PILLOLE DI VITA

L’ANGOLO DELLA NOSTALGIA

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Ciascuna storia merita di essere raccontata con la voce di chi l’ha vissuta.

Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo lo scritto di un nostro lettore, Salvatore Angelo Gavino Sanna, che arricchisce questa nostra nuova rubrica "Pillole di Vita", di cui ciascun lettore potrà farsi protagonista raccontando l’aneddoto più significativo della propria vita.

L’ANGOLO DELLA NOSTALGIA

Il pomeriggio del giorno dopo l’Epifania del 2014 si presentava proprio speciale, anzi lo attendevo da anni. Inevitabilmente un pizzico d’ansia mi attraversava la mente già nella tarda mattinata, tanto che il pranzo fu frugale e soprattutto veloce. Poi una passeggiata invece del solito collegamento ad Internet.

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Una passeggiata durante la quale ritornavano alla mia mente immagini, aneddoti ed episodi mai dimenticati, rimasti chiusi a chiave per molto tempo in qualche spazio segreto della cassaforte del mio essere. Nonostante l’ansia, una piacevole sensazione mi attraversava: alle 17 avrei rivisto la casa dove nacqui e dove ho abitato fino al 1956; avrei certamente rivissuto un pezzo della mia infanzia.

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A scuola, prima elementare, io sono il primo a destra nella seconda fila

Con mia sorella avevo appuntamento all’ingresso del mercato: incontrandola notai che lei era più ansiosa di me, ma riusciva a nascondere il suo stato d’animo dietro un paio di occhiali scuri.

Quel pezzo di via Rosello, da quel lontano dicembre del 1956, l’avevo attraversato milioni di volte. Quel giorno però era molto diverso dagli altri.

Mentre camminavo si susseguivano davanti ai miei occhi diverse immagini: il signor Branca, il vecchio tabaccaio, le vetrine di scarpe di Vanni Gavini, la barberia di fronte e i signori Sieni, arrivati dalla Toscana nei primi anni ‘50, che cucivano borse di stoffa che le massaie usavano per andare a fare la spesa.

E ancora, quel magazzino poi trasformato in negozio di materiale elettrico, il laboratorio del bottaio mastro Paolino Spanu e di suo figlio signor Angelino, poi diventato un bar, per non parlare del ricordo di quel buon profumo di pane che proveniva a tutte le ore della mattinata dal forno di Cibin.

Pochi metri, ma tanta nostalgia per un pezzetto di città rimasto soltanto nei ricordi.

Ed ecco il giorno dopo l’Epifania del 2014:

Entrammo nel negozio di Mariuccia Pilli, che in passato era una sorta di bar di un signore chiamato in dialetto Capra Sorda. Uno strano bar quello di Capra Sorda: il frigo non esisteva e bibite ed altro erano tenute in fresco dentro il pozzo di un cortile attiguo. Chiedere un caffè era quasi un’offesa e il titolare aveva forse più dimestichezza con una caffettiera napoletana che non con una piccola Faema a vapore.

Appena incontrata Mariuccia, quelle immagini del passato sulle botteghe e laboratori artigianali scomparvero per lasciare posto a più nitidi ricordi d’infanzia, quando la signora della palazzina di fronte al negozio, il mitico n. 19 (come quello del giorno della mia nascita) aprì il portone d’ingresso di quella che, dal 1932 fino al 1956, era stata la casa della famiglia di Vittorio Sanna, di sua moglie Filomena, dei loro 6 figli e anche della nonna materna, rimasta vedova molto giovane.

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I miei genitori, Filomena Cocco e Vittorio Sanna

Notai subito che l’androne era rimasto intatto, con la volta circolare e una colonna a fianco alle scale. Mattoni di marmo avevano preso il posto di quelli esagonali di colore rosso e nero di cotto sardo, presenti in tutte le case del centro storico della città. Le scale sempre ripide come una volta, di marmo. Confesso di aver provato una delusione nel non trovarle in pietra di lavagna nera, come erano allora.

Passando da un piano all’altro affioravano i ricordi: quello della signora Concetta, la signora del primo piano, molto alta e molto gentile. Di lei ricordo il regalo di due pecorelle per uno dei primi presepi di Natale che vidi fare a casa.

Per accedere al secondo piano, ricordo che bisognava salire le scale in silenzio assoluto. Bambini e adulti non dovevano disturbare le prove di violino che la signorina Angelina, musicista nelle stagioni liriche e concertistiche, oltre che insegnante di musica al liceo, faceva continuamente, dal primo pomeriggio fino alla sera.

Quando succedeva di sgarrare - magari a disturbare era il nostro piangere per qualche schiaffone ricevuto - era inevitabile sentire le sue grida oppure dover ascoltare il rimprovero della signora Grazietta, sua madre, una anziana ostetrica che aveva fatto nascere bambini (me compreso) fino ai primi degli anni ‘50, seppur in età avanzata.

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Grazietta Ledda, la “levatrice” che mi aiutò a venire al mondo con Giovanni Gregorio, insegnante di clarino della Scuola e componente della banda dell’Associazione Musicale Sassarese, fine 800 (sch.116, Maria e Agnese Gregorio)

Arrivati al terzo piano l’attuale padrona di casa ci fece gentilmente visitare l’appartamento, oggi modernamente ristrutturato. Ma nella mia mente appariva ancora la grande cucina con i fuochi a carbone e alla sera …noi figli in fila prima di cena a prendere il cucchiaione di olio di fegato di merluzzo, somministrati da mia madre, con nonna sempre intenta a controllare l’esofago di ognuno dei nipoti per… verificarne l’ingoio.

E apparve anche davanti ai miei occhi quella che fu la sala laboratorio della sartoria di mia madre con un lunghissimo tavolo, il busto per le misure, i cavalletti per stirare, la vecchia Singer del 1928 e quei pesantissimi ferri da stiro a carbone.

Infine il terrazzo dei miei giochi, dove al sabato sera era d’obbligo per la cena lo zimino (frattaglie di vitello) arrostito da mio padre, fornito da “ziu” Giacumino Furesi detto Inbuciaddu (Sbucciato).

E’ stata quasi la realizzazione di un sogno, ho provato una indescrivibile emozione per questo ritorno al passato che aspettavo da anni.

Mia sorella aveva anche lei realizzato il sogno che inseguiva da anni, ma riuscì persino a contenere l’emozione, e forse anche qualche lacrima, ma solo fino a quando non abbiamo detto alla nuova proprietaria che in quell’appartamento, non certo grande, vivevamo in 9 persone e lei con meraviglia ci chiese come facevamo per dormire.

Fu allora che mia sorella Lisa ricordò anche a me che la notte ogni spazio di quella casa veniva occupato da brande pieghevoli. Al mattino ognuno le ripiegava e le sistemava, meglio dire nascondeva, dietro un divano a mantovana, così a distanza di moltissimi anni ho capito perché ogni giorno alle 6 di mattina tutti i componenti della famiglia, qualsiasi fosse la loro età, dovevano alzarsi, fare il letto, sistemare le brande, mettere tutto in ordine.

Ognuno aveva i suoi compiti da svolgere prima di andare a scuola. Nel mio caso, dovevo ogni giorno, domeniche comprese, comprare il pane, il latte e la Nuova Sardegna, infine fare colazione, leggere velocemente, suddividere in fogli il giornale secondo i titoli.

Lo confesso, per me e per mia sorella è stato bellissimo, perciò entrambi non saremo mai abbastanza grati a Mariuccia per averci donato questa gioia.

Salvatore Angelo Gavino Sanna

da Sassari

Redazione

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