Mutilazioni genitali femminili: la legge non basta

Scelte e défaillances del sistema giuridico internazionale

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Il 6 febbraio è ricorsa la Giornata Mondiale contro le mutilazioni genitali femminili (MGF) istituita nel 2003 dall’Onu per contrastare un fenomeno ancora molto diffuso in Africa e in diversi paesi europei, giornata in cui è emerso un pesante rapporto: secondo le ricerche effettuate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS-WHO) in collaborazione con l’UNICEF e l’UNFPA, si stima che al mondo vi siano circa 125 milioni di donne che hanno subito mutilazioni genitali e che ogni anno ve ne vengano sottoposte circa due milioni.

cms_373/Sanità_ONU_.jpgMa non è tutto. Un’altra constatazione fatta dall’Organizazione delle Nazioni Unite è che la sola legge si è dimostrata insufficiente ad arginare il fenomeno mutilatorio così fortemente radicato nella tradizione di questi popoli. Ogni stato si è dotato dello strumento giuridico considerato più idoneo a contenere/limitare questo terribile rito ancestrale. Si pensi ad esempio a paesi come la Svezia o la Gran Bretagna, che hanno introdotto un sistema giuridico specifico volto a combattere le MGF oppure a stati come il Belgio, la Francia, la Svizzera che invece incriminano tali condotte attraverso l’applicazione di normative preesistenti.

cms_373/Italia_.jpgE poi c’è il caso italiano, che si colloca in una posizione intermedia e quasi ibrida tra quelli degli altri paesi interessati: mediante la legge 9 Gennaio 2006 n. 7, che ha introdotto il reato di mutilazione genitale e di escissione degli organi genitali stessi, l’Italia ha severamente condannato (con pene molto alte rispetto agli altri Paesi europei) le tradizioni appartenenti a questi gruppi culturali. Tuttavia, a prescindere dal modello normativo utilizzato dagli stati, nessuno di questi si è dimostrato capace di circoscrivere effettivamente il fenomeno mutilatorio. Si è avuto paradossalmente un effetto contrario: la “clandestinizzazione” delle condotte. Ciò che l’Onu ha ribadito con fermezza è che ogni stato dovrebbe dotarsi di strumenti alternativi all’incriminazione penale di queste condotte affinché le donne, già vittime del proprio sistema culturale denigrante e spersonalizzante, siano tutelate nel Paese ospitante.

cms_373/dottore_somalo_.jpgA questo proposito, avrebbe potuto essere efficace la proposta fatta nella metà degli anni 90 da un ginecologo somalo in attività presso l’ospedale Careggi di Firenze, Omar Abdulcadir, responsabile per la prevenzione e la cura delle mutilazioni genitali. La proposta riguardava la possibilità di inserire un rito alternativo basato su una procedura di sunna lievissima che permetteva alle famiglie di effettuare una pratica simbolica sostitutiva all’infibulazione sulle figlie minorenni, senza rischi per la loro salute e senza alcun dolore. La procedura venne poi condannata, aprendo un complicatissimo dibattito bioetico tra chi era contrario ad ogni forma di mutilazione (anche simbolica) e chi invece, accoglieva la pratica indolore sulla logica della riduzione del danno. Interessante ma fuorviante la proposta fatta qualche anno fa dal Ministro delle Pari Opportunità svedese, Nyanko Sabuni, che proponeva visite ginecologiche obbligatorie alle bambine a rischio mutilazione in modo da controllare severamente ogni possibile forma di violenza fatta dalla propria cultura di appartenenza. Nessuna proposta tuttavia si è mostrata utile a raggiungere lo scopo prefissato. Probabilmente questo è dovuto al fatto che nessuno stato, anche se coinvolto, si sia mai interessato fino in fondo al fenomeno. Anziché colpendo severamente una cultura così diversa dalla propria (quella del famoso Occidente) probabilmente il fenomeno culturale avrebbe dovuto essere mitigato con strumenti più efficaci, come il riconoscimento di uno status giuridico più idoneo (si pensi allo status di rifugiato oggi riconosciuto in Francia) o forme di comunicazioni più convincenti e davvero capaci di informare sui rischi derivanti da questa cultura così maschilista. Interventi che per ora non sono stati completamente presi in considerazione, accrescendo il pensiero che il reato non si origini dalla cultura di minoranza ma da quella di maggioranza, dalla convinzione della propria superiorità rispetto alle motivazioni culturali della minoranza: non un reato culturale bensì un reato coloniale.

Giacomo Giuseppe Marcario

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