Postare o non postare, il nuovo dilemma dell’uomo social

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Ogni giorno sui social vengono pubblicate milioni di foto e immagini. I numeri da questo punto di vista sono impietosi: su Instagram sono pubblicate 95 milioni di foto ogni giorno da 300 milioni di utenti, su Facebook vengono postate circa 300 milioni di immagini ogni 24 ore, su Twitter sono invece 80 milioni. Parliamo però solo dei social media cosiddetti principali, o meglio, più popolari. Le cifre già altissime raggiungerebbero un numero sproporzionato se aggiungessimo anche altre piattaforme di condivisione meno conosciute. Sulla frenesia e ossessione a pubblicare foto e immagini sui social, ne ho già parlato qualche settimana fa sempre su questo sito. La smania potrebbe essere derubricata su un protagonismo tanto agognato nella vita reale e finalmente realizzato nel virtuale, o nella funzione di profilassi della noia e della disperazione a fronte di una ripetuta azione a pubblicare, vera e propria panacea di tutti i mali della vita.

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Le foto dunque ci renderebbero felici, ma se questo potrebbe anche essere vicino alla realtà, siamo proprio sicuri che sia necessario sempre e comunque pubblicare uno scatto? Non vi è periodo dell’anno in cui manchino corredi fotografici dei nostri spostamenti, delle nostre emozioni, dei nostri incontri, una convivialità spesso boriosa e decisamente poco significativa per i destinatari della comunicazione.

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Francamente la pubblicazione di Tizio che si scatta un selfie in compagnia di Caio o mentre sorseggia un drink con Sempronio, ha almeno per me il pregio indiscusso di raggiungere l’apice della mia noncuranza, soprattutto nel periodo estivo. Tant’è, per molti il cogito cartesiano si riduce al più moderno metodo del pubblico ergo sum, certezza indubitabile dell’essere in quanto soggetto pubblicante o postante. Se ci si sofferma poi sulla qualità delle immagini pubblicate, molto spesso queste sono brutte, senza molto senso e soprattutto poco significative per il popolo sovrano. Nell’epoca della riproducibilità virtuale dei selfie, chi “posta” deve perciò conoscere quale sarà lo scatto migliore, poi degno di pubblicazione.

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A correre in soccorso dei milioni di patiti della foto social a ogni costo, è nata un’app in grado di valutare se valga veramente la pena di diffondere alla platea sterminata del web una nostra certa foto o un determinato video. “Post or not”, questo l’amletico nome dell’applicazione, ci aiuta a scegliere le nostre foto migliori, salvandoci da imbarazzi, brutte figure e, soprattutto, pochi Like. Contro l’indifferenza social frutto di una pubblicazione troppo avventata e verso qualsiasi dubbio su quale foto sia meglio far vedere ai nostri contatti, Vikram Kanuganti, il fondatore dell’applicazione, ha ideato questa app, ora in fase di lancio ma disponibile tra poco, su cui caricare in maniera anonima foto e video e attraverso la quale altri utenti, senza possibilità di commentare né di partecipare in altro modo, forniscono il loro giudizio tramite due emoji, quella sorridente e quella triste. Tutto quello che la community può fare è indicare il gradimento di una foto o di un video, senza nessuna possibilità di scaricare le immagini.

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Tutti lavorano gli uni per gli altri, dandosi un aiuto nella gestione della propria immagine sui social. Ottenuto il giudizio dei consulenti d’immagine, il contenuto in questione si può condividere direttamente da “Post or Not” su tutte le principali piattaforme social. Commercialmente l’idea potrebbe fruttare molti dollari, dato il traffico potenziale dei maggiori social, e inoltre l’ideatore della start up ha pensato bene di chiedere agli stessi utenti dell’app di chiedere pareri e consigli, già che ci sono, sui brand presenti sull’account. Dubbi fugati, amletici interrogativi risolti, schizofrenia maniacale a pubblicare messa a tacere. L’epoca delle immagini del mondo è l’epoca delle passioni tristi e del trionfo della tecknè, l’affermazione dell’apparire pur di apparire che condanna a morte l’intrinseca natura dell’essere fatta di emozioni, di paure e di fragilità, in poche parole noi stessi.

Andrea Alessandrino

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