l’inefficienza di un sistema del mercato del lavoro che fa fatica a fare combaciare i titoli di studio con le professioni svolte, che non offre dei reali percorsi di carriera, che vede la crescita di working poors, e che attraverso la svalutazione del reddito, chiede ai lavoratori di acquisire sempre maggiori skills. La flessibilizzazione del lavoro va inoltre considerata anche insieme alla questione della orizontalizzazione delle organizzazioni produttive, che sono prive di gerarchia, e alla creazione di forme di lavoro ubiquo che riducono anche la presenza nei luoghi di lavoro dei lavoratori. Si tratta di modificazioni che tolgono al lavoratore delle certezze, che lo gettano nell’incertezza del lavoro e che quindi lo espongono, senza adeguate assicurazioni, al rischio della squalificazione professionale ed in seguito a sperimentare forme di disoccupazione parziale o totale. In questo scenario il lavoratore abbandona il sogno borghese e si trova piuttosto a vivere una condizione molto prossima alla povertà e all’esclusione sociale. Se poi in una tale situazione dovessero aggiungersi degli shock esterni come per esempio una crisi o una recessione, allora sarebbe impossibile per il lavoratore incrementare il proprio tenore di vita attraverso il lavoro.

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  • Crisi della famiglia: la crisi della famiglia, manifestata dal numero elevatissimo dei divorzi che in media sono pari al 50% e che in talune zone superano tale soglia, rendono difficile per il lavoratore aspirare alla classe media e lo gettano con ampie probabilità verso la povertà e soprattutto l’esclusione sociale. Infatti i divorziati soffrono fortemente condizioni di esclusione sociale che possono riverberarsi anche nel senso della riduzione della produttività e quindi possono avere degli effetti negativi in termini di reddito. La crisi della famiglia italiana è un fenomeno che costa molto sia in termini di prodotto interno lordo sia in termini di economia pubblica. Tuttavia, poiché si ritiene che faccia parte degli interessi individuali, la crisi della famiglia risulta essere sostanzialmente priva di riferimenti di politica economica che potrebbero invece essere tali da rinforzare un pilastro della società che funziona bene soprattutto in caso di crisi economiche e finanziarie.

Il numero dei poveri e delle persone a rischio di esclusione sociale è destinato a crescere nel mondo occidentale ed in Europa. Tuttavia il tasso di crescita dei poveri potrebbe crescere ulteriormente in caso di crisi dell’Unione Europea, oppure in caso di crisi globale. La difficoltà maggiore nell’affrontare il tema della povertà consiste nel fatto che lo Stato è privo di risorse finanziarie, e che in prospettiva, la situazione finanziaria dello stato dovrebbe peggiorare in uno scenario di crescita economica prossimo allo zero. Tuttavia, solo una riforma dello stato potrebbe comportare la possibilità di risolvere tali problematiche. Occorre creare, attraverso delle modificazioni costituzionali, degli organismi che siano rivolti a realizzare delle politiche economiche di lungo periodo, ovvero delle politiche che siano rivolte sostanzialmente a controllare l’impatto di alcune variabili come per esempio il debito pubblico, la crescita economica, la distribuzione del reddito, e il numero dei poveri nel lungo periodo. Per risolvere problematiche di lungo periodo è necessario creare istituzioni di lungo periodo di rango costituzionale che siano in grado di valutare le politiche del governo ed evitare lo scadimento elettoralistico e shortermistico dell’esecutivo.

Angelo Leogrande

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