Mi chiamo Aadil e sono nato a Damasco

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Mi chiamo Aadil e sono nato a Damasco.

Nel mio Paese c’è la guerra e mio padre dice che per noi non c’è futuro qui, per noi e per nove milioni di siriani che sono stati costretti a lasciare le proprie case.

Ha venduto la nostra abitazione per 20mila dollari, un prezzo irrisorio per il suo reale valore, ma non c’è stata altra possibilità.

Così siamo scappati in Libano, ma sogniamo la “sicurezza dell’Europa”.

Per arrivarci dobbiamo attraversare la Turchia o l’Egitto. Mio padre ha scelto quest’ultimo Paese perché è più conveniente, ma il viaggio non potrà che continuare in mare. In Egitto ci sono più di 130mila rifugiati, ma non è un Paese stabile e il lavoro scarseggia.

Dal 2013 non vengono autorizzati altri ingressi di cittadini siriani che non abbiano un visto, ma la nostra famiglia, non so per quale fortunata coincidenza, ne ha ottenuto uno.

Dopo una settimana al Cairo mio padre ha conosciuto Ahmad, un trafficante, che ci dice di poterci aiutare. Non siamo sicuri di poterci fidare, ma sappiamo di dover correre dei rischi.

Ahmad ci spiega che abbiamo due opzioni, o meglio lo spiega a mio padre: viaggiare verso l’Italia da Alessandria via mare o andare in Libia, dove la traversata è più breve.

Scegliamo la Libia, ma il tragitto e il viaggio possono essere pericolosi a causa dei miliziani.

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Dal Cairo, Ahmad conduce me e la mia famiglia fino al confine con la Libia. È un viaggio in auto di dieci ore, pieno di pericoli, ma raggiungiamo finalmente El Salloum, una città egiziana.

Ahmad ci porta in una casa in fondo ad un vicolo, raccomandandosi di non uscire fino al suo ritorno.

In realtà noi siamo preoccupati per la traversata in mare. Sarebbe necessario comprare acqua, medicine e salvagente per il viaggio.

Mio padre decide di uscire perché ritiene di non avere scelta, e così procura il necessario per la traversata.

Al suo ritorno, Ahmad ci dice di aver trovato un camion per oltrepassare il confine.

Giunti ad Ajdabya, in Libia, l’autista dice che dobbiamo fare una scelta: possiamo andare a Bengasi per 4mila dollari a testa oppure a Zuwara per 3mila.

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Scegliamo Bengasi perché la strada è più breve anche se siamo consapevoli dei maggiori rischi che potremmo correre.

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Come temevamo, un gruppo di miliziani libici ci fermano e, per salvarci, consegniamo loro tutto quello che possediamo, perché abbiamo paura di morire.

Siamo senza un soldo, ma almeno siamo vivi. Arrivati sulla spiaggia vediamo un’imbarcazione decisamente troppo piccola per il numero di persone a bordo.

Saliamo e i trafficanti ci dicono: “c’è un’altra imbarcazione, è più grande di questa e vi sta aspettando in acque internazionali”.

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Così, dopo poche ore la vediamo, ma saltare è pericoloso a causa delle onde.

Saliamo tuttavia, e dopo tre giorni di mare, l’acqua e il cibo cominciano a scarseggiare. Sembra che lo scafista si sia perso. Improvvisamente l’imbarcazione si ribalta e finiamo tutti in acqua.

Fortunatamente mio padre è riuscito a comprare i salvagente. Saranno la nostra salvezza: restiamo a galla fino a che una nave italiana ci trova, mentre altri purtroppo non avranno la stessa sorte.

Io e la mia famiglia veniamo finalmente portati in Italia.

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Non abbiamo più nulla, ma per fortuna siamo vivi. Mio padre estrae dalla tasca dei pantaloni un foglio di carta spiegazzato, su di esso vi è una poesia bellissima, Homedi Warsan Shire. Sembra che parli di noi:

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«Nessuno lascia la propria casa a meno che casa sua non siano le mandibole di uno squalo / verso il confine ci corri solo quando vedi tutta la città correre / i tuoi vicini che corrono più veloci di te / il fiato insanguinato nelle loro gole / il tuo ex-compagno di classe / che ti ha baciato fino a farti girare la testa dietro alla fabbrica di lattine / ora tiene nella mano una pistola più grande del suo corpo / lasci casa tua quando è proprio lei a non permetterti più di starci.

Nessuno lascia casa sua a meno che non sia proprio lei a scacciarlo / fuoco sotto ai piedi sangue che ti bolle nella pancia / non avresti mai pensato di farlo fin quando la lama non ti marchia di minacce incandescenti il collo / e nonostante tutto continui a portare l’inno nazionale sotto il respiro. Soltanto dopo aver strappato il passaporto nei bagni di un aeroporto / singhiozzando ad ogni boccone di carta / ti è risultato chiaro il fatto che non ci saresti più tornata.

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Dovete capire che nessuno mette i suoi figli su una barca / a meno che l’acqua non sia più sicura della terra / nessuno va a bruciarsi i palmi sotto ai treni sotto i vagoni / nessuno passa giorni e notti nel ventre di un camion / nutrendosi di giornali a meno che le miglia percorse / non significhino più di un qualsiasi viaggio.

Nessuno striscia sotto ai recinti, nessuno vuole essere picchiato, commiserato / nessuno se li sceglie i campi profughi o le perquisizioni a nudo che ti lasciano il corpo pieno di dolori / o il carcere, perché il carcere è più sicuro di una città che arde / e un secondino nella notte è meglio di un carico di uomini che assomigliano a tuo padre.

Nessuno ce la può fare, nessuno lo può sopportare, nessuna pelle può resistere a tanto “Andatevene a casa neri, rifugiati, sporchi immigrati, richiedenti asilo che prosciugano il nostro paese. Negri con le mani aperte, hanno un odore strano, selvaggio.

Hanno distrutto il loro paese e ora vogliono distruggere il nostro…”.

Le parole, gli sguardi storti, come fai a scrollarteli di dosso? / Forse perché il colpo è meno duro che un arto divelto o le parole sono più tenere che quattordici uomini tra le cosce / o gli insulti sono più facili da mandare giù…che le macerie, che le ossa, che il corpo di tuo figlio fatto a pezzi…

A casa ci voglio tornare, ma casa mia sono le mandibole di uno squalo / casa mia è la canna di un fucile / e a nessuno verrebbe di lasciare la propria casa a meno che non sia stata lei a inseguirti fino all’ultima sponda / a meno che casa tua non ti abbia detto affretta il passo, lasciati i panni dietro, striscia nel deserto, sguazza negli oceani, annega, salvati / fatti fame, chiedi l’elemosina, dimentica la tua dignità / la tua sopravvivenza è più importante.

Nessuno lascia casa sua se non quando essa diventa una voce sudaticcia, che ti mormora nell’orecchio: vattene, scappatene da me adesso / non so cosa io sia diventata, ma so che qualsiasi altro posto è più sicuro che qui.

Roberto Pedron

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