PILLOLE DI VITA

GENESI DI UN POETA

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Ciascuna storia merita di essere raccontata con la voce di chi l’ha vissuta.

Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo lo scritto di un nostro lettore, Giovanni Amoruso, che arricchisce questa nostra nuova rubrica " Pillole di Vita", di cui ciascun lettore potrà farsi protagonista raccontando l’aneddoto più significativo della propria vita.

GENESI DI UN POETA

Sono nato a Bari il 10 ottobre 1961, ultimo di cinque figli. Preciso questo perché mio padre convinse mia madre che il nuovo figlio che desiderava sarebbe stata in realtà una figlia. Poi nacqui io! Mia madre, per tre lunghi giorni, vietò a tutti di portarle davanti al letto il nuovo arrivato.

Come si può vedere, non sono stato accettato bene in questa vita. Ma, a sua difesa, devo subito aggiungere che, nel corso della sua e della mia esistenza, mia madre riscattò quei tre giorni di rifiuto restandomi poi costantemente accanto, con infinito amore, quando fui colpito a soli due anni da una tremenda malattia: la poliomielite.

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Quest’ultima mi colpì lo stesso giorno in cui si verificò una delle più gravi uccisioni della storia, quella di Kennedy. Quante volte ho visionato le immagini di quell’uomo colpito a morte dai proiettili pensando che, in quello stesso momento, lontano migliaia di chilometri, un’infanzia che si prospettava solare veniva anch’essa colpita a morte da un virus… pur lasciandola in vita.

Della mia esistenza sino ai due anni, naturalmente, non ricordo nulla. Sono nato il 22 novembre del 196 ma, se c’è un principio ed un centro in ogni vita cosciente, quelli del sottoscritto sono rappresentati dalla mia malattia. Non solo col suo dolore fisico, ma soprattutto col suo gravame psicologico di inquietudine e inadeguatezza. Capendo, o forse soltanto intuendo istintivamente, che non potevo rispondere e corrispondere al mondo, fu gioco forza chiudermi entro i confini della pelle per costruire un mondo tutto mio ove non dovevo agire e reagire coi muscoli, ma solamente col cervello.

cms_12546/Leonor_Fini_Piccola_Sfinge_eremita.jpgMi rapportai poco coi miei coetanei; poco per necessità, visto che essi non sapevano fare altro che giocare a pallone. Ed allora, dato che io a pallone non potevo giocare, e loro si annoiavano a giocare con me ai soldatini, ecco la potenza magica dei libri: viaggiare, ma senza allontanarsi da casa. Diventare mingherlino a causa della paraplegia, ma irrobustire la mente alimentandola continuamente con letture di ogni genere.

Essere fortemente io, ma al contempo incarnare centinaia di altre vite, quelle dei personaggi nei quali m’imbattevo leggendo; viverle tutte sino in fondo arricchendomi di esperienze, non mie certo, ma ugualmente utili a combattere la difficile quotidianità nella quale mi dimenavo. In un certo senso, dopo ciò che ho scritto sin d’ora, è successo poco o nulla di avventuroso se non ospedali, interventi chirurgici, fisioterapie varie, sofferenze fisiche vere e proprie.

Il dolore per me non è rosso, come per quasi tutti gli altri: per me il dolore è bianco. Bianco come le pareti degli ospedali di una volta; come le ingessature che ho portato in vari momenti; come i camici dei medici e del personale paramedico; come gli abiti delle suore del reparto; come lo schermo al neon per studiare le lastre radiografiche. Il rosso, per me, ha tutt’altro senso ed essenza: la Poesia d’amore.

Intrecciato al periodo “bianco” ci fu quello “nero”, più propriamente quello scolastico; nero per via dei grembiuli che indossavamo noi scolari delle elementari, delle lavagne di ardesia e le divise dei bidelli sino al quinto superiore… ed anche per quella svogliatezza con cui mi portavano a scuola la mattina, come un pacco. C’è poco altro da aggiungere.

Un matrimonio durato 24 anni e poi finito; un figlio. Grazie ai social incontro il Movimento Culturale “Spiragli” e persone meravigliose che, finalmente, ravvisano il mio valore (bontà loro!). Grazie a quella frequentazione, nel 2015 pubblico due libri: la silloge “Dal girone degli innocenti”, l’unica mia opera di respiro sociologico, ed il romanzo “Il sentiero dell’uomo in una giovane”.

Un romanzo molto complesso che ingloba una scrittura proustiana unita ad una ricerca sperimentale sulla temporalità del racconto, alla maniera di Joyce; una storia rarefatta dove a mostrarsi come in una vivisezione o in un esame autoptico è l’interiorità e la profonda solitudine del protagonista Gonerio, un docente universitario che insegna Filosofia Morale.

Del 2016 è la terza pubblicazione, una seconda silloge dal titolo “Il poema del piede”. Ho terminato da poco di scrivere una terza silloge, “Teurgia della carne”, di prossima pubblicazione.

“Teurgia della carne” è un libro composto da 260 liriche e sul quale punto molto, se non tutto. Se il “Poema del piede” narrava di un grande amore incorrisposto, “Teurgia della carne” narra di quello stesso amore incontrato per caso anni dopo!

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Sono uno scrittore appartato, che vive in una stanza, con pochi collegamenti con l’esterno e saltuari contatti personali col mondo della Cultura. Assediato da migliaia di volumi classici, la produzione letteraria contemporanea (tranne alcune eccezioni di valore) mi lascia per lo più indifferente. Amo la vita, ma filtrata dai libri.

Giovanni Amoruso

da Bari

Redazione

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