Lucia di Lammermoor at La Fenice Opera House

Gaetano Donizetti’s masterpiece coming back to the city of Venice

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Gaetano Donizetti’s immortal opera Lucia di Lammermoor is one of the most popular titles with the audience of all times, and it has marked a crucial passage, a sort of ‘initiation’ for legendary singers such as Maria Callas, Renata Scotto and Joan Sutherland.

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After its triumphant première in Naples in 1835, the luckless love story between Lucia and Edgardo has never left the opera houses all over the world. Donizetti also wrote a French version that was to enchant the Théâtre de la Renaissance four years later, and was to be performed in the music temple on the other side of the Alps, in the Paris Opéra in 1846.

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Composed to a libretto by Salvadore Cammarano based on the novel The Bride of Lammermoor by Walter Scott, a renowned author in that period, Lucia di Lammermoor debuted at Teatro di San Carlo in Naples on 26 September 1835. Donizetti finished sooner than foreseen, on 6 July. The greatest pressure came from the risk of the royal board declaring the Opera House had gone bankrupt, inducing Donizetti to pronounce dire forecasts “The crisis is near, the public is bored, the Opera House is about to be wound up, the vesuvius is smoking, an eruption is nigh”) and agitated frustration (twenty days before the première: “The Opera House is going bankrupt! Persiani hasn’t been paid and doesn’t want to rehearse and I’m going to protest tomorrow [...] Here goodness knows if I’ll be paid – And yes, the music is worth it, by God it is not awful”).

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Nevertheless, the opera met with resounding success; Donizetti was very satisfied with the two main roles, Fanny Tacchinardi Persiani and Gilbert Duprez, singers he considered “prodigious.” For years Lucia di Lammermoor has been regarded both as Donizetti’s masterpiece and a milestone in the history of Italian opera: although during his life time this renown was shared with other works he composed that today, appear bolder and more innovative, there is no doubt that it was this opera that kept Donizetti’s name alive after his death in the late nineteenth and twentieth century.

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It owes its ‘popular’ classicality to two aspects: firstly, it is derived from the composer’s ability to channel a subject that is of fiery expressive breadth into the course of regular, recognisable forms that are distributed with symmetrical regularity in the three acts; secondly, its vocal composition is still tied to the great tradition of belcanto: in the madness scene for example, which was originally composed with the accompaniment of a glass harmonica (an instrument that was associated with mental disturbances at that time), the transcendental vocality of the Italian virtuosic school was revived as a sign of Lucia’s mental derangement.

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Typical moments of Italian melodrama, such as the great concerted piece in which the figures are engrossed in themselves “(Chi mi frena in tal momento”), or the musical reminiscences that evoke a happier past, are examples here of a plastic, and dramatically evident creation. The gloomy setting, permeated with omens, immediately offers a sense of predestination, which is fulfilled with the lovers’ deaths – inescapably divided – in two great consecutive “final arias”.

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The events in the opera lend themselves to a symbolic sublimation, encouraging the audience’s suffered identification with the two unfortunate protagonists, Lucia in particular, as her interior nature is continuously scrutinised by orchestral gestures that are full of meaning.

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The opera’s success is thus also due to the fact that it calls on contemporary sensitivity, alluding to the drama of the woman in the familiar context of nineteenth-century bourgeois society; furthermore, such identification is evident in the unforgettable pages Gustave Flaubert dedicated to Lucia in Madame Bovary.

cms_6075/italfahne.jpgLucia di Lammermoor al Teatro La Fenice

Opera immortale, Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti è uno fra i titoli più amati dal pubblico d’opera di ogni tempo e ha rappresentato un passaggio cruciale, quasi un’ ‘iniziazione’, per interpreti leggendarie quali Maria Callas, Renata Scotto, Joan Sutherland. Dopo il trionfale debutto napoletano del 1835, la sfortunata storia d’amore di Lucia ed Edgardo non cesserà più di essere rappresentata nei palcoscenici di tutto il mondo. Lo stesso autore ne propone una versione francese che incanterà il Théâtre de la Renaissance quattro anni dopo, per essere poi riproposta nel tempio della musica d’Oltralpe, l’Opéra, nel 1846.

Composta su libretto di Salvadore Cammarano tratto dal romanzo The Bride of Lammermoor di Walter Scott, autore celebratissimo in quei decenni, Lucia di Lammermoor esordì al Teatro di San Carlo di Napoli il 26 settembre 1835. Donizetti l’aveva terminata, in anticipo sul previsto, il 6 luglio.

L’assillo maggiore veniva dal rischio di una dichiarazione di fallimento del teatro da parte della commissione reale, che suscitava a Donizetti fosche previsioni («La crisi è vicina, il pubblico sta indigesto, la Società teatrale è per sciogliersi, il vesuvio fuma, e l’eruzione è vicina») e agitate frustrazioni (a venti giorni dalla prima: «La Società va a fallire! La Persiani non pagata non vuol provare ed io domani protesto [...]. Qui Dio sa se sarò pagato – E sì la musica li merita perdio non è infame»). Nonostante tutto, l’opera andò in scena ed ebbe un esito trionfale; Donizetti fu molto soddisfatto dell’interpretazione delle due prime parti, Fanny Tacchinardi Persiani e Gilbert Duprez, interpreti che giudicò «portentosi». Lucia di Lammermoor è stata a lungo ritenuta il capolavoro di Donizetti e una pietra miliare nella storia del melodramma italiano: sebbene, vivente l’autore, spartisse questa rinomanza con altri lavori che oggi tornano ad apparire più audaci e innovativi, certo fu l’opera a cui rimase affidata la sopravvivenza postuma di Donizetti nel tardo Ottocento e nel Novecento.

La sua classicità ‘popolare’ deriva dalla capacità dell’autore di incanalare una materia di incandescente spessore espressivo nell’alveo di forme regolari e riconoscibili, distribuite con simmetrica regolarità nei tre atti, e di una scrittura vocale ancora legata alla grande tradizione belcantistica: nella scena della follia, ad esempio, originariamente composta con accompagnamento di armonica a bicchieri (strumento allora associato alla ricerca sui disturbi mentali), la vocalità trascendentale della scuola virtuosistica italiana viene recuperata come segno dello squilibrio mentale di Lucia.

Luoghi tipici del melodramma italiano, come il grande concertato in cui i personaggi restano assorti in se stessi («Chi mi frena in tal momento»), o le reminiscenze musicali che riportano alla memoria il passato felice, trovano qui una realizzazione plastica e drammaturgicamente evidente. L’ambientazione fosca e carica di presagi infonde da subito un pessimistico senso di predestinazione, che si compie con la morte degli amanti – ineluttabilmente divisi – in due grandi «arie finali» consecutive. Facilmente le vicende dell’opera inducono a una sublimazione simbolica, favorendo la sofferta identificazione del pubblico nelle figure dei due infelici protagonisti, in particolare in quella di Lucia, la cui interiorità è continuamente scrutata da gesti orchestrali carichi di significato. Il successo dell’opera derivò così anche dal fatto di fare appello alla sensibilità contemporanea, alludendo al dramma della donna nel contesto familiare della società borghese ottocentesca: un’identificazione evidente, fra l’altro, nelle pagine indimenticabili dedicate a Lucia da Gustave Flaubert in Madame Bovary.

Domenico Moramarco

Tags: Lucia di Lammermoor Teatro La Fenice Gaetano Donizetti

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