Moro "colpito da 12 proiettili, uno forse ancora nel corpo"

Milano, divieto di burqa nei luoghi pubblici - Alitalia, fonti: "Lufthansa pronta a partnership commerciale" - Naufragio Norman Atlantic, tutti rinviati a giudizio

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Moro "colpito da 12 proiettili, uno forse ancora nel corpo"

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Secondo i risultati degli accertamenti del Ris, disposti dalla Commissione Moro 2, "contrariamente a quanto riportato in atti", e contenuti nel libro ’Moro, il caso non è chiuso’ scritto a quattro mani da Giuseppe Fioroni, già presidente della Commissione, e dalla giornalista Maria Antonietta Calabrò, "è stato colpito da dodici proiettili e non undici: otto calibro 7,65 estratti dal cadavere durante l’autopsia; due calibro 7,65, ritrovati tra la maglia intima e la camicia; due fuoriusciti dal corpo, perforando la giacca e la coperta".

"Dodici colpi dunque, e non undici come dichiarato dai brigatisti, visto che altrimenti esiste una assoluta discrepanza tra i fori di ingresso e i proiettili usciti o ritenuti - scrivono Fioroni e Calabrò -. Se ne deduce che il dodicesimo colpo potrebbe trovarsi ancora nel corpo di Moro. Lo si sarebbe potuto accertare subito, semplicemente con un esame radiografico che al tempo del delitto fu realizzato, ma che - non si sa perché - non risulta più agli atti".

"NON MORÌ SUL COLPO, FU LENTA AGONIA" - "I brigatisti hanno sempre affermato che Moro morì sul colpo. Questo però non è assolutamente vero" scrivono Fioroni e Calabrò. Gli autori, nel capitolo dall’eloquente titolo ’La lenta agonia’, raccontano: "Sul bavero sinistro della giacca di Moro il Ris (il Reparto di Investigazioni Scientifiche) dei Carabinieri ha trovato una ’particolarità’, ha detto il comandante, colonnello Luigi Ripani nella sua audizione del 30 settembre 2015: lì c’è tutt’oggi traccia di un rigurgito di saliva, che la vittima espettora ancora vivo".

"Secondo l’autopsia eseguita il 9 maggio 1978, e basata essenzialmente sul parametro del ’rigor mortis’, Moro è morto almeno quindici minuti dopo che gli hanno sparato. Ma il Ris, a seguito dei suoi ulteriori approfondimenti, è giunto alla conclusione che la morte è sopraggiunta sicuramente dopo una agonia molto lenta. Alle 19 di sera del 9 maggio quando inizia l’autopsia il rigor mortis non è ancora completo". Secondo Fioroni e Calabrò, "la narrativa della morte sul colpo è servita a celare la verità su come sono andati realmente i fatti". In particolare, "Moro non è disteso nel cofano quando inizia a essere colpito, perché - è un fatto certo - i colpi arrivano non dall’alto verso il basso, come sarebbe avvenuto in quel caso, ma al contrario dal basso verso l’alto. Tanto da far pensare che l’esecuzione possa addirittura essere cominciata quando lui era in piedi".

"Un’esecuzione barbara e imprecisa che contrasta con ’la geometrica potenza’ dispiegata al momento del rapimento in via Fani, nel corso del quale Moro risulta praticamente illeso, dopo una sparatoria in cui sono stati esplosi 93 colpi. Un’altra, insomma, è la mano che uccide", secondo gli autori. La ricostruzione dell’omicidio Moro, spiegano Fioroni e Calabrò, si è basata essenzialmente sulle dichiarazioni che furono rese tra il 1993 e il 1996 in sede giudiziaria da Anna Laura Braghetti e Germano Maccari: sintetizzando molto, secondo la ricostruzione fornita dai brigatisti Moretti e Maccari sarebbero stati gli unici a partecipare direttamente all’esecuzione, mentre la Braghetti faceva da ’palo’ e Gallinari sarebbe invece rimasto nel covo-prigione. Moro sarebbe stato fatto distendere nel portabagagli della Renault 4 e Moretti avrebbe sparato dapprima con la pistola Walther, che però si sarebbe inceppata. Allora Maccari gli avrebbe passato la mitraglietta Skorpion con la quale sarebbero stati sparati gli altri colpi. Se le cose fossero andate così, solo Moretti avrebbe sparato.

Allo scopo di chiarire la dinamica dell’assassinio di Moro, la Commissione Moro 2 ha delegato una serie di attività tecniche al Ris dei Carabinieri di Roma. Sulla base delle attività compiute dal Ris, l’ipotesi ritenuta scientificamente più probabile, riferiscono Fioroni e Calabrò, è che in un primo momento la vittima sia stata colpita anteriormente al torace sinistro da almeno tre colpi sparati con la mitraglietta Skorpion. Non si può tuttavia escludere che la vittima fosse seduta con il busto eretto in qualsiasi altro ambiente, compreso il sedile posteriore dell’auto. E - come ipotesi ’in maniera residuale’ - che fosse in piedi.

"DENARO PER RISCATTO DATO AL VATICANO DA IMPRENDITORE ISRAELIANO" - Il denaro necessario per pagare il riscatto ed ottenere, così, dai brigatisti rossi, la liberazione di Aldo Moro, fu fornito al Vaticano da un uomo d’affari israeliano di origini francesi Shmuel ’Sammy’ Flatto-Sharon, che all’epoca del sequestro era membro della Knesset, il Parlamento israeliano. Fioroni - che sul caso Moro, ma anche su altre vicende italiane come la strage di Bologna, ritiene vi sia stata una sorta di “narrativa, frutto di un compromesso, sulla verità dei fatti” - svela nel suo libro diversi episodi inediti riconsegnando al Paese una lettura molto differente sugli anni di piombo e sulle stragi che hanno insanguinato l’Italia, rispetto a quanto è stato raccontato fino ad oggi.

“Si è vociferato per anni che papa Paolo VI (il Papa amico di Moro, ndr) aveva tentato in ogni modo di salvare lo statista Dc anche pagando un’ingente somma alle Brigate Rosse. Si è parlato di una cifra pari a 50 miliardi di vecchie lire messa a disposizione dallo Ior. Invece non fu così”, svelano Fioroni e Calabrò sollevando il sipario su particolari tutt’altro che marginali.

A fare luce sulla vicenda, raccontandone i veri particolari, è stato il 4 dicembre 2017, di fronte alla Commissione Moro2, “monsignor Fabio Fabbri, che fino al 1999 è stato il vice ispettore dei cappellani delle carceri italiane, braccio destro dell’uomo che per il Vaticano e il Papa gestì le trattative con le Brigate Rosse, cioè il capo dei cappellani delle carceri don Cesare Curioni (deceduto nel 1996)”. "I soldi - ha detto Fabbri testimoniando davanti alla Commissione Moro 2 - recavano la fascetta di una banca estera, precisamente israeliana, di Tel Aviv".

“Del resto io conosco bene i caratteri ebraici”, ha aggiunto il monsignore addentrandosi nei dettagli: “Il denaro era in una sala della residenza di Castel Gandolfo, ricordo sotto una coperta di ciniglia azzurra, e mi furono mostrati direttamente dal Santo Padre, era una bella montagnetta alta almeno mezzo metro. Questa somma a quanto mi riferì don Curioni fu ottenuta grazie all’impegno personale di un imprenditore israeliano che si occupava di pelletteria e di scarpe”.

La Commissione Moro 2 guidata da Fioroni accerterà, appunto che, effettivamente, “chi mise a disposizione del Papa e della Santa Sede la somma del riscatto per ottenere la salvezza di Moro, era un uomo d’affari israeliano di origini francesi Shmuel ’Sammy’ Flatto-Sharon”, un personaggio “che all’epoca del sequestro era membro della Knesset”, il Parlamento israeliano dove egli “rimase parlamentare fino al 1981”.

“Richiesto di confermare l’identità dell’uomo, dopo i riscontri ottenuti indipendentemente dall’organismo parlamentare, Fabbri lo ha fatto”, ricorda Fioroni: "Visto che mi viene fatto il nome di Flatto-Sharon posso dire che il suo nome mi suona in relazione a questa vicenda. Non ho la minima idea di dove sia finito quel denaro dopo il fallimento della trattativa. Lo vidi comunque due o tre giorni prima della morte dell’onorevole Moro".

NUOVA PERIZIA STRAGE BOLOGNA MODIFICA SCENARIO NOTO - La nuova perizia esplosivistica sulla strage di Bologna, "elaborata dopo quasi quarantanni, grazie ai nuovi mezzi tecnici oggi disponibili" e riguardante anche "il ritrovamento all’inizio dell’estate del 2019, tra le macerie della stazione recuperate dall’attentato del 2 agosto 1980 di un interruttore elettrico di tipo ’on/off’ sul quale è stata ritrovata l’’impronta’ dell’esplosivo" è "un documento che modifica completamente lo scenario fin qui noto, smentendo in gran parte le precedenti risultanze". E’ quanto si legge nel libro ’Moro, il caso non è chiuso’. "Il reperto - osservano gli autori - potrebbe dunque offrire un clamoroso riscontro a quanto ipotizzato dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga", secondo cui la strage di Bologna era "un incidente accaduto agli amici della ’resistenza palestinese’ che, autorizzata dal Lodo Moro a fare in Italia quel che voleva purché non contro il nostro Paese si fecero saltare colpevolmente... valigie di esplosivo".

A questo punto, Fioroni e Calabrò citano "due documenti inediti, versati dai servizi segreti italiani negli atti del processo sulla strage di piazza della Loggia (28 maggio 1974)" e pubblicati nel saggio ’II Lodo Moro. L’Italia e la politica mediterranea. Appunti per una storia’ di Giacomo Pacini, contenuto nel libro Aldo Moro e Intelligence. Si tratta di due note inedite del centro Sismi di Beirut prodotte dal colonnello Stefano Giovannone il 24 aprile e il 12 maggio 1980, in cui si parla del concreto rischio che l’Italia potesse subire delle "operazioni a carattere intimidatorio", che "potrebbero coinvolgere anche innocenti" da parte del Fronte Popolare della Liberazione della Palestina se il governo non avesse ottemperato a una serie di richieste. In pratica, una ritorsione per una violazione da parte dell’Italia del lodo Moro (il patto segreto tra la nostra intelligence e i servizi segreti palestinesi per tenere indenne l’Italia da attacchi sul suo territorio).

Secondo Fioroni e Calabrò, l’interpretazione dei fatti che emerge da queste ultime novità "non dovrebbe essere necessariamente valutata come ’alternativa’ alle responsabilità penali già accertate della strage, ma le potrebbe iscrivere in un contesto più ampio, forse finalmente esaustivo. Da questo punto di vista va riletta la presenza quel giorno a Bologna di diverse persone sospette, a iniziare da quelli che, secondo la Stasi, erano i terroristi del gruppo di Carlos lo Sciacallo, Thomas Kram e Christa Margot Frohlich. Anche perché i periti (confrontando gli esplosivi) mettono in relazione la strage di Bologna e due attentati compiuti da Carlos in Francia, in particolare quello alla stazione Saint-Charles di Marsiglia del 31 dicembre 1983".

Milano, divieto di burqa nei luoghi pubblici

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La corte d’Appello ritiene corretta la delibera della Regione Lombardia che vieta l’ingresso alle donne con il volto coperto dal velo in luoghi pubblici. L’Associazione degli studi Giuridici sull’Immigrazione, gli Avvocati per Niente Onlus, l’Associazione Volontaria di Assistenza sociosanitaria e per i diritti dei Cittadini stranieri, Rom e sinti e la Fondazione Guido Piccini per i Diritti dell’Uomo Onlus avevano portato in tribunale la Regione Lombardia dopo l’approvazione della delibera del 2015 che vietava, per ragioni di sicurezza, l’ingresso alle donne con il burqa in luoghi pubblici.

La Corte ha confermato quanto già stabilito con sentenza il 20 aprile 2017 in primo grado dal Tribunale di Milano e cioè "il divieto di ingresso a volto coperto posto nella delibera appare giustificato e ragionevole alla luce della esigenza di identificare coloro che accedono nelle strutture indicate, poiché si tratta di luoghi pubblici, con elevato numero di persone che quotidianamente vi accedono per usufruire di servizi; pertanto è del tutto ragionevole e giustificato consentire la possibilità di identificare i predetti fruitori dei servizi”.

Secondo l’assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato, "la Corte, nel nuovo procedimento, ha bocciato lo strenuo tentativo proposto dai ricorrenti di consentire l’identificazione mediante rimozione temporanea del burqa. E’ al quanto strano che associazioni per i diritti degli indifesi si battano per il riconoscimento del burqa, pratica alquanto discriminatoria verso le donne, considerate di proprietà esclusiva dai loro compagni musulmani al punto che nessun altro le può guardare". La sentenza "non lascia altre interpretazioni - conclude - per le associazioni: la Corte condivide integralmente la motivazione del giudice di primo grado, ma questo sicuramente non basterà loro ed è scontato che si appelleranno in Cassazione.”

Tra i primi a commentare la sentenza, è stata la senatrice di Fratelli d’Italia, Daniela Santanchè: "Il Governo dovrebbe prendere subito esempio da Regione Lombardia. La mia prima legge contro il burqa giace ancora in Parlamento dal 2006. In questo Paese non si ha il coraggio di dire no per questo finto buonismo, questa falsa solidarietà che dice il burqa va bene", ha detto all’Adnkronos. "In Italia è vietato andare in qualsiasi posto con la faccia coperta. Se io vado in qualche posto - continua - con il casco integrale o il passamontagna mi fermano. Allora non capisco perché dobbiamo creare califfati che si sottraggono alla nostra giurisdizione. Non ci sono leggi speciali per nessuno. Ci sono leggi italiane. Non facciamo tante repubbliche islamiche, non facciamo repubbliche dei Rom, non facciamo repubbliche altre rispetto a quella italiana. Chi viene nella nostra Nazione si adegua, se non gli va bene il mondo è grande".

E’ dal 2007 "che faccio questa battaglia sul divieto del burqa in Italia. Sono molto soddisfatta - spiega - della sentenza della Corte d’Appello. Aveva fatto bene la Regione Lombardia con grande coraggio a portare avanti questa delibera. Io sto dalla parte delle donne, voglio liberarle. Il burqa non è una scelta delle donne, ma è un’imposizione del clan maschile della famiglia. Io quella di Regione Lombardia la ritengo una grande legge di libertà". La Santanché precisa di aver "provato a indossare il burqa e significa vedere il mondo a quadratini, come fosse una grata. E’ una prigione portatele dove non ti consente di vedere il mondo. Io escludo che ci sia una donna al mondo che per sua libera scelta decida di mettersi il burqa. Noi se vogliamo liberare questo mondo dobbiamo partire dalle donne, dobbiamo liberare le donne".

Ma per il presidente del centro islamico Milano-Lombardia, dott. Ali Abu Shwaim, il problema comunque non esisterebbe: "Non vedo nelle strade di Milano e della Lombardia donne che indossano il burqa. Le leggi vanno fatte quando c’è un problema, ma se il problema non c’è non ha senso. E’ un modo utilizzato per occupare la gente cosicché loro non pensino a cose più importanti. Io non conosco nessuno che a Milano mette il burqa. Io sono per la libertà di tutti. Ognuno può vestire come vuole. Non sento nemmeno come discriminante questa legge perché credo che sia più discriminante e importante la legge anti moschea che Regione Lombardia ha fatto”, ha detto all’Adnkronos.

Alitalia, fonti: "Lufthansa pronta a partnership commerciale"

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Lufthansa è pronta a una partnership commerciale con Alitalia mentre un eventuale investimento in equity potrà avvenire soltanto dopo una ristrutturazione della compagnia. E’ quanto ribadiscono fonti della compagnia tedesca, sottolineando che il gruppo non ha cambiato la propria posizione sul possibile intervento in Alitalia.

Nella lettera la compagnia tedesca avrebbe, secondo le stesse fonti, avanzato la richiesta di interventi su flotta e costo del lavoro.

Si va avanti, quindi, con il confronto con Lufthansa per verificare la volontà della compagnia tedesca di entrare nel capitale della nuova Alitalia. E’ su questo obiettivo che, a quanto s’apprende da fonti finanziarie, si focalizzeranno gli incontri che dovrebbero svolgersi tra il consorzio e la compagnia tedesca in vista dell’avvicinarsi della deadline del 21 novembre per la presentazione di un’offerta per la compagnia. Un ingresso nell’equity, evidenziano le stesse fonti, era la condizione posta un anno fa dalle Fs per partecipare all’operazione. Condizione ribadita in un incontro svoltosi nel novembre 2018 e, successivamente, in una lettera nello scorso gennaio alla quale però Lufthansa non ha risposto.

Dalla stessa Lufthansa, secondo quanto si apprende da fonti vicine al dossier, sarebbe stata recapitata a Fs e per conoscenza al Mise, una lettera di interessamento per Alitalia.

Naufragio Norman Atlantic, tutti rinviati a giudizio i 32 indagati

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Sono stati tutti rinviati a giudizio dal gup del tribunale di Bari Francesco Agnino i 32 indagati (30 persone fisiche e 2 società) nell’ambito dell’inchiesta per il tragico naufragio della nave Norman Atlantic verificatosi nella notte tra il 27 e il 28 dicembre del 2014 nel canale d’Otranto davanti alle coste albanesi. La prima udienza si terrà il 26 febbraio davanti alla 2° sezione penale del tribunale del capoluogo pugliese. Sul traghetto, subito dopo la partenza dalla Grecia, e prima dell’arrivo ad Ancona, porto di destinazione, nella notte tra il 27 e il 28 dicembre 2014 scoppiò un incendio devastante. Le fiamme e il successivo naufragio provocarono la morte di una trentina di persone (parte delle quali mai ritrovate) e il ferimento di oltre 60.

Agli imputati sono contestati, a vario titolo, i reati di cooperazione colposa in naufragio, omicidio colposo e lesioni colpose plurime, oltre a numerose violazioni sulla sicurezza e al codice della navigazione. Le indagini sono state svolte dai pubblici ministeri della Procura di Bari Ettore Cardinali e Federico Perrone Capano che poi hanno chiesto il rinvio a giudizio. L’incendio si sarebbe originato dal ponte 4, probabilmente da un camion frigo. Tra gli imputati l’armatore della Visemar Carlo Visentini, il comandante della nave Argilio Giacomazzi, altri membri dell’equipaggio, i due rappresentanti legali della società noleggiatrice, la greca Anek.

Sotto accusa in particolare gli errori nella valutazione dei rischi e nella organizzazione delle operazioni di spegnimento dell’incendio e di evacuazione della nave, che avrebbero causato il naufragio e la morte di alcuni passeggeri. L’incendio avvenne mentre il mare era in burrasca e le temperature erano molto rigide. A bordo della motonave c’erano circa 500 passeggeri, almeno quelli censiti ufficialmente. Centinaia le parti civili.

Redazione

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