NUOVE TENSIONI IRAN-USA

I PASDARAN E IL CASO DELLA PETROLIERA SEQUESTRATA

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In onda un nuovo episodio dell’ormai nota serie di scaramucce tra USA e Iran. Ancora una volta la protagonista – suo malgrado – è una petroliera, la Mt Riah, imbarcazione battente bandiera panamense di proprietà di Prime Tankers e attiva negli Emirati Arabi Uniti. Lo scorso 13 luglio, percorrendo lo Stretto di Hormuz, secondo quanto scritto dalla Cnn (che cita fonti dell’intelligence), la Riah sarebbe stata costretta a entrare nelle acque iraniane dalle forze navali delle Guardie rivoluzionarie, senza però specificarne motivi e modalità. I sospetti americani, col passare dei giorni, si sono spinti ben oltre: un funzionario della Difesa ha dichiarato all’Associated Press che l’imbarcazione si trovava nelle acque territoriali iraniane vicino all’isola di Qeshm, dove c’è una base dei Pasdaran. A instillare ancora più dubbi che la petroliera potesse essere stata sequestrata dagli iraniani, le dichiarazioni del capitano Ranjith Raja della società di navigazione Refinitiv, che ha dichiarato all’AP che la petroliera non aveva mai disattivato il monitoraggio in tre mesi di viaggio. La risposta del ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, aveva tentato di soffocare le polemiche, affermando che la guardia costiera aveva prestato un servizio di soccorso all’imbarcazione, trainandola nelle proprie acque SAR con l’aiuto di un rimorchiatore.

Il colpo di scena è arrivato ieri, quando la tv di Stato della Repubblica Islamica ha annunciato l’effettivo sequestro di una petroliera (non ne viene specificato né il nome né la bandiera) colta nell’atto di contrabbandare un milione di litri di carburante nell’isola di Larak, nel Golfo Persico. Durante l’operazione sono stati fermati i 12 membri dell’equipaggio. Questo sequestro, che potrebbe anche riguardare una nave diversa dalla Riah, può essere considerato una risposta di Teheran al sequestro della super-petroliera Grace1, fermata il 4 luglio mentre attraversava lo stretto di Gibilterra diretta in Siria con la medesima accusa di "contrabbandare" greggio.

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La guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Khamenei, aveva minacciato una "vendetta" per il sequestro della nave iraniana che aveva definito un chiaro "atto di pirateria" condotto dai Royal Marines britannici. Un primo tentativo si era già riscontrato la settimana scorsa con l’avvicinamento di navi armate alla petroliera British Heritage, sempre nello strategico Stretto di Hormuz. Comunque, la notizia di ieri ha provocato un lieve rialzo — 54 centesimi — del prezzo del greggio, arrivato a 64.20 dollari a barile. L’incidente si va a sommare agli ultimi avvenimenti: sabotate sei petroliere, abbattuto un drone statunitense, la mobilitazione del Pentagono con l’invio di aerei nel Golfo (F22, B52) e l’annuncio dello schieramento di altri 500 soldati in Arabia Saudita, giusto per ribadire l’impegno nell’area. Avevamo già parlato del tentativo di mediazione del piccolo sultanato dell’Oman tra le due potenze; nelle scorse ore, tuttavia, i canali si sono raffreddati anche per effetto delle dichiarazioni del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov: “L’attuale aumento delle tensioni nella regione è una diretta conseguenza della convulsa politica anti-iraniana di Washington e dei suoi alleati. Gli Stati Uniti mostrano i muscoli, hanno lanciato una campagna per screditare Teheran e dargli la colpa di tutti i peccati”.

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Tutto ciò, secondo Mosca, “crea una situazione pericolosa, dove una scintilla sarebbe sufficiente per accendere il fuoco”.

Lorenzo Pisicoli

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