Phubbing

Quando lo smartphone rovina le relazioni

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È un fenomeno che ormai non si può né ignorare né sottovalutare per l’impatto che ha nelle relazioni sociali. Il phubbing, termine che unisce le parole “phone” e “snubbing”, è una pratica ormai diffusa, atta a ignorare gli altri durante le interazioni sociali per dedicarsi invece a smanettare e “scrollare” sul proprio smartphone; per molti giovani americani un’arte, ovvero una innata capacità di riuscire a parlare con altri tenendo però ben fissi gli occhi sul cellulare. Il phubbing diventa così devastante sulla qualità della comunicazione e come conseguenza porta a isolamento e a esclusione.

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Il classico esempio di comportamento da “phubbing” è il recarsi a pranzo o a cena con amici e parenti e subito notare come alcuni commensali tirino immediatamente fuori dalle proprie tasche lo smartphone e inizino a dare un occhiata allo schermo per guardare gli ultimi post pubblicati dai nostri contatti su Facebook o su Instagram, per rispondere alle chat di Whatsapp o per controllare la casella di posta elettronica. Ignorando la compagnia degli altri commensali, ci assentiamo volontariamente dal contesto sociale nel quale eravamo chiamati a partecipare per usare lo smartphone e saltellare da un’app a un’altra. La conversazione immediatamente cade e all’improvviso ci ritroviamo insieme ma soli: il “phubber” snobba gli altri, mentre il “phubbee” ne subisce le conseguenze vedendosi ignorato.

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Le ricerche sul tema phubbing ci ortano in particolar modo a due autori, Chotpitayasunondh e Douglas, che hanno analizzato il tema sotto diverse prospettive e hanno persino creato degli strumenti per studiarne l’impatto per comprendere meglio gli effetti del phubbing sugli esiti dell’interazione sociale: la Generic Scale of Phubbing (GSP) che esamina il phubbing su quattro fattori (nomofobia, conflitto interpersonale, autoisolamento e riconoscimento dei problemi) e la Generic Scale of Being Phubbed (GSBP) che valuta l’esperienza di essere phubbed su tre fattori (norme percepite, sentirsi ignorati e conflitto interpersonale).

Secondo i due autori il phubbing ha un’influenza negativa e riduce l’umore con effetti negativi sulla qualità della comunicazione e del rapporto in quanto intacca gli stessi bisogni che vengono minacciati quando le persone si sentono socialmente escluse, come il bisogno di appartenenza, di autostima, di attribuzione di significato e controllo. Alla base della problematica (patologia?) del phubbing vi sarebbe perciò una forte dipendenza dallo smartphone con la paura di essere tagliati fuori dal dibattito sui social (FOMO) assieme all’ansia che altri come noi stiano facendo in quel momento cose più interessanti.

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Fattori come dipendenza ed eccessivo uso dello smartphone sarebbero alla base dell’origine del fenomeno phubbing in moltissime persone, un internet addiction che porterebbe a uno stato di vera e propria dipendenza dalla tecnologia. Il risvolto negativo della medaglia è la percezione che ormai molti hanno di chi è affetto da phubbing, come di chi attua un comportamento del tutto normale e non dannoso per sé e per gli altri. Fenomeno sottostimato dalla maggioranza delle persone, il phubbing si diffonde così come comportamento normativo con ampio consenso sociale: chi si “macchia” di phubbing diventa a sua volta destinatario di questo comportamento in un circuito vizioso a spirale senza fine. La forza centripeta esercitata dai nostri smartphone porta tutti noi a un continuo stato di distrazione nei confronti dell’ambiente circostante, concentrando le nostre attenzioni sull’irresistibile fascino di uno schermo multicolorato con il quale mantenere un costante contatto visivo, a tutto scapito del resto degli altri esseri umani e del loro carico emozionale e di contributo esperienziale che potrebbero darci in una conversazione scevra dall’onnipresenza inquietante degli smartphone.

Andrea Alessandrino

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