Ore decisive per il futuro di 12.500 lavoratori

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La flebile speranza di una trattativa, ormai alle fasi finali, è appesa in queste ore all’incerto esito referendario. La parola spetterà ai 12.500 lavoratori che, allo stremo di speranze disattese, saranno chiamati a decidere se vivere o fallire”.I dipendenti Alitalia si recheranno a votare, stando al pre-accordo sottoscritto da azienda e sindacati nella notte del 14 aprile scorso, nei sette seggi aperti fino alle ore 24,00 del 24 aprile. Durante la consultazione verrà chiesto loro se condividono o meno il “verbale di confronto”.Le misure contenute nel documento interessano diversi punti: riduzione degli esuberi di personale a tempo indeterminato che scende dagli iniziali 1338 a 980 unità; ricorso alla cassa integrazione straordinaria entro maggio 2017 per due anni; taglio al costo del lavoro dal 30 all’8%; misure di incentivazione all’esodo; riqualificazione e formazione del personale; miglioramenti di produttività ed efficienza; superamento dei progetti di esternalizzazione delle aree manutentive. Alla consultazione non è previsto il raggiungimento del quorum.L’esito positivo del referendum produrrà la sottoscrizione di un “accordo coerente” con il verbale, tra azienda e sindacati –in caso di esito negativo- ha spiegato il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda – quello che deve essere chiaro a tutti è che si va verso il rischio concretissimo di una liquidazione della compagnia. Il governo ha fatto un lavoro di mediazione per trovare un equilibrio. Non vogliamo mettere più soldi pubblici in Alitalia, vogliamo che diventi una compagnia competitiva”.L’azienda, dal canto suo, manifesta fiducia e ottimismo per l’esito referendario attraverso le parole del designato presidente della compagnia, Luigi Gubitosi, che, parlando con i giornalisti si è così espresso: “riteniamo di aver fatto il possibile. Sono fiducioso perché è nel miglior interesse di tutti. Così si sblocca l’accordo che sblocca la ricapitalizzazione.Il nuovo piano di rilancio porterà l’azienda da una situazione molto negativa dopo un pessimo 2016 e una pessima prima parte del 2017 ad invertire la rotta”. Questo è quanto di fatto viene evidenziato nella premessa del “verbale di confronto”. Un gruppo di azionisti e finanziatori, infatti, propone di ripatrimonializzare l’azienda per circa 2 miliardi di euro di cui oltre 900 come nuova finanza. L’immissione di risorse è propedeutica al rilancio. Inoltre, si punta su un piano di significativa riduzione dei costi a vantaggio di un’accelerazione dei ricavi grazie anche all’investimento su rotte a lungo raggio.

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Le turbolenze finanziarie iniziano con le assunzioni di metà anni ’90.La prima privatizzazione, a firma del governo Prodi, consente la quotazione in borsa del 37% del capitale. Come partner industriale di peso, la scelta cade sull’olandese Klm, un sodalizio sfociato però nel fallimento. Poco più di un anno dopo, gli attentati delle Torri Gemelle frenano bruscamente la crescita di tutto il settore.Michael O’Leary ha del geniale nel trasformare una tragedia di portata mondiale in una opportunità. In un momento in cui la paura demotiva la scelta di un costoso viaggio aereo, quale politica può risultare più competitiva se non un viaggio aereo low-cost? La nuova piccola compagnia che si affaccia nei cieli europei è destinata a cambiare le regole del gioco e a diventare un gigante dell’aviazione. Ryanair spiazza tutti, Alitalia in primis che assiste inerme alla polverizzazione del valore nominale delle sue azioni, passato, in soli cinque anni, da 10 a circa 1,5 euro.Nel frattempo le uniche attività del vettore ad intensificarsi sono i cambi al vertice che assumono ritmi frenetici. Nel 2007 Romano Prodi tenta la carta Air France. Il gigante francese avanza una proposta decisamente più conveniente di quella poi opzionata e infatti, a operazione conclusa si griderà all’occasione persa.

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Chi non ricorda lo slogan dei giorni della trattativa “Io amo l’Italia, io volo Alitalia”? Protagonista: Silvio Berlusconi. Ma la convenienza low-cost batte ancora una volta i prezzi elevati della compagnia di bandiera.Eletto presidente del Consiglio, Berlusconi affida a Corrado Passera il ruolo di regista dell’operazione. Il “Piano Fenice” ideato dal banchiere comasco porta allo scorporo dell’azienda con la creazione di una “bad company”, che rimane a carico dello Stato, e una “good company” che prende il nome di Cai, Compagnia Aerea Italiana. A guidare la cordata di imprenditori che investirà nella nuova azienda è Roberto Colaninno, poi nominato presidente. La riduzione a sedici rotte intercontinentali in un periodo in cui i vettori concorrenti allargano l’offerta, collegando l’Europa con l’America e l’Estremo Oriente per poche centinaia di euro, non si rivelerà certo una mossa vincente. Ma la strategia più “stravagante” è l’accanimento nel puntare tutto sulla tratta Roma – Linate, all’epoca la più cara. Negli anni della rivoluzione dell’alta velocità, che consente di spostarsi in poche ore dal centro della capitale a quello di Milano, l’Alitalia dovrà difendersi anche dalla concorrenza delle Ferrovie dello Stato. Nel frattempo Ryan Air colloca il suo quartier generale lombardo a Orio al Serio, vicino Bergamo, offrendo il collegamento sulla tratta strategica a soli 10 euro. Un ulteriore prestito ponte di 300 milioni concesso dal governo uscente per tamponare le esigenze più immediate, sarà restituito allo Stato dalla “bad company” per dribblare il divieto di Bruxelles ad un evidente aiuto statale. E’ chiaro che il prestito si tradurrà in un ulteriore emorragia a fondo perduto.Intanto Alitalia brucia oltre 600mila euro al giorno. I 735 milioni di euro della ricapitalizzazione del 2009 erano stati totalmente risucchiati dal gorgo dei conti. Il 2012 si chiude con un rosso di 280 milioni che salirà a 569 milioni l’anno successivo. Perdite per un milione e mezzo di euro al giorno.

cms_6082/4.jpgIl 2013 vede l’approssimarsi dello spettro del fallimento. Roberto Colaninno si dimette congiuntamente al Consiglio d’amministrazione subito dopo il varo di un nuovo aumento di capitale da 300 milioni. Entra nell’operazione anche Poste italiane con un’ investimento di 75 milioni. Al governo, Enrico Letta avvia i contatti con la Etihad. Alla fine di un sofferto negoziato con i sindacati il gruppo di Abu Dhabi firmerà un’intesa per rilevare il 49% di Alitalia. Il 2014 anno dell’ingresso degli Emirati, si conclude con una perdita ancora più profonda: 580 milioni di euro.

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Dal gennaio 2015 la Compagnia Aerea Italiana SpA (CAI) esercita il suo ruolo di holding con il 51% di quote Alitalia in una joint venture con la Eithad Airways. Ma, gli elevati costi come la manutenzione o i leasing sono ormai strutturali e l’emorragia di passeggeri è inarrestabile.Cosa succederà lo scopriremo a breve. Da italiani speriamo sempre, come avvenne nel 2015, che Alitalia torni ad essere, almeno per noi, la più amata (http://siviaggia.it/notizie/ryanair-alitalia-e-easyjet-sono-le-compagnie-aeree-piu-usate-in-italia/155377/).

Questione di orgoglio nazionale...

Maria Cristina Negro

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