PILLOLE DI VITA

AL SACRO NON CREDO

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Ciascuna storia merita di essere raccontata con la voce di chi l’ha vissuta.

Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo lo scritto di una nostra lettrice, Laura Quinzi, che arricchisce questa nostra nuova rubrica "Pillole di Vita", di cui ciascun lettore potrà farsi protagonista raccontando l’aneddoto più significativo della propria vita.

AL SACRO NON CREDO

Lo ammetto, io alla sacralità della famiglia non c’ho mai creduto, e credo di averci preso. Infatti tutto si è esaurito con la scomparsa di mia madre; ho due “fratelli unici”, in tutti i sensi, unici e irripetibili perciò preziosi, e anche io son figlia unica, fin dai tempi remoti.

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Un giorno, tanto tempo fa ho fatto un sogno, ho sognato di essere parte di una grande famiglia. Tutti diversi eppure simili, piuttosto propensi a riunirci in tutte le occasioni; dentro il sogno c’era pure mia madre che simpatizzava per i compagni che bussavano a casa a parlare di lotte proletarie per strada e nelle fabbriche, e dell’autoriduzione "della bolletta della luce".

Me lo ricordo ancora, mia madre "donna e compagna" che sfumacchiava dalla sua carrozzina, e discuteva con loro da dietro i suoi 62 giovani anni. Mi trasmetteva in quei momenti il senso della lotta, era l’esempio della forza che mancava a me, già sopraffatta dalla vita. Mia madre ci teneva insieme, nonostante le nostre diversità, incompatibilità e fragilità.

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Penso che fosse la sola a credere davvero che quello fosse il sogno di tutti, intanto io ero sola nel mio; però era difficile crederci, in realtà leggevo già nelle loro vite come sarebbe andata a finire o a incominciare. Poi quel sogno mia madre, dove ci aveva portati, lo interruppe suo malgrado, portandoci nell’incubo doloroso della malattia. Anche questo di sicuro lo fece suo malgrado.

Mentre una sola madre muore, tanti figli non sanno cosa farne di tanto dolore, ognuno cercando di ricacciarlo indietro da dove era venuto. Ognuno si era difeso a suo modo come poteva, scappando lontano l’uno dall’altro, non sapendo forse che l’unica possibilità di restare fratelli e sorelle era data dal ricordo di una madre combattiva e orgogliosa, un dolore rimbalzato di mano in mano a suon di ragioni e torti, di vecchie inutili ruggini, di recriminazioni e infantilismi, fino a disperdere il senso di quella unione che Lei faticosamente aveva costruito.

Così non valeva la regola...mentre tutto si distruggeva. Comunque lo ammetto, nel mio sogno era difficile starci, un sogno scomodo che richiedeva sacrificio e dedizione, dove tutti potevano entrare. Qualcuno l’ha fatto e ha deciso di restarci, regalandomi la certezza che potevamo esserci ancora e sempre l’uno per l’altra. Qualcun altro invece ne è uscito spontaneamente, scientemente, senza se e senza ma. Qualcuno altro ancora l’ho spinto fuori io, perché non ero abbastanza forte da poterlo contenere.

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Qua il sogno si è interrotto, e mi sono svegliata; giuro, da svegli è diversa la percezione della realtà, è come sognare di vedersi dormire, perciò destabilizza, e le poche certezze costruite con fatica vacillano, ma mi rimetto in gioco, rincorrendo a fatica, credendo valga la pena, ancora, accogliendo "richieste d’amicizia e sorellanza" e dimenticando quanto oggi sia faticoso per me il sognare.

Laura Quinzi da Nettuno (Lazio)

Redazione

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