OMAN PROTAGONISTA MEDIORIENTALE

La mediazione tra Usa e Iran favorita dal piccolo sultanato

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Tra i membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo a guida saudita, creato il 25 maggio del 1981 sotto pressione degli Stati Uniti, l’Oman presenta sicuramente un caso unico. Se, infatti, siamo abituati agli skylines di Doha, Abu Dhabi e Dubai, non possiamo dire altrettanto di questo piccolo Paese di 4 milioni di abitanti. Enormi e modernissime strutture aeroportuali hanno reso le prime cruciali per il traffico aereo internazionale e la costruzione di imponenti grattacieli ha trasformato quelli che neanche mezzo secolo fa erano villaggi di pescatori in grandi metropoli, meta ogni anno di milioni di turisti. La capitale omanita, Mascate, che conta poco più di un milione di abitanti, solo di recente ha cominciato a progettare strutture all’avanguardia. Le radici di questo gap vanno ricercate nella relativa “povertà” del sottosuolo rispetto a quello dei vicini; il sultanato può contare su riserve petrolifere per circa 5,5 miliardi di dollari, collocandosi al venticinquesimo posto a livello mondiale. Solo di recente, con l’aumento dei proventi derivanti dalle esportazioni di gas naturale e con la rapida espansione del settore logistico, la sua economia si sta avvicinando alle dimensioni di quelle degli altri Stati del Golfo Persico. Diverso è anche il soft power esercitato dal Paese, per niente paragonabile a Qatar, EAU, Kuwait e Bahrain: eventi sportivi, dal gran premio di formula uno ai prossimi mondiali di calcio, conferenze internazionali e meeting diplomatici si susseguono senza sosta nelle altre capitali della regione. Ciò che rende l’Oman un caso unico, però, è sicuramente l’atteggiamento internazionale defilato e generalmente rispettoso dell’altrui sovranità. Virtù diplomatica che, paradossalmente, diminuisce ancor più il suo appeal; mentre i suoi vicini, infatti, non perdono mai occasione per scontrarsi tra loro, attirando così l’attenzione dei media internazionali, Mascate conduce la sua politica estera in modo molto più prudente e dunque anche molto meno rumoroso. Tuttavia, un grave incidente avvenuto lo scorso 13 giugno nel pieno delle sue acque territoriali l’ha proiettata sulle prime pagine dei grandi quotidiani occidentali: due petroliere dirette in Estremo Oriente sono state colpite con degli ordigni esplosivi, proprio mentre il premier giapponese Shinzo Abe si trovava a Teheran per tentare di mediare una soluzione alle tensioni in corso tra questa e Washington.

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Gli Stati Uniti non hanno esitato ad accusare l’Iran del sabotaggio, adducendo prove video in cui si vedono dei presunti Pasdaran intenti a recuperare delle mine inesplose da una delle navi. Quest’ultimo ha negato ogni suo coinvolgimento, respingendo le accuse e definendolo come un tentativo da parte statunitense di far naufragare ogni possibilità di accordo. Già il 24 maggio scorso, il ministro degli Esteri omanita Yusuf ben Abdallah aveva pubblicato un tweet affermando che il suo paese stesse tentando di ridurre la tensione tra le due potenze, in virtù dell’alleanza storica con gli USA ma anche per via del dialogo continuo con l’Iran (favorito anche dal fatto che sia l’unico Stato al mondo a maggioranza ibadita, un ramo dell’Islam vicino allo sciismo iraniano). Per tutta risposta, a una settimana dell’incidente, Teheran ha abbattuto un drone-spia americano, affermando di averlo colto nell’atto di violare il proprio spazio aereo, e suscitando così una dura reazione di Trump. Il sultano omanita Qaboos bin Said Al Said sembra intenzionato a sfruttare la spiacevole circostanza per rilanciare il ruolo regionale del suo Paese. Il recente coinvolgimento nel dossier iraniano di potenze quali Germania e Giappone, non esclude infatti che la piccola monarchia possa giocare comunque un ruolo importante nelle trattative, come già sta facendo nell’ambito della complessa crisi tra Qatar e Arabia Saudita.

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Lo scorso 26 giugno, il sultanato ha informato l’Autorità nazionale palestinese che aprirà un’ambasciata a Ramallah, in Cisgiordania, nel contesto “del continuo sostegno del sultanato alla causa del popolo palestinese”, mentre si svolgeva in Bahrain un seminario economico organizzato dall’amministrazione Trump in cui sono stati discussi estesi progetti di sviluppo per l’economia palestinese. Lo scorso ottobre l’Oman aveva peraltro ospitato il premier israeliano Benyamin Netanyahu. Ieri, infine, la ferma condanna dell’attacco all’ambasciata del Bahrain in Iraq, avvenuto “da parte di alcuni manifestanti che hanno compiuto atti di sabotaggio in violazione della legge e l’immunità delle missioni diplomatiche internazionalmente riconosciute.” Queste considerazioni si aggiungono alla stima di Putin, alla storica partnership in materia di sicurezza con gli USA e alle relazioni economiche sempre più importanti con le potenze asiatiche, Cina e India in primis, qualificando l’Oman come possibile attore protagonista nello scenario geopolitico mediorientale.

Lorenzo Pisicoli

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