PALESTINA CONTRO ISRAELE: IL DILEMMA DELL’ANNESSIONE

Sarà davvero una “catastrofe per il diritto internazionale” come ipotizzato?

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Spiegare il concetto di sliding doors è sempre stato difficile, sia per la mancanza nella lingua italiana di termini efficaci come quelli inglesi, sia per l’assenza di un concetto simile nell’immaginario collettivo nostrano. Concediamoci, allora, un “gioco di culture”, prendendo in prestito l’idea di “punto di non ritorno”: quel limite, fisico o immaginario, che non consente passi indietro una volta superato. Le sliding doors sono queste: delle porte scorrevoli che conducono a nuovi eventi inimmaginabili e che, una volta chiuse, non si riaprono più. Spartiacque, praticamente. Come la presa di potere in Israele da parte di Netanyahu, evento che ha cambiato forse per sempre la storia del suo Paese e che rischia seriamente di fare lo stesso con quella del mondo intero.

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Tra pochi giorni scopriremo se questa previsione si rivelerà vera oppure no: per i primi giorni di luglio è prevista l’annessione dei territori palestinesi a Israele. Un grave e grande illecito, senza se e senza ma. A conferma di questo vi è anche la condanna da parte di 47 esperti dei diritti umani delle Nazioni Unite, i quali hanno chiesto alla comunità internazionale di intervenire efficacemente affinché venga evitato un evento storico di portata inaudita. “Una catastrofe per il diritto internazionale pubblico”, come è stata definita da oltre 240 studiosi, che hanno sottolineato come “la norma che vieta l’annessione di territori acquisiti con la forza sia stata riconosciuta come norma fondamentale per il diritto internazionale”. L’annessione, dunque, comprometterebbe ancor di più la giù difficile posizione di Israele agli occhi degli altri stati, oltre a dare presumibilmente origine ad una serie di episodi violenti di protesta.

Leggendo i nomi delle due principali parti in causa vien da pensare che il movente primo di questo “ricongiungimento forzato” sia religioso. Invece no, la religione è l’ultimo dei problemi quando il nocciolo della questione ha un sapore fortemente e aspramente politico. Netanyahu ha giocato la carta dell’estremismo nazionalista, aspettando la mossa di un’altra pedina importante: l’America. Gran parte del futuro della Palestina passa dalla conferma di Trump come presidente degli Stati Uniti, poiché il tycoon si è ad ora dimostrato il capo di stato “a stelle e strisce” più incline alla destra israeliana. In virtù di una possibile sconfitta di The Donald alle presidenziali di novembre, i servizi segreti israeliani spingono per un’accelerazione dell’annessione: “È bene agire prima delle elezioni statunitensi perché dopo non è chiaro come sarà il sostegno americano”.

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Un report recentemente diffuso da Israel Havom, e definito come “un concentrato del pensiero della destra”, chiarisce quali sono le opinioni delle alte cariche israeliane: secondo il governo il premier “non dovrebbe aspettare oltre” perché “l’onda di proteste diplomatiche lascerà gradualmente il posto a un clima di accettazione internazionale dell’annessione”, mentre per il ministro dell’Intelligence Eli Cohen “non c’è nulla da temere per quanto riguarda le reazioni esterne, la comunità internazionale lascerà fare Israele”. Questa estate potrebbe essere un crocevia imprescindibile per decidere le sorti di pedine posizionate su una scacchiera grande quanto il mondo. E anche se dovesse esserci uno “scacco matto”, sliding door del futuro di molte nazioni, il rischio che non ci sia nessun vincitore si fa sempre e concretamente più alto.

Francesco Bulzis

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