Piñera: “Siamo in guerra contro un nemico potente”.

Imposto il coprifuoco, esercito in piazza

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Fino a poche settimane fa era definito come “un’oasi di pace”, uno dei Paesi migliori in cui vivere nel Sud America. Probabilmente queste erano esagerazioni, ma il fatto che si sia passati nell’arco di giorni da quella definizione ad affermare che il Paese sia “in guerra” è sicuramente indicativo, specie se entrambe le affermazioni appartengono alla stessa persona: il presidente Sebastian Piñera. Se qualcuno si svegliasse oggi da un coma trentennale, probabilmente penserebbe che il Cile si sia fermato alla dittatura di Pinochet; infatti, a seguito delle dilaganti proteste nel Paese, per la prima volta da allora è stato schierato l’esercito nelle piazze, ed addirittura imposto il coprifuoco, per tentare di porre un freno al dichiarato stato di emergenza. In effetti, i problemi cileni trovano la propria origine proprio nella dittatura di Pinochet: l’impostazione economica, quasi sperimentale, di estremo neoliberismo data da uno dei più sanguinari dittatori del secondo ‘900 non è stata sufficientemente reindirizzata dai successivi governi democratici per garantire i necessari istituti di previdenza sociale, facendo del Cile uno dei cinque Paesi più diseguali al mondo, ad eccezione di quelli africani. A furia di tirare la corda, spingendo il costo della vita sempre più in alto e gli aiuti alle persone sempre più al di sotto della soglia minima della tollerabilità, era quasi inevitabile che questa, alla fine, si sarebbe spezzata. Il pretesto per far scoppiare la rivolta è stato l’ennesimo aumento dei prezzi del trasporto pubblico (che così sarebbero arrivati a costare fino a più del 10% di uno stipendio mensile al pendolare medio), misura poi ritrattata dal governo di centrodestra di Piñera, miliardario rieletto nel 2018 dopo un’esperienza di amministrazione nel quadriennio 2010-2014, cosa che però non è stata sufficiente a placare gli animi, come già ampiamente dimostrato dai gillet gialli in Francia, che non si accontentarono del fatto che Macron congelò l’aumento dei prezzi del carburante.

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Come in quasi ogni situazione così tesa, ci sono sempre due facce della medaglia: è vero che i governi che si sono succeduti hanno decisamente esagerato, ma è pur vero che una simile violenza nelle proteste non è mai giustificabile. Il conto delle vittime ha superato i 10 individui, ed è prevedibilmente in crescita. Alcune di queste persone hanno visto una morte orribile, e sono state recuperate carbonizzate, a seguito di alcuni incendi appiccati dai manifestanti. L’episodio più grave si è verificato a Lo Espejo, dove è stato dato fuoco ad un ufficio anagrafe: i media locali riportano che diversi importanti dati sono andati persi. Finora, le autorità contano oltre 1.500 arresti a seguito delle proteste, anch’essi in continua crescita. Ieri, Piñera ha tenuto un discorso sicuramente controverso: "Siamo in guerra contro un nemico potente, implacabile, che non rispetta niente e nessuno ed è pronto a usare la violenza e la delinquenza senza alcun limite", ha detto, condannando senza appello quanto sta avvenendo, pur affermando di “comprendere il disagio” della popolazione. Proprio mentre il Presidente pronunciava il suo discorso contro la violenza, però, iniziava a circolare un video shoccante, prima sui social e poi sulle reti mediatiche locali e internazionali, di poliziotti in tenuta antisommossa che, prima di andare a picchiare i manifestanti, si “danno la carica” in maniera molto particolare: sniffando cocaina in cerchio. Non un bello spot per l’amministrazione cilena, non c’è che dire. Le tensioni, partite dalla capitale Santiago, si stanno rapidamente espandendo nel Paese, e lo stato di emergenza, al momento, si è già esteso a nove regioni su sedici. Non è dato sapere se il punto di non ritorno sia già stato raggiunto, o se in qualche modo si possano fermare le violenze: di sicuro, mandare dei poliziotti sotto effetto di stupefacenti a sopprimere le proteste non sembra il modo migliore per mediare.

Giulio Negri

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