Milano. Una madre si lancia con la figlia dall’ottavo piano

Per il padre e i legali si tratta di una tragedia annunciata e i responsabili dovranno essere individuati e perseguiti

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Si è lanciata dall’ottavo piano con la sua bambina di due anni, nella tromba delle scale di un palazzo di viale Regina Margherita, poco distante da Porta Romana, in pieno centro a Milano.

Nella sua borsetta gli agenti della Questura hanno trovato una convocazione da parte del Tribunale per i Minorenni per giovedì, 26 settembre.

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La donna, che abitava in quella zona, ha scelto quell’elegante palazzo per farla finita con la sua bambina. Si è rivolta alla portinaia del condominio chiedendo di un ufficio legale che si trova al piano terra.

Non passerà troppo tempo per scoprire che si è trattato di un semplice espediente per entrare e mettere in atto il suo progetto di morte, presentando agli inquilini increduli, una raccapricciante scena destinata a rimanere impressa nella loro memoria.

La bambina era nata nel 2017. I genitori si erano separati ancora prima della sua nascita, quando il padre aveva cominciato a nutrire forti sospetti sulla capacità della donna di poter garantire alla figlia una vita normale.

Col passare del tempo i litigi tra i due si fanno sempre più aspri spingendo il padre a rivolgersi ai legali che avviano immediatamente ogni procedura necessaria per la tutela della minore.

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La bambina appena nata viene dunque affidata dai Servizi Sociali ad una comunità per soli minori. Successivamente verrà affidata ad una struttura diversa che può ospitarla insieme alla madre, e ancora dopo, verranno entrambe destinate a una struttura di semi autonomia dove la donna di fatto potrà uscire tutto il giorno, ma con l’obbligo di tornare per dormire la sera.

Questa prescrizione del Tribunale, viene però ripetutamente violata dalla madre della bambina che di fatto vive con la figlia in casa di un uomo, benestante, di più di 70 anni. L’uomo, verrà reso noto, le offre ospitalità in cambio di prestazioni sessuali, anche a sfondo di perversione.

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Il padre della bambina non solo è angosciato per questa convivenza ma si allarma quando scopre che la donna ha l’abitudine di uscire di casa lasciando la figlia in casa da sola con quell’uomo.

Comincia a raccogliere la documentazione necessaria che consegnerà ai legali i quali, a loro volta preoccupati, chiederanno nell’ultima udienza la tutela immediata per la bambina denunciando che si trova in situazione di pericolo.

Indispettita da quell’ingerenza del padre della bambina, da lei ritenuta pressante, la donna esaspera ancora di più quel clima di forte conflittualità genitoriale falsificando un certificato medico e impedendo, di fatto, al padre di stare con la figlia nelle quattro ore la settimana stabilite dal Giudice.

Alla donna, da anni monitorata dai Servizi Sociali, in passato erano già stati tolti due figli, avuti da una precedente relazione, per problemi di tossicodipendenza.

Negli atti del Servizio Sociale, viene descritta come persona dalla dubbia moralità, accusata di avere relazioni ambigue e di essere incline a preferire i divertimenti e gli svaghi alla comunità di recupero, lasciando spesso la bambina sola.

L’uomo, sempre più inquieto, lo scorso mese di agosto aveva intrapreso un nuovo percorso legale per rivendicare i suoi diritti e per dimostrare ancora una volta, la pericolosità della donna per la bambina.

“Gravi disturbi di personalità, narcisista e immatura, ma no disturbo psichiatrico” era questo l’esito dell’ultima perizia effettuata per accertare le sue condizioni di salute.

“La bambina nonostante i numerosi allarmi non è stata tolta alla madre, fino all’epilogo annunciato” espone oggi, l’avvocato Daniela Missaglia, legale del padre della piccola, e individua responsabilità specifiche dei servizi sociali del comune di Milano, cui la bimba era affidata, “che avrebbero dovuto vigilare e non l’hanno fatto”.

“Perseguiremo tutte le strade”, chiarisce infine l’avvocato, annunciando, in sostanza, azioni legali.

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La donna prima di compiere l’insano gesto, aveva affidato ai social network il suo ultimo messaggio d’addio. Contrariamente alle sue intenzioni, la bambina è sopravvissuta.

Ha fratture al bacino, lesioni alla milza e contusioni polmonari. I medici dell’ospedale Niguarda stanno facendo gli accertamenti sulla piccola che si trova in prognosi riservata e che poi sarà operata.

Con ogni probabilità, le cure e il tempo guariranno le ferite del suo corpo ma, temiamo difficilmente, quelle della sua anima.

La notizia di questo suicidio omicidio, è una di quelle capaci di rattristare anche gli animi meno sensibili.

Al di là delle ragioni di ognuno, per quanto in molti scelgano di perseguire quest’ultima strada, l’annuncio di una persona che si toglie la vita crea sempre un nuovo, profondo turbamento nelle coscienze di chi resta e si chiede che cosa avrebbe potuto fare e non ha fatto o saputo fare, per alleviare le pene di chi ha deciso di farla finita.

Mettere fine volontariamente alla propria vita non è facile per nessuno. A prescindere dalle motivazioni, all’estremo gesto ci si arriva dopo un lungo e doloroso travaglio interiore e, quando non si riesce a sanare, ad arginare il dolore che spinge una persona a realizzare il suo progetto di morte non bisogna pensare che si tratti del fallimento dei singoli individui che le sono accanto, bensì di un’intera collettività che non è per niente preparata ad accogliere e affrontare in maniera adeguata il disagio vissuto da chi vive l’inferno, e che viene molto spesso lasciato solo al suo destino.

Gianmatteo Ercolino

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