Migrazione e politica: una riflessione in tempo di elezioni

Il prof. Giovanni Battista Armelloni in un confronto con le comunità migranti a Milano

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La popolazione immigrata in Italia è da anni stazionaria. Con la crisi sono diminuiti gli ingressi per lavoro, così come i ricongiungimenti e le nascite. E’ ancora presto per vedere gli effetti della ripresa economica. Nel 2018 la situazione non cambierà.

Di questo si è parlato alla sede di ENAIP a Milano, in un confronto organizzato da Mariana Garcia (rappresentante dell’Associazione Ecuador Mitad del mundo e imprenditrice) tra il capolista Giovanni Battista Armelloni, di lista Gori per le regionali, e alcuni rappresentanti della società civile migranti a Milano. Ospite eccezionale della serata il professor Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia della Migrazione all’Università di Milano nonché collaboratore di Caritas Ambrosiana, ISMU e opinionista di varie testate nell’ambito della situazione migratoria in Italia.

La serata - intitolata Immigrazione, Integrazione e Transnazionalizzazione - comincia con una breve riflessione su come la migrazione sia un modo per conoscere e confrontarsi in varie culture che la scena migratoria regala (più o meno volontariamente) e il riflesso di una società che si mescola tra varie sfaccettature, cercando inevitabili punti di incontro tra culture. Sono quei punti che ognuno di noi sfrutta per potersi integrare al meglio, mostrando all’altro che alla fine siamo uguali e che spesso soffriamo, gioiamo o piangiamo per le stesse cose, soprattutto tra i migranti che abitano questo Paese.

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Un esempio è oggi la comunità albanese in Italia, che ben prima degli anni ’90, con i primi flussi migratori, ha vissuto gli stessi momenti 600 anni fa, quando nel XV secolo arrivarono in Italia quelli che oggi si riconoscono come gli Arberesh. Erano quasi 1 milione e 200mila persone fuggite da un’Albania occupata e dominata dall’Impero Ottomano per cercare salvezza. Una comunità che ha saputo mantenere vive cultura, costumi, traduzioni e lingua del Paese di origine facendo suo anche il Paese che l’ha ospitata, realizzando un ponte di conciliazione e convivenza tra popoli di diverse culture. Tra le più numerose comunità migranti in Italia, quella albanese conta quasi mezzo milione di persone. Sia la vicinanza culturale e geografica, sia l’assenza di un’identità religiosa marcata hanno fatto sì che gli albanesi diventassero una delle comunità più integrate in Italia, con tanti giovani studenti formati in territorio italiano, spesso annoverabili tra i migliori.

Ecco, Noi siamo stati qui per ben 27 anni, abbiamo insistito e combattuto senza l‘aiuto della politica. Al contrario, molto spesso siamo stati stigmatizzati e usati dalla stessa per racimolare voti, raggirati da gruppi ipocriti e ignoranti che sfruttano la massa, debole, di gente che non si informa correttamente, per guadagnare presenze, voti, poltrone a discapito dello straniero. L’errore è sempre lo stesso: sottrarre possibilità di mettere al servizio del Paese le proprie capacità a tutti coloro che si sono mostrati combattivi, grandi lavoratori e studiosi, come nel caso della comunità albanese. Su questo le politiche non muovono un passo, costringendo la gente ad andare via.

Ieri ho pianto, pervasa da una sorta di senso di sconfitta, alla notizia che una mia amica sarebbe definitivamente ritornata in Albania, dopo anni di studio e fatica per sopravvivere e realizzarsi al meglio, dedicando la sua esperienza migratoria ad altri bisognosi che, come lei, lottavano per i propri diritti. Quando ci si mettono di mezzo una politica e una burocrazia ostinata sembra quasi che il Paese favorisca chi non è in regola, tagliando le gambe a chi agisce secondo la Legge. Così esauriscono tutte le tue energie, facendoti trascorrere un’ingiusta vita in cui sarai sempre considerato una nullità.

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Nel suo ineguagliabile discorso, che parla di cifre esatte e numeri che i politici spesso nascondono - complici anche alcuni giornali e giornalisti che di questo si nutrono - il professor Ambrosini ci porta a capire che questo “senso di invasione” tanto diffuso in Italia non ha motivo di esistere. Da anni, nella Penisola il numero degli immigrati non cambia, resta stazionario sui 5 milioni di persone, per la maggior parte provenienti da Paesi di religione cattolica: Paesi dell’Est, Filippine, Cina, Albania, Marocco e Paesi arabi. Lo slogan "Aiutiamoli a casa loro" non può reggere tutti coloro che sono migrati in Italia: questi individui appartengono principalmente alla classe media, sono istruiti e sono perlopiù di sesso femminile. Quest’ultimo è un aspetto importante per l’integrazione, perché la donna crea legami incostituibili di armonia e convivenza con la società ricevente.

Se parliamo di rifugiati, invece, vediamo che tra i Paesi che accolgono di più compaiono la Turchia con 3 millioni di rifugiati, l’Iraq con quasi 2 millioni e Libano con 1 milione; Paesi, questi, da noi considerati poveri. Quindi, per i richiedenti asilo che hanno occupato la scena mediatica negli ultimi anni, i numeri effettivi non sono mai stati drammatici. A fine 2016, ne abbiamo accolti 250 mila tra richiedenti asilo e rifugiati riconosciuti (dati Unhcr, 2017). Fino a due anni fa, solo una frazione degli sbarcati chiedeva asilo in Italia. Nel 2014, su 170 mila sbarcati meno di 70 mila avevano richiesto protezione internazionale al nostro governo. Poi l’UE ci ha imposto gli hotspot, i nostri vicini hanno inasprito i controlli alle frontiere e le domande di asilo sono cresciute, raggiungendo nel 2016 la cifra di 123.482. La quota rispetto agli sbarchi è passata dal 37% del 2014 al 56% del 2015 e al 68% nel 2016.

Gli accordi con il Niger e, soprattutto, con governo e tribù libiche, insieme alla campagna di discredito nei confronti delle organizzazioni non governative impegnate nei salvataggi in mare, hanno drasticamente ridotto gli arrivi. Nel 2017 sono sbarcate 119 mila persone, contro le 180 mila del 2016. Da luglio in poi il calo è stato rapidissimo. Una buona notizia per gran parte dell’opinione pubblica, una pessima notizia per chi cerca asilo e per chi considera una priorità la tutela dei diritti umani. Se anche il quadro dovesse evolvere nel corso dell’anno, se i migranti dovessero trovare nuove rotte, se le istituzioni internazionali riuscissero a scardinare gli accordi con i libici o finissero i soldi per foraggiare autorità e forze locali, qualche aumento degli sbarchi non modificherà le cifre complessive dell’immigrazione.

cms_8491/4v.jpg"Non dimentichiamo - dice il Candidato Battista - che in Italia ci sono meno 86 mila di nascite all’anno, e non dimentichiamo che nelle nostre case, se non ci fossero le donne che noi chiamiamo "badanti", per la maggioranza straniere, non avremmo nemmeno saputo come affrontare questo problema. La popolazione invecchia, questa campagna è la più denigratoria mai esistita, con un vocabolario di odio e disprezzo mai visto prima d’ora, con concetti fascistoidi e comportamenti da hooligan pur di portare sul soffio dell’odio più voti a casa.

In un Paese in cui dal 2002 è ancora in vigore la legge Bossi-Fini, secondo il quale non è tanto difficile cadere nell’illegalità anche per chi vive qui da anni, in cui è stato approvato lo Ius Culturae da 2 anni ma a nessun partito interessa farlo diventare una legge, servono politiche comuni e strutturate. Il migrante stesso dovrebbe essere l’attore principale nelle decisioni prese: in fondo, chi meglio di loro - parlo specialmente delle prime generazioni - saprebbe dare una risposta effettiva e fare da ponte per i nuovi arrivati nell’integrazione degli stessi? Spesso succede anche che tra noi si scelgano dei rappresentanti che non dimostrano di aver fatto nulla di concreto per la loro comunità, nullafacenti che non sanno nemmeno cosa sia il lavoro con associazioni e fondazioni anonime e progetti fasulli che raccolgono fondi e blaterano a nome della loro comunità. Se è vero il detto che recita "il più grande nemico degli albanesi sono gli stessi albanesi", si può dire che questo abbia assunto davvero un significato globale. Qui non dovrebbe esserci spazio per egoismi e arrampicatori che scambiano il lavoro con un posto in politica, non sapendo ancora che la politica dovrebbe essere un lavoro condiviso e svolto da tutti, perché tutta la vita è politica e solo insieme potremo realizzare qualcosa di utile per le nostre comunità.

Marsela Koci

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