Migrazioni ieri ed oggi

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Si sta parlando molto in questi giorni di migrazioni ed accoglienza per ciò che si verifica puntualmente sulle coste dell’Italia, in quanto Paese europeo che si affaccia nel Mediterraneo. Il fenomeno migratorio, ossia lo spostamento da un territorio all’altro, è sempre esistito ed i motivi che lo hanno indotto rappresentano la finalità per cui sarà fatta un’attenta disamina del fenomeno osservato lungo il corso della storia.

L’emigrazione è un fenomeno antico, che si è sviluppato sin dalla comparsa dell’uomo sulla terra. La spinta alla “mobilità”, oltre ad esserci stata per ragioni legate alla sopravvivenza, fu determinata dai tentativi di espansione di alcune comunità a danno di altre. Pensiamo ai Fenici, ai Greci ed ai Romani, alle colonizzazioni grazie alle scoperte geografiche nel XV sec.

La capacità di sintesi servirà naturalmente a rendere meno prolissa la lettura e dunque più agevole il poter ricordare quelli che sono stati i vari momenti che lo hanno caratterizzato.

Nell’Ottocento e fino alle Guerre mondiali del Novecento, una costante corrente migratoria aveva portato numerosissimi abitanti del nostro continente a trasferirsi in America in cerca di fortuna. Essi si indirizzarono negli Stati Uniti, Argentina e Brasile, ma anche in Australia ed in Sudafrica. Oggi invece il movimento migratorio internazionale si dirige dal “Sud” del mondo povero e popoloso, verso il “Nord” più ricco e sviluppato, ma senza crescita demografica in particolare verso i Paesi del’ Unione Europea, il nord America ed il Giappone.

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Negli anni ’50 del Novecento, durante la ricostruzione della società subito dopo le guerre mondiali, l’Italia assistette al fenomeno migratorio interno, da parte della fascia più povera della popolazione meridionale che cercava fortuna in un nord molto più industrializzato.

Gli immigrati se da un lato contribuivano a favorire lo sviluppo economico delle aree cittadine che li ospitavano, perché si accontentavano di svolgere i lavori più umili, dall’altro determinarono una crescita della natalità accompagnata però dalla mancanza di integrazione a causa dei pregiudizi, delle diffidenze e delle paure da parte della gente.

In tempi più recenti nei paesi ospitanti le “politiche comuni” sono riuscite a tutelare l’accoglienza attraverso i “campi di permanenza” che verificano se l’immigrato è in un Paese clandestinamente il che costituirebbe un reato. Il clandestino è infatti colui che non ha le necessarie autorizzazioni per giungere in un nuovo Paese.

L’immigrazione clandestina è la causa dello sfruttamento da parte delle organizzazioni criminali, che speculano sulla disperazione della gente che paga i “viaggi della morte”.

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L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati protegge invece i tantissimi “profughi” cioè quelle persone che sfuggono alle persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità o appartenenza a gruppi politici che chiedono “asilo politico” e per i quali è prevista l’accoglienza così come stabilisce il diritto internazionale.

In Italia, a partire dagli anni ’80 del Novecento, è iniziato un flusso inverso. Gli emigrati (cioè coloro che si spostavano dal proprio paese) erano diminuiti, mentre il numero degli immigrati (cioè coloro che entravano nel nostro paese) ha cominciato a crescere, con un saldo migratorio - la differenza tra emigrati ed immigrati in un anno - a favore delle persone in entrata.

Nel 1981 risultavano presenti in Italia 321.000 stranieri, mentre oggi sono più di 5 milioni.

Cerchiamo di capire quali sono i criteri con i quali bisogna accogliere gli extracomunitari, ovvero quegli immigrati che non provengono dai Paesi europei, bensì da altre parti del mondo.

Innanzitutto essi devono possedere un passaporto valido, un visto d’ingresso e un permesso di soggiorno; quest’ultimo deve essere rilasciato soltanto a chi intende integrarsi nel rispetto dei valori fondamentali della nostra Costituzione.

Se uno di questi requisiti dovesse mancare e nell’accogliere anche solo uno di essi per svariate ragioni verremmo meno al requisito della trasparenza, assecondando un “reato” e fomentando ciò che rappresenta il vero problema della migrazione, cioè l’immigrazione clandestina, con tutte le sue drammatiche conseguenze.

Immigrazione dunque sì, ma regolamentata e vista in un’ottica europeista. Questa è una considerazione che non può più essere trascurata in un sistema che richiede sì apertura e flessibilità, ma anche e soprattutto condivisione di responsabilità e di valori comuni di fronte ai nuovi flussi migratori.

Ester Lucchese

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